Le violon noir: due domande a Guido Rimonda

Le violon noir: due domande a Guido Rimonda

Nel 2017 è uscita per l’etichetta Decca un’edizione speciale del disco Le violon noir, dedicato alle musiche del mistero. Vuole parlarci di questo affascinante progetto e del programma che eseguirete il 3 marzo a Firenze?

Il progetto Le violon noir nasce dal fatto che io suono uno Stradivari del 1721 che, come tutti gli Stradivari, porta il nome del proprietario più celebre che l’ha posseduto. In questo caso, il proprietario è Jean-Marie Leclair. Abbiamo cercato di valorizzare il fatto che fosse uno strumento molto legato al violinista Leclair, che negli ultimi anni della sua vita divenne un misantropo e si rinchiuse dentro casa soltanto in compagnia del suo violino… non voleva vedere assolutamente nessuno. Abbiamo voluto ricreare questo fatto: una storia d’amore, se vogliamo, però un po’ macabra. Lo strumento, infatti, verrà soprannominato “le violon noir” nell’Ottocento perché Leclair fu trovato morto assassinato, pugnalato alla schiena. Secondo la ricostruzione delle indagini, lui, ferito, si avvicinò al violino e morì stringendolo a se stesso. Assieme alla casa discografica Decca, abbiamo voluto fare un progetto che, partendo dal violino, avesse come tema delle musiche che contenessero qualcosa di esoterico. Per questo, abbiamo spaziato un po’ in tutti i periodi musicali: siamo partiti da Tartini e Gluck, passando da Nicolò Paganini – che forse è il compositore più diabolico del violino – per poi arrivare anche ai contemporanei come Williams, autore della colonna sonora di Schindler’s List, che rappresenta un vero e proprio dramma di un popolo; poi Ravel con la Pavane pour une infante défunte, quindi per rappresentare anche, in un certo senso, la morte. A Firenze presenteremo anche un brano contemporaneo di Luciano Maria Serra, Carini, leggenda per violino e orchestra da camera.

Suona un violino dalle qualità sonore straordinarie. Può descriverci la sensazione che ha provato la prima volta che ha avuto questo strumento fra le mani?

L’emozione di avere un violino di questo genere è stata grandissima la prima volta che l’ho suonato, anche se comunque all’inizio questo strumento non suonava bene: era molto chiuso e ci sono voluti ben cinque anni prima che si riprendesse totalmente per suonare come lo possiamo sentire adesso. Sono stati fatti tanti lavori di restauro – grazie anche all’amico Dario Vernè, che era un liutaio che mi diede una grande mano per cercare di rimettere a pieno questo strumento – ma il violino aveva bisogno del suo tempo per rimettersi. In questi cinque anni, l’ho suonato continuamente ma non potevo portarlo in concerto perché non era pronto. Questa è stata la sua storia. Adesso è in piena forma!

Per maggiori informazioni sul concerto del 3 marzo, cliccare qui.