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§ Dietro le quinte | Dischi Fenice

[Prosegue la rubrica “Dietro le quinte”, che raccoglie le testimonianze di chi lavora intorno ai concerti della nostra stagione. Pubblichiamo qui il racconto di Silvia Venturi, Danilo Dannery e Martina Magionami di Dischi Fenice, storici e preziosi collaboratori degli Amici della Musica di Firenze.]

È ormai passato un anno dall’ultimo concerto. Per noi il sabato era un giorno diverso dagli altri, perché sapevi che la tua scadenza principale della giornata era l’essere nel primo pomeriggio alla Pergola, arrivare in teatro con le luci ancora abbassate e le porte chiuse, iniziare a preparare il nostro tavolo con i dischi degli artisti presenti quel giorno.
Il pubblico degli Amici della Musica è un po’ lo stesso della Fenice, perciò iniziava poi quella piacevolissima routine di accoglienza: un saluto, la consegna del programma di sala, un consiglio, un augurio di un piacevole ascolto. Durante il concerto, poi, la compagnia del suono degli strumenti che arriva ovattato, filtrato dalla pesante tenda rossa di velluto e dalla splendida porta a vetri decorata con stucchi dorati. Un saluto veloce con Angela, la responsabile di sala, e uno con Domitilla, sempre attenta a sorvegliare che tutto fili per il verso giusto. Con entrambe, gli accordi per l’eventuale firma di accoglienza al nostro tavolo dell’artista presente quel giorno.
Con alcuni musicisti c’è una consuetudine ormai consolidata, mentre con altri – che magari suonano per la prima volta alla Pergola o sono più capricciosi – c’è sempre un’incertezza fino all’ultimo.
Tra tutti gli artisti che abbiamo ospitato, ci piace ricordarne alcuni in particolare: Jordi Savall, perché anche quando ti dice «Buonasera, piacere di rivedervi», ti stende con la sua voce così affascinante; Beatrice Rana, perché è di una disponibilità e di una simpatia travolgente; Yuja Wang, perché è divertentissimo vedere il pubblico non più giovane a metà strada tra la disapprovazione e la piacevolezza di vedere un fisico stratosferico e un abbigliamento decisamente “minimal”; i King’s Singers, perché hanno uno stuolo di fan che si accapigliano per avere un loro autografo; e, infine, più recente duo formato da Sheku e Isata Kanneh-Mason, perché riempie il cuore di gioia vedere giovani musicisti così entusiasti del loro lavoro e così coinvolgenti.
Per concludere, ci mancano da morire quell’adrenalina del sabato pomeriggio e speriamo proprio di poterla rivivere presto insieme a voi.

Dischi Fenice
Silvia, Danilo, Martina  

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L’archivio sonoro degli Amici della Musica in onda su RTC

Nei mesi di marzo e aprile 2021, ogni domenica alle ore 20.30, le registrazioni dell’archivio sonoro degli Amici della Musica di Firenze saranno trasmesse su Rete Toscana Classica.

Nell’anno del Centenario dell’Associazione concertistica, nasce una prestigiosa collaborazione con l’emittente toscana che da sempre è il punto di riferimento per gli appassionati di musica classica, in onda sulle frequenze FM 93.1 – 93.3 e in streaming su www.retetoscanaclassica.it.

Il primo appuntamento è per domenica 7 marzo con il concerto dell’Accademia Bizantina con la violinista Viktoria Mullova e Ottavio Dantone nel ruolo di clavicembalista e concertatore, tenutosi originariamente al Teatro della Pergola il 12 ottobre 2013. Il programma è un’immersione nella musica di J.S. Bach che accosta due lavori originali (i concerti BWV 1041 e BWV 1042)  a due trascrizioni realizzate dallo stesso Dantone ( il BWV 1053 e il BWV 1060).

Il 14 marzo verrà proposto lo spettacolo del 22 gennaio 2018 con Andrea Lucchesini al pianoforte e Giuseppe Cederna alla voce recitante, un incontro tra i più suggestivi versi di Giacomo Leopardi e le note di Franz Schubert, che include pezzi pianistici schubertiani scelti tra i Momenti musicali, gli Improvvisi, i Klavierstücke e celebri canti come A Silvia, Il Passero Solitario, L’Infinito.

Il 21 marzo sarà la volta del concerto registrato il 17 novembre 2002 al Teatro della Pergola, che vede protagonisti l’American String Quartet con Lilya Zilberstein al pianoforte. In programma, il Quartetto in mi bemolle maggiore K 428 di W.A. Mozart, il Quartetto in la minore op. 13 di F. Mendelssohn e il Quintetto per pianoforte e archi in fa minore op. 34 di J. Brahms.

Il 28 marzo, spazio al violoncello di Antonio Meneses, con musiche di J.S. Bach, C.A. Piatti, J.A. de Almeida Prado, G. Cassadó (concerto del 15 ottobre 2017).

Il 4 aprile saranno protagonisti Andrea Oliva al flauto e Pietro De Maria al pianoforte, con il concerto che tennero il 6 novembre 2017 al Saloncino del Teatro della Pergola. Il programma è interamente dedicato a J.S.Bach, con le Sonate BWV 1031 in mi bemolle maggiore, BWV 1032 in la maggiore, BWV 1030 in si minore, BWV 1034 in mi minore e BWV 1035 in mi maggiore.

L’11 aprile sarà protagonista il violinista Ilya Gringolts con la riproposizione del recital che tenne alla Pergola il 4 febbraio 2018. In programma, di Bach, in apertura la Sonata n.1 in sol minore e la n. 2 in la minore, in chiusura la Partita n. 2 in re minore, inframmezzate dalla Kontrapartita di Pauset.

Interamente bachiano anche il concerto trasmesso il 18 aprile con la Zefiro Baroque Orchestra diretta da Alfredo Bernardini. Originariamente proposto al Teatro della Pergola il 17 dicembre 2017, il programma comprende l’Ouverture n. 1 in do maggiore BWV 1066, la Sinfonia dalla cantata Weihnachtsoratorium (Oratorio di Natale) BWV 248/2, l’ Ouverture n. 3 in re maggiore BWV 1068.

Un salto nel romanticismo, invece, per l’ultimo appuntamento. Domenica 25 aprile, verrà trasmesso il concerto che il Trio di Parma e il clarinettista Alessandro Carbonare tennero al Teatro della Pergola il 18 marzo 2017. Al centro, questa volta, c’è la musica di Johannes Brahms, con il Trio n. 2 in do maggiore op. 87 per pianoforte e archi, il Trio n. 3 in do minore per pianoforte e archi op. 101 e il Trio in la minore op. 114 per clarinetto, violoncello e pianoforte.

Per gli Amici della Musica, è una preziosa occasione di valorizzazione del proprio archivio sonoro, in un percorso che condurrà nel 2021 alla mostra sul Centenario curata da Moreno Bucci.

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§ Archivio musicale | Programmi di sala Paul Badura-Skoda

I concerti del pianista Paul Badura-Skoda (1927-2019) nelle stagioni degli Amici della Musica di Firenze sono stati numerosi. A partire dal primo concerto del 16 febbraio 1957 al Teatro della Pergola, condiviso assieme al pianista Jörg Demus, il grande musicista austriaco è stato ospite a Firenze in più occasioni. In questa pagina, ripercorriamo la storia di Badura-Skoda nelle nostre stagioni attraverso la pubblicazione dei programmi di sala conservati nel nostro archivio storico.

             

 

 

 

 

 

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§ Focus musicale | Note di sala del concerto del 17 novembre 2002

In occasione del concerto in streaming di sabato 27 febbraio 2021, con il recital del pianista Paul Badura-Skoda del 17 novembre 2002, pubblichiamo le note di Francesco Dilaghi inserite nel programma di sala del concerto e conservate nel nostro archivio storico.

Franz Schubert (1797-1828)
Sonata in la minore op. 42 D. 845 

La Sonata in la minore op. 42 fu composta nel maggio 1825 ed apre la trilogia di sonate pianistiche (le altre sono l’op. 53 e l’op. 78) nate in questo stesso anno; queste tre sonate furono anche le uniche a essere pubblicate durante la vita dell’autore. La pubblicazione dell’op. 42 avvenne l’anno successivo con il titolo “Première Grande Sonate” (mentre sappiamo che, contando anche i frammenti, almeno altri diciassette lavori analoghi la precedono) e con una dedica all’Arciduca Rodolfo d’Asburgo. Durante l’estate del 1825 Schubert intraprese con l’amico cantante Michael Vogl – l’interprete prediletto dei suoi Lieder – un viaggio in Austria nel corso del quale i due musicisti dettero pubbliche esecuzioni di musiche schubertiane: lo stesso autore, che pure non ebbe mai ambizioni di virtuoso, volle tuttavia presentare in questa occasione anche questa nuova sonata.

Il primo e principale tema del primo movimento si annuncia nel suo malinconico incedere in assoluta semplicità, dapprima con una idea melodica all’unisono e quindi, nelle due successive battute, con una serie di sei accordi che restano sospesi sulla dominante; il confronto e il contrasto fra queste due cellule tematiche, nel loro successivo sviluppo, darà vita all’intero movimento, nel corso del quale non figura di fatto un vero e proprio secondo tema concepito come autonomo antagonista al primo. Sul carattere espressivo e sul vero tema poetico di questa pagina – il grande tema schubertiano per eccellenza, quello della morte – non vi sono dubbi, e la riprova è la citazione dal Lied Totensgräber Heimweh (“Nostalgia del becchino”), che è contemporaneo alla sonata. Il secondo movimento – caso unico nell’intero corpus delle sonate schubertiane – è un tema con cinque variazioni in do maggiore. A proposito di questa pagina profondamente espressiva e delicata abbiamo una testimonianza preziosa in una lettera dello stesso Schubert ai genitori, nella quale si definisce in termini generali l’ideale pianistico del musicista: «Ciò che mi dette particolare soddisfazione», scrive dunque Schubert a proposito di una sua esibizione del luglio 1825, «furono le variazioni della mia nuova sonata per pianoforte, che io eseguii non senza successo, tanto che qualcuno mi disse che i tasti sotto le mie dita diventavano voci che cantavano: la qual cosa, se vera, mi darebbe la più grande soddisfazione, soprattutto da quando non posso più sopportare il detestabile pestaggio al quale perfino eccellenti pianisti adesso indulgono, e che non dà piacere né all’orecchio né alla mente». Allo Scherzo, di nuovo in la minore, caratterizzato da una vivace cellula ritmica e da una ricca varietà di percorsi armonici, segue l’episodio centrale del Trio, in tonalità di fa maggiore, dal carattere calmo e sereno di idillio pastorale. L’ultimo movimento, in forma di rondò, si ricollega quanto a carattere e atmosfera espressiva al primo movimento: non vi è niente dell’abituale brillantezza e giocosità dei movimenti conclusivi, ma l’inquieto girare senza pace del tema principale, dal quale, analogamente al primo movimento, sembrano scaturire senza funzione di netto contrasto gli episodi che si succedono tra le varie riprese del tema stesso.

Johannes Brahms (1833-1897)
Sechs Klavierstücke op. 118

La produzione pianistica di Brahms può essere suddivisa in due momenti, distinti nel tempo e nelle forme ma idealmente collegati: il primo è caratterizzato dal cimento con le grandi forme classiche della Sonata e della Variazione, mentre il secondo, che parte dalla raccolta di pezzi dell’op. 76, comprende solo brevi pezzi che potrebbero essere definiti con il termine tedesco di Charakterstück (Hanslick, il celebre critico musicale amico e sostenitore dell’arte di Brahms, li definì “monologhi”), o come “pezzi lirici” (peraltro mai associati a titoli o immagini esteriori, come in Grieg, ma indicati semplicemente con il titolo di Intermezzo, Capriccio, Rapsodia e, solo in due casi singoli, di Romanza e Ballata). Di fatto, le composizioni indicate con questi titoli, assai simili fra loro nell’adesione ad uno schema formale tripartito, hanno un comune punto di riferimento nel modello originalissimo delle Ballate op. 10, tanto che tutte in realtà potrebbero portare in modo plausibile questo titolo.

La raccolta dei Sei pezzi per pianoforte op. 118 fu composta, come anche la successiva raccolta dell’op. 119, nel corso dell’estate 1893 e pubblicata pochi mesi dopo dal fedele editore Simrock; essa si compone di quattro Intermezzi, una Ballata e una Romanza. L’Intermezzo in la minore si apre con un ampio gesto melodico discendente, contrastato da una concomitante figura di arpeggio ascendente; l’indicazione apposta dall’autore è particolarmente indicativa della particolare atmosfera di questa breve pagina: “Allegro non assai ma molto appassionato”; una seconda sezione (ritornellata come la prima) è basata sull’inversione dello stesso motivo iniziale. L’Intermezzo in la maggiore appartiene invece al Brahms più tenero e struggente: su un morbido accompagnamento prende vita una delle melodie più belle e suadenti create dal musicista; la forma è tripartita, con una sezione centrale non meno felice nella tonalità relativa di fa diesis minore, dal carattere appena velato da una sottile inquietudine. La Ballata in sol minore – “Allegro energico” – è invece un momento di carattere eroico ed appassionato, che sembra ricollegarsi alle accensioni romantiche della giovinezza; anche qui fa contrasto un episodio centrale più statico e disteso, nella inattesa tonalità di si maggiore. L’Intermezzo in fa minore reca l’indicazione “Allegretto un poco agitato”, che ben si addice al carattere inquieto e incalzante delle terzine che si alternano tra le due mani; in realtà questo tema iniziale cela una linea melodica a canone tra mano destra e mano sinistra, che sarà ripresa, in un contesto più tranquillo, nella sezione centrale alla tonalità relativa di la bemolle maggiore. La Romanza in fa maggiore – unica pagina brahmsiana di tale titolo – si apre nei toni di una tranquilla espressività, nel tempo non consueto di 6/4; l’episodio centrale – “Allegretto grazioso” – introduce un cambiamento nell’andamento, nel carattere e nella tonalità (re maggiore), anche se il prolungato pedale di re al basso, tipico della “Musette”, si ricollega direttamente in realtà al clima pastorale delle due sezioni estreme. L’Intermezzo in mi bemolle minore, infine, è una delle pagine più intense delle ultime raccolte pianistiche di Brahms; questo “Andante, largo e mesto” si apre con un tema non accompagnato di sole tre note che sembrano girare su se stesse senza una precisa direzione, alle quali si aggiunge poi un cupo arpeggio nel registro grave della tastiera. A questa sconsolata idea principale fa contrasto una parte centrale con una tema più volitivo e quasi eroico, nel quale però subito si insinua il tema iniziale, che domina e conclude la composizione.

Ludwig van Beethoven (1770-1827)
Sonata n. 32 in do minore, op. 111

Se si considera la parabola creativa delle 32 sonate pianistiche di Beethoven, dalle tre dell’op. 2 – composizioni del venticinquenne musicista alla conquista del successo nella grande capitale austriaca – fino alle solitarie e sublimi meditazioni delle tre ultime sonate, le op. 109, 110 e 111, alle quali Beethoven lavorò tra il 1819 e il 1822, non si può che restare sopresi dalle dimensioni e dal significato di una evoluzione che è individuale e interiore piuttosto che storica, in quanto non commensurabile (e di fatto, in realtà, indipendente) con l’evoluzione naturale del linguaggio pianistico nei venticinque anni, peraltro densi di importanti novità, compresi tra il 1795 e il 1820. Prima di arrivare ai profondi messaggi umanitari e religiosi della Nona Sinfonia e della Missa solemnis, e prima delle astrazioni sonore degli ultimi quartetti, il pianoforte rappresentò un preliminare campo di indagine di questo cosiddetto «terzo stile» beethoveniano. La ricognizione sul piano della forma comincia a muoversi non più nell’ambito circoscritto del principio del bitematismo, cioè sulla dimensione orizzontale del rapporto dialettico e dell’atto di volontà, ma si dilata fino a comprendere il principio della variazione e dell’elaborazione contrappuntistica, cioè sulla dimensione verticale, tendendo in questo modo alla estrema e totale indagine su un motivo tematico generatore, messo a confronto solo con se stesso. Ecco dunque il senso del peso preponderante, nell’ultima produzione pianistica beethoveniana, di questi momenti – fughe e variazioni – che nelle tre ultime sonate acquistano anzi la funzione di momento focale e centro gravitazionale della composizione, il quale risulta inoltre spostato verso la fine dell’opera anziché all’inizio, come fino a quel momento nella sonata classica.

Così è anche per la Sonata in do minore op. 111, il grande quanto enigmatico capolavoro che corona la serie delle 32 sonate, opera quasi mitizzata e fonte di una enorme letteratura esegetica (anche di concezione non strettamente musicologica, come nel caso emblematico del capitolo dedicatole da Thomas Mann nel Doktor Faustus). L’impianto in due soli movimenti, già riscontrabile in precedenti sonate, presenta in termini netti la coesistenza di forma-sonata – il primo movimento, “Allegro con brio ed appassionato”, introdotto dal breve quanto carico di lancinanti tensioni “Maestoso” – e di forma-variazioni – l’”Adagio molto, semplice e cantabile”, con la celebre “Arietta” che ne costituisce il tema. Il brusco e violento gesto con cui la sonata si apre – l’intervallo discendente di settima diminuita – è in realtà la cifra unitaria di tutto il primo movimento, che si snoda in una corsa febbrile, disseminata di estremi contrasti dinamici e proiettata, alla fine dell’esposizione, verso la tonalità di la bemolle maggiore. Il profilo ruvido e minaccioso del primo tema domina anche la relativamente breve sezione di sviluppo, mentre il parallelo percorso della riesposizione stempera progressivamente i contrasti iniziali per approdare, ormai placato, verso un rasserenante do maggiore che prelude direttamente all’”Arietta con variazioni”. Il tema di questo secondo e ultimo movimento, di meravigliosa, estatica semplicità, è incentrato melodicamente sulle note della triade perfetta; le successive variazioni, non numerate dall’autore, possono considerarsi cinque o (forse più propriamente) sei, se si fa valer per due la quarta, di fatto doppia. Le prime tre non si discostano dal tempo di base e sviluppano il tema per progressive diminuzioni di valori ritmici; la quarta esaspera la divaricazione timbrica fra registro grave e acuto mentre la quinta introduce l’inquietante, ipnotica variazione sonora del timbro, elemento questo caratteristico del linguaggio pianistico dell’ultimo Beethoven. L’ultima variazione combina insieme parametri già presenti nelle precedenti e porta, attraverso il lento diradarsi del luminoso pulviscolo sonoro del lunghissimo trillo, al ritorno del tema nella sua forma originale, ma ormai trasfigurato in un gesto poetico di struggente, irrecuperabile lontananza.

 

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§ Intervista | Matilde Urbani

Gli appuntamenti in streaming di sabato 13 e sabato 20 febbraio 2021 vedranno protagonista l’Orchestra Vincenzo Galilei della Scuola di Musica di Fiesole diretta da Edoardo Rosadini. In programma Le quattro stagioni di Antonio Vivaldi, che verranno trasmesse in due parti: La primavera e L’estate nel primo concerto, L’autunno e L’inverno nel secondo. I quattro Concerti vivaldiani vedranno impegnati nel ruolo solistico un violinista sempre diverso dell’orchestra.

Vi proponiamo l’intervista a Matilde Urbani, violino solista de L’inverno.

Ci parli della tua formazione musicale?
Ho iniziato a studiare violino a sei anni e mezzo, all’Istituto “Lorenzo Perosi” di Biella, con Paola Giammarinaro, che è stata un’allieva di Corrado Romano. Poi ho deciso di proseguire il mio percorso alla Scuola di Musica di Fiesole con Duccio Ceccanti, che è tuttora il mio insegnante: con lui ho fatto gli ultimi due anni di Preaccademico e il Triennio. Mi sono laureata lo scorso luglio, e adesso sono iscritta al Biennio, sempre a Fiesole, dove studio con Lorenza Borrani e Yair Kless.

Quali sono le principali differenze che trovi fra suonare in solo, fare musica da camera (in quartetto o con pianoforte), e suonare come solista con orchestra?
L’impostazione del musicista alla Scuola di Musica di Fiesole parte già improntata verso una dimensione cameristica, sia in orchestra, sia in formazioni ridotte. Si comincia con le orchestre per i più piccoli: il pensiero è di educare il musicista sin da piccolo, quando suona, alla comunicazione con gli altri. Penso sia fondamentale non pensare al solista come a un elemento estraneo all’orchestra, anche se molte volte mi capita di sentire questo scollamento, nei concerti che ascolto. Il musicista di oggi, secondo me, deve essere veramente cosmopolita e avere la capacità di adattarsi a qualsiasi situazione; in orchestra, per esempio, deve poter fare il direttore anche quando un vero direttore non c’è (come in questo caso). Penso che un musicista debba puntare ad avere una versatilità tale da potersi muovere con disinvoltura in tutte le situazioni, anche diverse. Alla base di tutto, in ogni caso, deve esserci la comunicazione fra i musicisti.

Come è stato suonare da solista ne Le quattro stagioni? Come hai vissuto questa esperienza, l’interazione con il direttore e con l’orchestra?
Io avevo già suonato come solista ne Le quattro stagioni, non con i miei colleghi di adesso ma circa quattro anni fa. Era stata un’esperienza totalmente diversa. A parte l’organico, che era molto più esteso, c’era la presenza del direttore d’orchestra, Edoardo Rosadini. Questa volta, invece, suonare senza direttore e come Konzertmeister si è rivelata un’esperienza incredibile che mi ha arricchita molto, e che mi ha permesso di entrare dentro al pezzo in profondità. Per esempio, ho capito che non posso dare sempre lo stesso tipo di attacco all’orchestra ma che ci sono delle variazioni minime… ed è fondamentale conoscere benissimo anche le parti degli altri strumenti. È stato uno studio molto interessante per me, che è andato ben oltre il ruolo da solista.

Durante il lockdown e la chiusura dei teatri hai partecipato ad altri concerti come questo? In generale, cosa ne pensi di queste iniziative?
Credo che i concerti in streaming siano una buona alternativa, per ora. Dato che non ci sono altri modi per raggiungere il pubblico con la musica, penso che questo sia il modo migliore. Fortunatamente, abbiamo questo strumento. La nostra speranza, in ogni caso, è quella di tornare presto a esibirci dal vivo, che è quello per cui siamo nati e siamo stati cresciuti come musicisti.

 

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§ Intervista | Angela Tempestini

Gli appuntamenti in streaming di sabato 13 e sabato 20 febbraio 2021 vedranno protagonista l’Orchestra Vincenzo Galilei della Scuola di Musica di Fiesole diretta da Edoardo Rosadini. In programma Le quattro stagioni di Antonio Vivaldi, che verranno trasmesse in due parti: La primavera e L’estate nel primo concerto, L’autunno e L’inverno nel secondo. I quattro Concerti vivaldiani vedranno impegnati nel ruolo solistico un violinista sempre diverso dell’orchestra.

Vi proponiamo l’intervista ad Angela Tempestini, violino solista de L’autunno.

Ci parli della tua formazione musicale?
Ho cominciato a suonare a quattro anni alla Scuola di Musica di Campi Bisenzio – che è la città dove sono nata e dove vivo – con Beatrice Bianchi. Poi, in seconda media mi sono iscritta alla Scuola di Musica di Fiesole, dove studio con Boriana Nakeva; nel frattempo, sto continuando a studiare anche con Beatrice Bianchi, che insegna al Liceo Musicale che frequento.

Quali sono le principali differenze che trovi fra suonare in solo, fare musica da camera (in quartetto o con pianoforte), e suonare come solista con orchestra?
Questa è una domanda molto complessa, per noi violinisti in particolare. Al contrario della maggior parte dei musicisti, che spesso viene indirizzata alla carriera solistica, a Fiesole siamo improntati verso un altro percorso, che è quello del suonare insieme. Fin da piccoli suoniamo insieme agli altri, sia facendo musica da camera sia in orchestra. Questa è, secondo me, la bellezza di studiare a Fiesole e dell’insegnamento di Piero Farulli. 

Come è stato suonare da solista ne Le quattro stagioni? Come hai vissuto questa esperienza, l’interazione con il direttore e con l’orchestra?
Personalmente, suonare in orchestra è un’esperienza che mi riempie e mi completa, in particolare quando suono Le quattro stagioni di Vivaldi, che è un pezzo che sento molto caro, con cui sono cresciuta. Quando suono in orchestra, mi sento parte di un tutto, mi sento me stessa. La visione che la Scuola di Musica di Fiesole ci ha trasmesso è che il solista è solo una parte del pezzo e non potrebbe mai funzionare senza l’orchestra, e così viceversa. Le quattro stagioni è un pezzo per violino, orchestra d’archi e basso continuo, dove tutti sono parte di un insieme. Un’altra cosa bellissima di questa esperienza è che ognuno impara dagli altri: il solista ha una parte importante, ma deve fare gioco di squadra con gli orchestrali. 

Durante il lockdown e la chiusura dei teatri hai partecipato ad altri concerti come questo? In generale, cosa ne pensi di queste iniziative?
Di registrazioni ne abbiamo fatte tante in questo periodo. La carica che si ha con una registrazione è sicuramente molto diversa rispetto a quella che si prova durante un’esecuzione dal vivo. Le registrazioni possono essere molteplici mentre il concerto è unico, davanti a un pubblico che partecipa a quel momento insieme a te. Una cosa per me molto dolorosa, nonostante ormai sia passato un anno da quando ho iniziato a fare concerti in streaming, è finire l’ultima nota di un concerto e rimanere nel silenzio, senza una risposta del pubblico. Questa cosa mi intristisce non solo quando suono io, ma anche quando vedo concerti online. È spiazzante.

 

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§ Intervista | Edoardo Rosadini

In vista dei concerti del 13 e 20 febbraio 2021, con Le quattro stagioni di Vivaldi in streaming live dal Teatro della Pergola, pubblichiamo l’intervista a Edoardo Rosadini, direttore dell’Orchestra Vincenzo Galilei della Scuola di Musica di Fiesole.

Quanto tempo hai lavorato con i ragazzi dell’orchestra per preparare questo lavoro?
Questo lavoro è cominciato lo scorso autunno, in occasione di concerti che abbiamo tenuto alla Manifattura Tabacchi di Firenze e al Teatro della Pergola, dove abbiamo presentato il progetto de Le quattro stagioni di Vivaldi. Successivamente, siamo tornati a lavorare su questi brani entrando ancora più nel dettaglio in vista di questa occasione per gli Amici della Musica di Firenze.

Quali sono gli aspetti (musicali, interpretativi) di questo lavoro su cui hai insistito particolarmente con i solisti?
Ci siamo visti con i quattro solisti prima delle prove con l’orchestra. Per far sì che il brano avesse una sua coerenza dal primo al quarto Concerto, ho cercato di fare un lavoro con i solisti conservando la loro personalità e il loro modo di suonare, ma anche trovando dei tratti comuni per individuare una lettura che fosse il più unitaria possibile. Abbiamo lavorato sull’aspetto della descrizione: siamo andati a guardare i quattro sonetti di Vivaldi cercando di analizzare le diverse situazioni che vengono descritte. Si tratta di descrizioni veramente precise che vanno rese in maniera emozionale con effetti anche, a volte, “primitivi” sullo strumento: per esempio, si sente lo strumento suonato al ponticello, il pizzato fatto in un certo modo, i suoni più tirati, a volti un po’ sporchi… Ci sono sonorità che danno maggiormente idea di un evento naturale, che possono essere resi in maniera molto precisa ma anche abbastanza estrema. La nostra vuole essere una lettura “non ottocentesca”, una lettura molto sincera e semplice. Abbiamo cercato di ottenere un suono molto diretto, con l’arco usato in un certo modo, abbiamo sperimentato, anche dal punto di vista didattico.

E, invece, con l’orchestra?
Io, intanto, mi sono defilato: stavo a trenta-quaranta metri di distanza e i musicisti hanno suonato senza direttore. Abbiamo fatto questa esperienza con il Konzertmeister e il solista, che sicuramente continueremo a fare anche in altre occasioni. I principi sono gli stessi usati per i solisti. L’esperienza del suonare da soli, senza direttore, porta a delle problematiche d’insieme che si risolvono in maniera diversa. La concentrazione, molto spesso, è maggiore e può essere più facile suonare insieme e conoscersi meglio. Questo è un gruppo di ragazzi che sono abituati a suonare insieme (anche in altre formazioni più ristrette, come il quartetto d’archi), quindi è stato piuttosto naturale fare questo lavoro.

Cosa ne pensi di iniziative come questa per mandare avanti l’attività concertistica?
Io sono uno che pur di fare musica, cerco di farla nelle situazioni migliori. Questo tipo di streaming in un teatro, con un’organizzazione che ti dà la possibilità di farlo in uno spazio come il Teatro della Pergola, con dei tecnici bravi, con uno staff attento, ecc., ha sicuramente un valore importante. Allora sì, in questa forma, ben venga anche lo streaming. Per un gruppo di ragazzi giovani fare questa esperienza è fondamentale. Fare un’esperienza di registrazione, con dei microfoni, è molto importante. Se fatte bene come, secondo me, è stata fatta questa minirassegna degli Amici della Musica, allora ha senso anche lo streaming. Se invece deve essere fatto tanto per suonare, tanto per fare, allora ho delle riserve. Meglio aspettare tempi migliori. Fatto così, invece, in un luogo straordinario come la Pergola, o in altri spazi suggestivi, allora ha senso ed è possibile ritrovare il rapporto dei giovani artisti con la musica. Penso che la musica si debba fare e ci si debba sforzare tutti quanti per continuare a fare qualcosa, nei limiti previsti dalla situazione.

Quali sono i futuri dell’Orchestra Vincenzo Galilei?
Alla Scuola di Musica di Fiesole abbiamo un nuovo direttore artistico, Alexander Lonquich, con cui stiamo pensando a progetti per l’orchestra nel corso dei prossimi tre-quattro anni. A breve anche i ragazzi (che ancora non sanno niente!) saranno messi al corrente di questi progetti, che sono tanti: con direttore, senza direttore, con artisti che verranno da fuori, con artisti interni alla Scuola, ci saranno collaborazioni con il teatro e con altre forme d’arte… Noi crediamo tanto in queste contaminazioni fra diverse espressioni artistiche e ci stiamo lavorando. A breve sveleremo tutto!

 

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§ Intervista | Wenxiao Zou

Gli appuntamenti in streaming di sabato 13 e sabato 20 febbraio 2021 vedranno protagonista l’Orchestra Vincenzo Galilei della Scuola di Musica di Fiesole diretta da Edoardo Rosadini. In programma Le quattro stagioni di Antonio Vivaldi, che verranno trasmesse in due parti: La primavera e L’estate nel primo concerto, L’autunno e L’inverno nel secondo.
I quattro Concerti vivaldiani vedranno impegnati nel ruolo solistico un violinista sempre diverso dell’orchestra.

Vi proponiamo l’intervista a Wenxiao Zou violino solista de La primavera.

Ci parli della tua formazione musicale?
Ho iniziato a studiare violino quando avevo sette-otto anni con Xiang Shuanghui, che è stato il mio Maestro di violino a Èzhou, la mia città in Cina. Dopo due anni, purtroppo, il mio Maestro è morto, quindi sono andato al Conservatorio della mia città e ho studiato otto anni lì. Successivamente, sono venuto in Italia. Ho vissuto a Siena per un anno, per imparare bene l’italiano, e poi sono andato alla Scuola di Musica di Fiesole, dove adesso studio con Èva Szabó.

Quali sono le principali differenze che trovi fra suonare in solo, fare musica da camera (in quartetto o con pianoforte), e suonare come solista con orchestra?
È un po’ complicato. Quando studiavo in Cina, non facevo quasi mai musica da camera e studiavo sempre come violino solista. Non c’era un corso di quartetto ma c’era un’orchestra, anche se non dovevo suonarci spesso. Invece, alla Scuola di Musica di Fiesole ho frequentato i corsi di quartetto e di musica da camera, dove ho imparato ad ascoltare gli altri. Questo è stato un insegnamento molto importante, per me. Lavorare sull’ascolto mi è servito per migliorare il mio studio in generale, anche del repertorio solistico.

Come è stato suonare da solista ne Le quattro stagioni? Come hai vissuto questa esperienza, l’interazione con il direttore e con l’orchestra?
È stata un’esperienza bellissima. Avevo già suonato da solista con un’orchestra, proprio con La primavera alla Manifattura Tabacchi di Firenze, lo scorso settembre. Penso sia molto importante che il solista non venga considerato come estraneo all’orchestra ma che si senta parte di un tutto. Orchestra e solista devono essere una cosa sola. Prima di questa esperienza non sapevo come dare l’attacco, ma poi ho imparato con il tempo, anche grazie all’aiuto degli altri musicisti.

Durante il lockdown e la chiusura dei teatri hai partecipato ad altri concerti come questo? In generale, cosa ne pensi di queste iniziative?
I concerti online sono una soluzione accettabile, in mancanza di alternative. In questo momento in cui noi musicisti non possiamo fare i concerti dal vivo, mi sembra l’unica opzione possibile… per ora.

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§ Intervista | Daniele Dalpiaz

Gli appuntamenti in streaming di sabato 13 e sabato 20 febbraio 2021 vedranno protagonista l’Orchestra Vincenzo Galilei della Scuola di Musica di Fiesole diretta da Edoardo Rosadini. In programma Le quattro stagioni di Antonio Vivaldi, che verranno trasmesse in due parti: La primavera e L’estate nel primo concerto, L’autunno e L’inverno nel secondo.
I quattro Concerti vivaldiani vedranno impegnati nel ruolo solistico un violinista sempre diverso dell’orchestra.

Vi proponiamo l’intervista a Daniele Dalpiaz violino solista de L’Estate.

Ci parli della tua formazione musicale?
Ho iniziato a studiare violino a sei anni alla Scuola di Musica di Fiesole con Èva Szabó. Oltre a proseguire tuttora gli studi con lei, frequento anche, da qualche anno, masterclass con Pavel Vernikov e Svetlana Makarova.

Quali sono le principali differenze che trovi fra suonare in solo, fare musica da camera (in quartetto o con pianoforte), e suonare come solista con orchestra?
Tutte queste formazioni hanno un repertorio meraviglioso, anche se diverso. Quella per violino solo è una musica piuttosto impegnativa, che a molti può non piacere. La musica da camera è un altro mondo, con altre sonorità, altri timbri, altri temi. Il repertorio orchestrale è ancora diverso, e bellissimo. Insomma, è difficile confrontare questi mondi musicali. Amo molto suonare in solo ma, in generale, non riesco a dare una mia preferenza, vista tutta questa diversità e bellezza.

Come è stato suonare da solista ne Le quattro stagioni? Come hai vissuto questa esperienza, l’interazione con il direttore e con l’orchestra?
Avevo già suonato come solista ne Le quattro stagioni in più occasioni, per esempio lo scorso settembre alla Manifattura Tabacchi di Firenze. È sempre una bellissima esperienza, sempre nuova: il bello delle esecuzioni è che non sai mai cosa può succedere, non sono mai una uguale all’altra.

Durante il lockdown e la chiusura dei teatri hai partecipato ad altri concerti come questo? In generale, cosa ne pensi di queste iniziative?
Dato per assodato che non vedo l’ora di ricominciare a fare concerti dal vivo, davanti a un pubblico, penso che gli eventi in streaming possano essere, in futuro, integrati nell’offerta concertistica. Per esempio, se volessi sentire un concerto a New York ma non potessi viaggiare, avrei comunque la possibilità di vederlo online. Non sarebbe la stessa cosa, ma sarebbe comunque un compromesso accettabile.

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§ Focus musicale | I sonetti di Vivaldi

I quattro Concerti per violino, orchestra d’archi e basso continuo di Antonio Vivaldi, che aprono l’opera Il Cimento dell’Armonia e dell’Inventione (op. 8) e prendono il nome de Le quattro stagioni, sono accompagnati da quattro sonetti, uno per stagione, probabilmente scritti dallo stesso compositore. I versi dei quattro sonetti sono anche riportati nelle partiture delle opere, in corrispondenza degli episodi musicali a cui fanno riferimento.
In occasione dei concerti in streaming sul canale YouTube di sabato 13 e 20 febbraio 2021, vi proponiamo i quattro sonetti legati ai concerti di Vivaldi.

Partendo dal programma del concerto di sabato 20 febbraio, possiamo notare, nel sonetto de “L’autunno“, come le prime due quartine si riferiscano rispettivamente al primo e al secondo movimento (“Allegro” e “Adagio molto”), mentre le due terzine all’ultimo movimento (“Allegro”).

I.
Celebra il Vilanel con balli e Canti
Del felice raccolto il bel piacere
E del liquor di Bacco accesi tanti
Finiscono col Sonno il lor godere.

II.
Fa’ ch’ ogn’ uno tralasci e balli e canti
L’aria che temperata dà piacere,
E la Stagion ch’ invita tanti e tanti
D’ un dolcissimo sonno al bel godere.

III.
I cacciator alla nov’alba à caccia
Con corni, schioppi, e cani escono fuore
Fugge la belva, e seguono la traccia;

Già sbigottita, e lassa al gran rumore
De’ schioppi e cani, ferita minaccia
Languida di fuggire, mà oppressa muore.

 

Il sonetto relativo all’ultimo Concerto del ciclo, “L’inverno“, presenta invece una suddivisione delle strofe meno regolare: mentre la prima quartina si riferisce interamente al materiale musicale del primo movimento (“Allegro non molto”), al secondo movimento (“Largo”) corrispondono invece solo due versi della quartina successiva; infine, la maggior parte del testo poetico si ritrova nel terzo movimento (“Allegro”), che quindi include gli ultimi due versi della seconda quartina ed entrambe le terzine.

I.
Agghiacciato tremar tra nevi algenti
Al Severo Spirar d’orrido Vento,
Correr battendo i piedi ogni momento;
E pel Soverchio gel batter i denti;

II.
Passar al foco i dì quieti e contenti
Mentre la pioggia fuor bagna ben cento.
 

III.
Caminar sopra il ghiaccio, e a passo lento
Per timor di cader girsene intenti;

Gir forte, sdruciolar, cader a terra
Di nuovo ir sopra ‘l ghiaccio e correr forte
Sin ch’il ghiaccio si rompe, e si disserra;

Sentir uscir dalle ferrate porte
Scirocco, Borea, e tutti i venti in guerra
Quest’è ‘l verno, ma tal, che gioia apporte.

Per quanto riguarda il Concerto di apertura del ciclo, “La primavera“, le prime due quartine del sonetto corrispondono a momenti musicali del primo movimento, la prima terzina si riferisce al secondo movimento e la seconda terzina al terzo.

I.
Giunt’ è la Primavera e festosetti

La Salutan gl’Augei con lieto canto,
E i fonti allo Spirar de’ Zeffiretti
Con dolce mormorio Scorrono intanto

Vengon’ coprendo l’aer di nero amanto
E Lampi, e tuoni ad annuntiarla eletti
Indi tacendo questi, gl’Augelletti
Tornan di nuovo al lor canoro incanto: 

II.
E quindi sul fiorito ameno prato

Al caro mormorio di fronde e piante
Dorme ‘l Caprar col fido can’ à lato.

III.
Di pastoral zampogna al suon festante

Danzan Ninfe e Pastor nel tetto amato
Di primavera all’apparir brillante.

 

Qui di seguito, il sonetto che apre il secondo Concerto della raccolta, “L’estate“. Come nel sonetto precedente, le prime due quartine descrivono il materiale musicale presente nel primo movimento, la prima terzina si riferisce, invece, al secondo movimento e la seconda terzina all’ultimo.

I.
Sotto dura stagion dal sole accesa

Langue l’huom, langue ‘l gregge, ed arde ‘l pino,
Scioglie il cucco la voce, e tosto intesa
Canta la tortorella e ‘l gardellino.

Zeffiro dolce spira, ma contesa
Muove Borea improvviso al suo vicino;
E piange il Pastorel, perché sospesa
Teme fiera borasca, e ‘l suo destino;

II.
Toglie alle membra lasse il suo riposo

Il timore de’ lampi, e tuoni fieri
E de mosche, e mosconi il stuol furioso:

III.
Ah che pur troppo i suoi timor sono veri

Tuona e fulmina il cielo grandinoso
Tronca il capo alle spiche e a’ grani alteri.

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