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Intervista al Quartetto Foné

Potreste raccontarci come vi siete incontrati e com’è nata l’idea di formare il Quartetto Foné?

Il Quartetto Foné si è formato nel 1985 dall’incontro di quattro studenti dei Conservatori di Bologna e di Firenze, tra i quali Paolo Chiavacci e Marco Facchini, appassionati del repertorio quartettistico, affascinati dal mito del Quartetto Italiano e incoraggiati da Franco Rossi che all’epoca era docente di musica da camera al Conservatorio Cherubini di Firenze.

Dopo tanti anni di attività, nel 2011 il Quartetto Foné ha necessariamente intrapreso un percorso di rifondazione e rinnovo del repertorio, accogliendo la violista Chiara Foletto e il violoncellista Filippo Burchietti: discendenti dell’insegnamento cameristico della Scuola di Fiesole, con loro si riunisce idealmente la scuola di quartetto di Piero Farulli a quella di Franco Rossi.

Come si è evoluto il vostro rapporto durante questa lunga carriera e cosa cambia fra suonare in una formazione come la
 vostra e suonare in altre formazioni, o da solisti?

Non c’è dubbio che in più di trent’anni si impara a conoscersi davvero a fondo e si mettono a punto meccanismi di comprensione simili a quelli che si instaurano in un matrimonio. Quindi, insieme con un linguaggio comune (verrebbe da dire un lessico familiare) si crea una sensibilità, una linea interpretativa, un approccio ai diversi compositori che nel tempo diventa la caratteristica del gruppo. Il suonare da solisti o in formazioni diverse prescinde da questo portato di esperienza che permette di andare veramente al fondo delle composizioni che si decide di studiare: c’è capitato più volte di riprendere lo stesso pezzo a distanza di anni e davvero le possibilità di approfondimento, soprattutto con un repertorio come quello del Quartetto, sono infinite.

Il programma che porterete agli Amici della Musica di Firenze, con il violista Duccio Beluffi e la violoncellista Beatrice Pomarico, prevede lavori di Schumann e Brahms. Cosa vi affascina della scrittura
 cameristica di questi due compositori? Quali sono i criteri per cui decidete di assemblare i brani nei 
vostri programmi?

Il repertorio del quartetto è di per sé un ambito con il quale tutti i compositori si sono confrontati, raggiungendovi spesso l’apice della propria produzione; è anche da sempre il luogo della sperimentazione, dove si osa scrivere ciò che le consuetudini e la ricerca del gradimento spesso ci impediscono anche solo di pensare. In questo senso Schumann riveste un ruolo importantissimo, pur partendo da una chiara impronta mendelssohniana e con le spalle gravate dal fardello dell’immensità della scrittura degli ultimi quartetti di Beethoven; ci troviamo così di fronte a pagine intrise di lirismo e poesia che non rinunciano a tentativi di innovazione sperimentale. Ma ciò che ci affascina come esecutori in Schumann e Brahms è il senso di intimità, quasi di tenerezza che pervade alcune pagine (pensiamo al movimento lento del Primo Quartetto o al dialogo fra i vari strumenti nello sviluppo del primo movimento del Sestetto op. 18) che è veramente la cifra, anche umana, del microcosmo quartettistico: il suonare insieme assume un significato particolare, si tramuta nella ricerca di un sentire comune, di una sensibilità collettiva che è l’anima della musica da camera.

Il vostro repertorio è aperto da molti anni anche alla musica brasiliana (Alberto Nepomuceno,
 César Guerra-Peixe, Heitor Villa-Lobos, Chico Buarque, e altri ancora), sia solo strumentale, sia
 con la voce. Può spiegarci cosa vi attrae di questi autori e del mondo sonoro brasiliano?

Il contatto con la musica Brasiliana è stato stimolato dalla richiesta dell’Ambasciata Brasiliana a Roma di preparare un programma con compositori brasiliani. Siamo sempre stati aperti a repertori nuovi o poco “frequentati”, per cui ci siamo immersi in questo nuovo mondo sonoro con entusiasmo, scoprendo autori e composizioni davvero notevoli.

D’altra parte la ricerca di nuovi orizzonti musicali è nostro segno distintivo, come anche la riscoperta di autori e composizioni dimenticati. Nel 2015, infatti, in occasione del 150° anniversario di Firenze Capitale, abbiamo ritrovato ed eseguito i quartetti vincitori dei concorsi di composizione indetti dalla prima Società del Quartetto d’Italia (quella di Firenze, nel 1861!), custoditi nella biblioteca del Conservatorio Cherubini, Società del Quartetto che abbiamo rifondato.

Avete progetti in cantiere di cui vorrebbe raccontarci?

Stiamo proponendo alle società concertistiche un programma molto originale: si tratta di un percorso che si sviluppa all’interno del repertorio, quello più curioso e sorprendente, del quartetto d’archi alla scoperta del ritmo in tutte le sue accezioni. Il programma è composto da una serie di piccoli assaggi che spaziano dai ritmi dispari di Béla Bartók alle rielaborazioni world music di Giovanni Sollima, dagli spostamenti metrici di Robert Schuman e Beethoven ai sincopati di George Gershwin e Duke Ellington, dal sommo Bach delle variazioni Goldberg ai ritmi latini di Heitor Villa-Lobos e Astor Piazzolla. Per questo progetto il quartetto Foné ha anche commissionato ad alcuni compositori italiani di fama alcune trascrizioni o arrangiamenti di musiche di Nanni Svampa e Chick Corea.

Le esecuzioni vengono supportate da spiegazioni ed esempi, in tono colloquiale e con l’aiuto di supporti multimediali, dando vita a un rapporto con il pubblico diverso da quello al quale siamo normalmente abituati nelle sale da concerto.

(Intervista a Filippo Burchietti, violoncellista Quartetto Foné)

Per informazioni sul concerto del Quartetto Foné, cliccare qui.

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Intervista a Giuseppe Albanese

Il programma che eseguirà nella Stagione degli Amici della Musica di Firenze ha come protagonisti Claude Debussy e Fryderyk Chopin. Quali sono le ragioni per cui ha deciso di eseguire questi due compositori? Quali affinità trova fra i due?

Una caratteristica che può accomunare un po’ questi autori è una tendenza all’introversione. Sono autori sicuramente con un universo interiore sterminato, ma generalmente – non ne voglio fare una regola – orientati più verso l‘introversione. Raramente il pianoforte di questi due autori esplode, letteralmente. Può succedere, ma raramente esplode, raramente grida; semmai parla o canta, se posso dire così.

Un’altra cosa che mi ha sempre affascinato è che l’ultima produzione chopiniana è quella che, non a caso, si sente spesso definire come pre-impressionistica. Penso a un determinato uso delle tonalità da parte di Chopin o di determinati arpeggi. Oppure, a volte, c’è in Chopin quasi un’onomatopea che ricorda l’acqua. Sono tutte caratteristiche che poi si ritrovano compiutamente nell’opera di Debussy. Inoltre, Chopin e Debussy sono autori dalla personalità fortissima, riconoscibilissima, una cifra stilistica praticamente inimitata e inimitabile: Chopin un genio indiscusso dell’epoca romantica, ma sicuramente Debussy uno degli autori che di più ha rotto con la tradizione e che quindi, a suo modo, è un unicum. Sicuramente hanno in comune questa fortissima riconoscibilità e personalità.

Un’altra cosa che mi è sempre piaciuta di questi due autori è che spesso e volentieri celebrano nelle loro opere il senso della lontananza. In Chopin questo avviene come lontananza dalla propria patria, in Debussy invece come celebrazione della lontananza geografica, quindi spaziale e temporale. Spaziale perché Debussy si rifà a stilemi stilistici esotici o arcaici, per esempio alla gloriosa epoca del clavicembalismo francese del Seicento e del Settecento. Ecco, in entrambi ho notato questi tratti in comune.

In generale, come sceglie i programmi da portare in pubblico? Segue criteri specifici per assemblare i brani o ha periodi con focus su autori in particolare?

Questa domanda è molto difficile, ci sarebbe da rispondere per ore. Dico che osservo una molteplicità di criteri e mi baso naturalmente sull’occasione o sul contesto. Ogni concerto è diverso, ogni società che mi invita è diversa e ha proprie tradizioni. Generalmente cerco di soddisfare i fondamenti individuati da Quintiliano nella sua arte retorica, cioè il docere, il movere e il delectare. Il docere è l’insegnare, quindi l’aspetto culturale di un programma: quando possibile e, soprattutto, quando richiesto, occorre cercare di allestire un programma come il curatore di un museo farebbe con una mostra. Quindi trovare un fil rouge, degli aspetti in comune o – perché no? – radicalmente opposti tra le opere presentate. Il movere è non tralasciare l’aspetto del commuovere il pubblico, quindi la veicolazione dei contenuti umani della musica, i quali sono la materia universale che fa dire a molti – sbagliando – che la musica sia un’arte universale. La musica non è affatto un linguaggio universale, ma lo è nella misura in cui comunica dei contenuti umani, quelli che, in quanto tali, sono comuni a tutti gli esseri umani. Ma il linguaggio è assolutamente non universale perché cambia da cultura a cultura. Infine, non tralascio il delectare, cioè l’aspetto spettacolare del divertimento. Ripeto, i contesti cambiano ma non bisogna – oggi in particolare – demonizzare l’aspetto del divertimento del pubblico, della piacevolezza. Spesso si demonizza e si vede con occhio un po’ bigotto l’aspetto più salutare del divertimento, cioè la componente spettacolare del concerto.

Non credo che gli esecutori debbano a tutti i costi confrontarsi e competere con i dischi perché i dischi vincerebbero sempre. Bisogna invece cercare sempre la dimensione del concerto pubblico, che è quella irrinunciabile per la quale il pubblico ancora viene ai concerti.

Può succedere che io abbia un focus per determinati autori ma, quando arriva, arriva perché semplicemente mi nasce da dentro una sensazione di affinità che ritengo di avere con un determinato autore. Spesso mi è capitato con Schumann, per esempio. Anche senza rendermene conto, anche in periodi di tournée in cui sono impegnato a suonare tutt’altro, mi ritrovo a volte a suonare molto Schumann in casa perché è un autore che sento molto congeniale. Anche Liszt, per ovvie ragioni – chi conosce il mio curriculum lo sa – ma ripeto che Schumann è un autore che mi attira moltissimo ed è per questo che lo suono tutte le volte che posso. Fanno eccezione naturalmente i programmi monografici, oppure i tour legati alle mie registrazioni. La mia ultima registrazione era un programma monografico su Liszt che ancora oggi, a distanza di svariati mesi dall’uscita, continuo a presentare in giro per il mondo.

Lei ha una formazione ampia, avendo affiancato agli studi musicali una laurea in filosofia (sull’estetica di Franz Liszt nelle Années de Pèlerinage). In che modo lo studio di questa disciplina ha influenzato la sua attività di musicista? Sta continuando i suoi studi nel campo filosofico?

Come madre di tutte le discipline, la filosofia aiuta a mantenere sempre visibili e presenti alla propria coscienza le cause e i fini ultimi del fare arte. Ho sempre pensato che alla base di tutto il filosofeggiare e del fare arte dell’essere umano vi sia il senso di stupore per il creato, per la realtà del mondo che ci circonda. E mi piace pensare che chi reagisce razionalmente a questo stupore diventa uno scienziato o un filosofo, mentre chi reagisce emotivamente generalmente diventa un artista. Lo studio della filosofia è molto importante e utile, sia per comprendere i contesti storici in cui le opere che eseguiamo videro la luce, sia per individuare meglio il senso di queste opere, in modo da improntare le proprie interpretazioni alla comunicazione di questo senso. Non parliamo poi di tutte quelle composizioni da inquadrare come prodotti stessi di una temperie culturale, per comprendere la quale la filosofia è non solo ottimale ma necessaria.

Ho nominato prima Schumann ma avrei potuto fare la stessa cosa con Debussy, con Liszt, con Beethoven. Avendo questa concezione, la filosofia mi ha aiutato a mantenere il mio umanesimo di fondo e a considerare sempre la musica, al pari della filosofia stessa, come il prodotto di una temperie culturale. Addentrarsi in determinata letteratura romantica o del primo Novecento senza conoscere il pensiero in voga in quel periodo è riduttivo e produce interpretazioni generiche, non caratteristiche, vale a dire che non entrano nello specifico. Se si conosce il contesto culturale in cui è nata una certa opera forse è possibile anche capire meglio il senso di questa opera. Aristotele diceva scire per causas, cioè conoscere attraverso le cause: puoi conoscere qualcosa quando ne conosci principalmente la causa. Poiché ci pone costantemente interrogativi, la filosofia aiuta, anche a livello metodologico, la ricerca e la produzione del senso di ciò che interpretiamo.

È un musicista che si dedica principalmente al repertorio classico e romantico: nel 2017, quali sono le sfide e le responsabilità di occuparsi di un repertorio che ha fatto la storia della nostra tradizione musicale? Può parlarci del suo rapporto con la musica contemporanea?

Al Concorso Busoni del 2003 ho vinto il premio speciale per l’esecuzione dell’opera contemporanea. Alcuni autori italiani mi hanno dedicato loro brani e alcuni festival di musica contemporanea, come quello della Biennale di Venezia, mi hanno invitato. Se proprio dovessi rientrare in una classificazione, forse più che classico e romantico direi che sono romantico e moderno, nel senso che prediligo il repertorio anche moderno.

Naturalmente c’è da dire che il pianoforte è strumento romantico per eccellenza. Quindi, salvo casi eccezionali – pensiamo a Gould per dire un nome su tutti, che ha saltato quasi interamente la letteratura romantica concentrandosi su quella barocca e contemporanea – è quasi inevitabile che ci si ritrovi soprattutto in un repertorio squisitamente concepito per questo strumento negli anni in cui, per di più, esso viveva il suo tempo più glorioso. Con l’eccezione dei pianisti che si dedicano tantissimo al classicismo viennese, al barocco oppure al contemporaneo, è abbastanza normale che spadroneggi il repertorio romantico e moderno che è quello più squisitamente pianistico.

Sì, vorrei avere anche in futuro contatti con la musica contemporanea. Spesso per musica contemporanea intendiamo una certa musica concepita dagli anni ‘60 agli anni ‘80, ma non dimentichiamo che si continua a scrivere. Proprio oggi è interessante vedere come questo linguaggio si stia evolvendo e non sia più sinonimo di musica ostica o incomprensibile. È veramente molto affascinante vedere lo sviluppo della scrittura oggi: siamo in un periodo in cui, come in parte avveniva nei tempi passati, sempre di più il pubblico apprezza la figura del compositore-interprete, non solo quella dell’esecutore. Quindi sono molto interessato a questo tipo di scrittura, specialmente a compositori contemporaneissimi che non rifiutano a priori il contatto con il pubblico, privilegiando esclusivamente la ricerca nel campo musicale visto come organo in evoluzione.

Le sfide degli interpreti di oggi sono soprattutto quelli di studiare a fondo l’interpretazione dei brani col coraggio di svincolarsi anche, se è il caso, da determinati cliché, a patto che la propria interpretazione risulti originale ma non arbitraria. Si tratta insomma di riattualizzare costantemente le musiche del passato, mettendole anche in relazione al gusto o, se preferisce, alla precipua ricettività di oggi. Intendo riferirmi a come il pubblico di oggi reagisce a determinate armonie e forme che, al tempo in cui furono scritte, venivano percepite in un certo modo. Oggi, che siamo forse un po’ più assuefatti, occorre – come diceva Busoni – cercare di ricreare e riattualizzare sempre l’opera, in un certo senso aggiornandola ma, ripeto, non stravolgendola. Si tratta di agire nel campo squisito dell’interpretazione.

Le sue ultime uscite discografiche sono state con la prestigiosissima etichetta discografica Deutsche Grammophon (Fantasia del 2014 e Après une lecture de Liszt del 2015). Ha altre incisioni in cantiere?

Ho in lavorazione una incisione, questa volta con orchestra. Non vorrei svelare il programma, dico solo che sono protagonista di concerti con orchestra e non di un recital solistico.

Per maggiori informazioni sul concerto di Giuseppe Albanese, cliccare qui.

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Amici della Musica e Teatro della Toscana

PER GLI ABBONATI DEGLI AMICI DELLA MUSICA
Sconto per gli spettacoli delle Stagioni del Teatro della Toscana nei giorni indicati, dietro esibizione dell’abbonamento Amici della Musica 2017/2018 presso la cassa di prevendita o serale del Teatro della Pergola.

STAGIONE TEATRO DELLA PERGOLA
Platea 30€, invece di 34€
Palco 22€, invece di 26 €
Galleria 16€, invece di 18€
Ogni tessera presentata dà diritto a massimo due riduzioni, il martedì, il giovedì e il sabato.

STAGIONE TEATRO STUDIO ‘MILA PIERALLI’
Posto unico a 12€, invece di 14€
Ogni tessera presentata dà diritto a massimo due riduzioni, dal martedì alla domenica

PER GLI ABBONATI DEL TEATRO DELLA TOSCANA
Sconto per gli spettacoli in abbonamento della Stagione Concertistica 2017/2018 degli Amici della Musica, dietro esibizione dell’abbonamento o della tessera di riconoscimento presso la cassa di prevendita o serale del Teatro della Pergola.
Platea, Palchi I ordine e I settore del Saloncino: 21€, invece di 25€
Palco centrale, Palchi II e III ordine e II settore del Saloncino: 17€, invece di 20€
Galleria: 12€, invece di 14€
Massimo due biglietti ridotti ad abbonamento.

PER PERGOLA26
Prezzo ridotto a 10€ su alcuni dei concerti della Stagione Concertistica 2017/2018 degli Amici della Musica, dietro esibizione dell’abbonamento o della tessera di riconoscimento presso la cassa di prevendita (1€ di costo aggiuntivo di prevendita) o serale del Teatro della Pergola.
Massimo due biglietti ridotti ad abbonamento.
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Fortissimissimo 2018: Intervista a Silvia Frigato

Qual è il primo ricordo della tua vita legato alla musica che ti viene in mente?

Il primo ricordo che mi viene in mente è il canto di mio papà, che mentre lavorava nel nostro garage cantava a piena voce una canzone il cui ritornello recitava: ”Mai, mai, mai ti lascio, mai, mai, mai, da sola…”.

Come mai hai iniziato a studiare musica?

Anche in questo caso le ragioni della mia scelta sono da ricondurre all’ambito familiare: nella mia famiglia, infatti, la musica è sempre stata molto presente; i miei genitori e tutti i miei parenti cantavano e ballavano, mio fratello cominciò a studiare pianoforte al conservatorio; oltre a ciò, negli anni d’asilo Suor Teresa riconobbe in me un particolare talento per il canto, tanto che all’età di cinque anni mi fece debuttare come solista in una messa pontificale.

Quando hai capito che eri brava in quello che stavi facendo e che questa attività avrebbe occupato una parte importante della tua vita?

Credo in occasione della vittoria del Concorso Internazionale di Canto Barocco di Napoli; è lì che conobbi Sara Mingardo, che per me è stata ed è una figura di riferimento imprescindibile.

Ci sono stati dei momenti in cui avresti voluto mollare tutto e cambiare direzione?

Purtroppo l’ambito artistico non è sempre bellezza e perfezione, dunque qualche momento di scoraggiamento c’è stato, per fortuna poi brillantemente superato.

Qual è il momento più emozionante che ricordi della tua carriera musicale?

Ci sono tanti momenti che ricordo con particolare emozione: ho avuto l’onore e il piacere di partecipare a produzioni importanti che mi hanno insegnato molto: Monteverdi alla Scala con Alessandrini e Wilson, le magnifiche produzioni con Sir Gardiner… Forse, però, l’esperienza più toccante l’ho vissuta qui a Firenze con il Pelléas et Mélisande di Debussy diretto dal Maestro Gatti, con la regia di Daniele Abbado.

C’è un brano musicale a cui sei particolarmente legata? Vuoi dirci qual è e come mai?

Sì: Membra Jesu Nostri di Buxtehude, fonte inesauribile di ispirazione spirituale e musicale.

Hai altre passioni oltre a cantare (sport/lettura/viaggi/hobby vari/ecc.)?

Mi piace moltissimo nuotare, in realtà mi piace l’acqua in generale, il mare mi affascina e mi rasserena. Quando posso non perdo l’occasione di perdermi nella sua vastità.

Ascolti altri tipi di musica oltre a quella che canti/porti in concerto? Se sì, quali?

Ci sono molti artisti non appartenenti al mio ambito che ammiro; in particolare ascolto spesso De André, Amy Winehouse, Mia Martini, Mina, Jamiroquai, Björk, Betty Carter.

C’è un disco – di qualsiasi genere – che consiglieresti a tutti di ascoltare?

Consiglierei Non al denaro non all’amore né al cielo di Fabrizio De André.

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Vittorio Montalti – compositore in residenza

Il compositore romano Vittorio Montalti (1984) si diploma in composizione con Alessandro Solbiati al Conservatorio di Milano e in pianoforte con Aldo Tramma al Conservatorio S. Cecilia di Roma.
In seguito, studia composizione con Ivan Fedele all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e musica elettronica all’IRCAM-Centre Pompidou di Parigi. Vince il Leone d’Argento al Festival Internazionale di Musica Contemporanea della Biennale di Venezia nel 2010 e, lo scorso anno, il premio “Una Vita nella Musica” del Gran Teatro La Fenice di Venezia. Riceve commissioni da importanti istituzioni musicali; molti suoi lavori sono presentati in festival e teatri di tutto il mondo: Teatro dell’Opera di Roma, Gran Teatro La Fenice, La Biennale di Venezia, Teatro Regio di Parma/Festival Verdi, I Teatri di Reggio Emilia/Festival Aperto, Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto, Accademia Filarmonica Romana, New York Philharmonic, IRCAM-Centre Pompidou, ORT-Orchestra della Toscana, Milano Musica, Festival Traiettorie, Ex Novo Musica, Bergamo Musica Festival, Divertimento Ensemble – Rondò, Festival Pontino.
Nel 2013 è stato compositore in residenza dell’Istituto Italiano di Cultura a Parigi e nel 2014 ha ottenuto la “Marcello Lotti Italian Fellowship in musical composition” all’American Academy di Roma. Nel 2017 è compositore in residenza presso Civitella Ranieri e a Fortissimissimo Firenze Festival. Vittorio Montalti ha una grande passione per il teatro musicale: ha scritto due opere da camera su libretti di Giuliano Compagno, ha lavorato con registi teatrali come Alessio Pizzech, Claudia Sorace/Muta Imago e Giancarlo Cauteruccio e, attualmente, sta realizzando una nuova opera commissionata dal Teatro dell’Opera di Roma. Inoltre, è insegnante di composizione al Conservatorio di Rodi Garganico e di composizione elettroacustica al Conservatoire de Tours (Francia). La sua musica è pubblicata dalle Edizioni Suvini Zerboni di Milano.

Photo © Claude Pavy

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Intervista al Trio Libra

Il Trio Libra è formato da Roxana Ligia Visinescu (violino), Giacomo Petrucci (violoncello) e Debora Tempestini (pianoforte). Nel 2015 si conoscono nella classe di musica da camera di Rolando Russo al Conservatorio di Firenze. In questa tripla intervista abbiamo cercato di conoscerli meglio, in vista del loro concerto a Fortissimissimo il 4 ottobre.

Qual è il primo ricordo della tua vita legato alla musica che ti viene in mente?

Roxana: Me lo ricordo come ieri: il mio primo saggio e tutta quella gente grande che applaudiva, non capivo molto cosa stesse succedendo.

Giacomo: Il mio primo ricordo legato alla musica che mi viene in mente è quando ho visto e pizzicato per la prima volta le corde del contrabbasso di mio padre: ho ancora vivido il ricordo dello stupore incredulo che provai nel sentire la vibrazione e il suono, la voce grave e profonda dello strumento.

Debora: Il mio primo concorso di pianoforte, il “Giulio Rospigliosi” di Lamporecchio, avevo 7 anni. Suonavo il Minuetto in SOL maggiore di Bach e il Notturno in Mib maggiore di Chopin, e sfoggiavo il mio vestito rosso preferito. Ho vinto il primo premio ed ero entusiasta.

Come mai hai iniziato a suonare uno strumento musicale?

Roxana: Ci sono persone che raccontano che hanno scelto da soli lo strumento , per il suono, per la bellezza. Io non sono una di loro: a me è successo il contrario, è stato il violino a scegliere me. Ero piccola, facevo ginnastica artistica e mi piaceva. Amavo giocare fuori, con le capre, nella foresta, con gli altri bambini… Poi ho avuto un incidente durante l’allenamento . Mia nonna, per consolarmi, mi ha messo il violino in mano e mi ha detto: “D’ora in poi giochi con questo.” Ho fatto bene a fidarmi di lei.

Giacomo: Ho iniziato a suonare uno strumento musicale perché ne avevo bisogno, ‘sentivo’ che dovevo suonare; è sempre stata e lo è tuttora una necessità psicofisica fortissima.

Debora: Mio padre è sempre stato un grande appassionato di musica colta, pur non avendola mai studiata, ed è stato lui ad avvicinarmi a questo mondo, lasciandomi strimpellare sul pianoforte digitale che avevamo in casa; dopodiché, in concomitanza con l’inizio della scuola elementare, decise di iscrivermi al corso di pianoforte nella Scuola di Musica della mia città.

Quando hai capito che eri bravo in quello che stavi facendo e che questa attività avrebbe occupato una parte importante della tua vita?

Roxana: Che ero brava me lo dicevano da piccola, essere brava adesso è un’altra storia…

Giacomo: Il mio percorso di studi musicali mi ha permesso di confrontarmi con nuove realtà, incontrare musicisti, ma soprattutto persone, e di condividere con loro pensieri, idee ed emozioni, facendomi sentire ogni giorno più fortunato e grato di vivere e seguire una passione, la musica che occupa una parte importantissima della mia vita.

Debora: Non ricordo con esattezza. Nonostante tutti i concorsi vinti precedentemente, però, oserei dire non prima di 14 anni: il giorno del mio compleanno ho dato da privatista l’esame del quinto anno di Pianoforte, ricevendo un bel 10. Prima di allora suonavo principalmente per rendere orgogliosi i miei genitori, ma da quando poi mi sono iscritta al Conservatorio ho capito che poteva diventare qualcosa di davvero prezioso per me personalmente.

Ci sono stati dei momenti in cui avresti voluto mollare tutto e cambiare direzione?

Roxana: Più volte mi è capitato di mollare tutto, perfino la mia casa in due diversi Stati, ma il violino mai. Fa parte di me, la custodia del violino è casa mia, avvera i miei sogni, mi porta verso orizzonti lontani. Viaggiare ormai per me significa violino, spazzolino, vestito da concerto e si parte!

Giacomo: No, non ho mai avuto momenti simili.

Debora: Non esattamente, ma proprio quest’anno ho avuto un crollo della motivazione a seguito di un paio di sconfitte importanti, che mi hanno fatto molto riflettere su cosa volessi davvero fare con il pianoforte. Non ho mai pensato di voler smettere di suonare, ma non avevo mai notato quanto mi rendesse felice suonare a fianco di altri, come maestro collaboratore o come membro di un ensemble da camera, più che da solista; da quando ho realizzato questo fatto mi sento molto più serena.

Ci raccontate come vi siete conosciuti con gli altri musicisti del quartetto? Cosa ti piace del modo di suonare degli altri e come mai avete scelto di lavorare insieme?

Roxana: La mia fortuna di lavorare insieme a Debora e Giacomo la devo al Maestro Russo che ci ha uniti per le sue lezioni di Musica da camera. Ho imparato tantissimo suonando con loro, sono straordinari! Debora è la nostra forza, il motore del gruppo! Ha il dono della pazienza e della gentilezza, e cerca sempre l’estrema cura del dettaglio. Giacomo è una stella, si mette sul palco e viene fuori musica, brilla. È un piacere suonare con loro!

Giacomo: Io, Roxana e Debora ci siamo incontrati nella classe del M° Russo nel corso di Musica Da Camera al Conservatorio Luigi Cherubini di Firenze: ci troviamo molto bene insieme, abbiamo idee e pensieri comuni… È un grandissimo piacere suonare con loro!

Debora: Due anni fa fummo assegnati a frequentare il corso di Musica da camera insieme, presso il Conservatorio di Firenze, nella classe del M° Russo. Sebbene fosse iniziata come un’esperienza obbligatoria, mi resi conto che avevo accanto due musicisti davvero bravi, e soprattutto due persone meravigliose. Persone le cui idee musicali a volte hanno cozzato con le mie, ma con cui ho potuto discutere i più intimi dettagli dei nostri pezzi; persone che ho visto crescere musicalmente, e che hanno visto crescere me. L’anno successivo eravamo di nuovo insieme, in quintetto con altri due bravissimi musicisti, e anche questa prova non ha fatto altro che renderci ancora più uniti, al punto di voler a ogni costo riprendere il trio: dopo mesi e mesi di stallo, ci accorgemmo tutti e tre che il nostro pezzo dell’origine, il trio “Dumky” di Dvořák, era diventato ancora più bello: eravamo maturati, ognuno personalmente, ma anche e soprattutto insieme, come gruppo, e come amici.

Qual è il momento più emozionante che ricordi della tua carriera musicale?

Roxana: Sono tanti i momenti, e poi io mi emoziono facilmente…

Giacomo: Il momento più emozionante è stato quando per la prima volta ho suonato insieme ad altre persone: suonare insieme e condividere emozioni ed esperienze è la cosa più bella che esista.

Debora: Eseguire il Concerto op.23 di Čajkovskij con l’Orchestra del Conservatorio di Firenze. Un anno prima avevo accennato alla mia insegnante di pianoforte, prof.ssa Carunchio, di volerlo studiare per il Diploma, e lei mi guardava le manine e diceva: “Perché no, proviamoci.” Da mesi lo studiavo con passione e grinta, innamorata. Poi l’audizione, a cui proprio lei mi accompagnava al secondo pianoforte, e pochi giorni dopo la stupenda notizia della mia selezione. Le prove, gli incontri con il Direttore d’orchestra, M° Ciardi, l’emozione di sentire tutti quei timbri accanto a me. Ero piccola in confronto all’orchestra, ma felice.

Hai altre passioni oltre a suonare il tuo strumento (sport/lettura/viaggi/hobby vari/ecc.)?

Roxana: Il mio sogno è fare il giro del mondo in solitaria in barca a vela, fermandomi da porto in porto intorno al mondo e suonare per la gente che trovo lì, gente dei porti, persone che vivono all’ancora o appena ormeggiate. È bello vederle felici e sorprese per la musica in mezzo al mare. Come tutti i sognatori veri, ho iniziato ad organizzarmi nella realtà, e dopo aver preso la patente nautica senza limiti ho iniziato con il lavoro in mare per fare esperienza e diventare anche una brava velista. Quest’estate sono stata due mesi in mare su quattro barche diverse, durante i quali ho visto ogni alba e tramonto del sole, il cielo così pieno di stelle come non l’avevo mai visto sulla terra ferma, i delfini, una grande tartaruga acquatica e tanti, tanti pesci. Ho suonato in porti lontani, ho sentito storie fantastiche di terre per me sconosciute, e ho incontrato gente meravigliosa.

Giacomo: Sì, ho una passione per la pesca sportiva, un’attività che mi rilassa particolarmente.

Debora: Amo molto disegnare e giocare ai videogiochi di genere giallo, fantasy, fantascienza e life simulation. Sono inoltre una grande appassionata di fumetti, ho letto molti manga e mi sono avvicinata da poco al mercato italiano, che ultimamente sta facendo nascere davvero dei grandi artisti.

Ascolti altri tipi di musica oltre a quella che suoni? Se sì, quali?

Roxana: Colonne sonore belle dei film visti o no, basta che mi piacciano i brani.

Giacomo: Sono un appassionato di Bach e della musica jazz che amo suonare al pianoforte, il mio primo strumento.

Debora: Generalmente cerco di non avere pregiudizi riguardo altri generi musicali, e solo dopo averne avuto esperienze decido se merita o meno. La mia filosofia è che se il pezzo ha un’armonia trascinante, e soprattutto non monotona, su cui posso riflettere e farmi domande e, nel caso lo abbia, che il testo sia interessante, allora è un bel pezzo e lo ascolto. Così riesco a trovare qualcosa di buono in più o meno tutti i generi.

C’è un disco – di qualsiasi genere – che consiglieresti a tutti di ascoltare?

Roxana: Non oso, la musica è così vasta e i gusti tanti.

Giacomo: Io consiglierei a tutti, almeno una volta nella vita, di ascoltare l’ultima registrazione di Glenn Gould delle Variazioni Goldberg di J.S.Bach, dove la grandissima interpretazione del pianista fa emergere un sublime messaggio di libertà e universalità, tipico – a mio avviso – della musica di Bach: l’aria iniziale e le successive variazioni suscitano come una profonda reminescenza del seme, dello spirito da cui ha origine la molteplicità dinamica del reale; Bach sembra volerci ricordare che ogni variazione, così come la realtà, anche se diversa l’una dall’altra, contiene in sé l’elemento originario che, sebbene attraverso un’estrema dualità, lo unisce al tutto.

Debora: Non un disco, ma vorrei che fossero rivalutate le colonne sonore di alcuni film e videogiochi, che meritano molto di più della maggior parte dei brani che ci sono in giro, e il genere del musical, che personalmente adoro.

Qual è il libro che leggerai quest’estate?

Roxana: La Bibbia, fa sempre bene.

Giacomo: Quest’estate ho letto La vita mistero prezioso Di Daisaku Ikea  un saggio di riflessione di cui consiglio la lettura.

Debora: Molti, molti fumetti. E molti, molti nuovi pezzi da accompagnare al pianoforte.

Quali sono i tuoi programmi per l’estate 2017?

Roxana: Sono stata in barca a suonare , a vivere il mare (non solo calmo!), e siccome c’è ancora un po’ di estate il mio programma è suonare, però stavolta sulla terra ferma.

Giacomo: Attualmente mi sto preparando per la laurea; mi aspetta quindi un intenso periodo di studio.

Debora: Affinare le mie competenze cameristiche e di accompagnamento, lavorare come maestro collaboratore, studiare, giocare ai videogiochi. La mia vacanza preferita è stare in casa a fare quello che amo, quindi niente più di questo.

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Intervista a Leonardo Colafelice

Leonardo Colafelice chiuderà la prima edizione di Fortissimissimo l’11 ottobre. Per conoscerlo meglio, gli abbiamo fatto domande sulla sua vita di musicista, sul rapporto con il pianoforte e sui suoi programmi per i prossimi mesi.

Qual è il primo ricordo della tua vita legato alla musica che ti viene in mente?

Fin da piccolo sono stato circondato dalla musica, ho varcato per la prima volta la soglia del Conservatorio in passeggino quando ancora non avevo imparato a camminare, ero ancora nel grembo di mia madre quando ho sentito per la prima volta il suono del suo fagotto, sono da sempre stato circondato da molti musicisti e appassionati. La musica ha sempre arricchito la mia vita in maniera spontanea, ecco perché non ho un primo ricordo specifico ma semplicemente la musica stessa è la mia infanzia.

Come mai hai iniziato a suonare uno strumento musicale?

Possedendo un pianoforte in casa è naturale che un bambino ci si avvicini per scoprire cosa sia, come fa con tutto il resto delle cose che lo circondano. Fin da subito tra me e il pianoforte c’è stato un forte legame emotivo, era come se già facesse parte di me e per questo ci “giocavo” di continuo e, con l’aiuto di un buon orecchio, sin dalla più tenera età mi divertivo a ricreare sulla tastiera i temi che ascoltavo, per quanto possibile per un bambino. Dopo qualche anno, notando una buona predisposizione allo strumento, i miei genitori mi hanno proposto di studiarlo professionalmente in Conservatorio e così ho seguito il loro consiglio. Da allora non ho mai smesso di studiare!

Quando hai capito che eri bravo in quello che stavi facendo e che questa attività avrebbe occupato una parte importante della tua vita?

La musica ha sempre occupato una parte importante della mia vita. Io credo che in questo campo il tempo giochi una carta molto importante. Solo grazie ad esso, alla massima dedizione e a un pizzico di coraggio si può arrivare a capire che la musica può essere la propria attività professionale e lavorativa. Io ho cercato graduali conferme, partendo dai piccoli concorsi e proseguendo fino ai più importanti; sicuramente vincere cinque concorsi internazionali negli Stati Uniti tra il 2012 ed il 2013 è stata per me un’enorme conferma di aver scelto la strada che mi accompagnerà per tutta la vita.

Ci sono stati dei momenti in cui avresti voluto mollare tutto e cambiare direzione?

Come ogni lavoro anche questo racchiude al suo interno momenti difficili e periodi di estrema fatica, ma è importante essere molto resilienti e non mollare mai. Bisogna essere forti e “combattere” ogni difficoltà in nome della musica, che è un’arte che va oltre noi stessi e che trascende l’uomo. Ho avuto le mie delusioni, le mie “sconfitte”. L’importante è continuare a credere in se stessi, nelle proprie potenzialità e nell’amore in ciò che si sta costruendo. Non bisogna mai smettere di sognare!

Qual è il momento più emozionante che ricordi della tua carriera musicale?

Anche se sono molto giovane, ho avuto la fortuna di vivere tanti momenti emozionanti nel mio percorso musicale. Senz’altro spiccano tra questi la medaglia d’oro al concorso “Bachauer” per giovani nel 2012, la premiazione in Arizona del primo premio al concorso “USASU” nel 2013 ottenuta dalle stesse mani di Martha Argerich, il secondo premio al concorso di Cleveland nell’agosto dell’anno scorso e la copertina del mensile “Suonare News” nel successivo mese di Ottobre. Un’altra grande emozione è stata quella di essere chiamato a insegnare pianoforte principale al conservatorio di Vibo Valentia quando avevo da poco compiuto i 20 anni: questo mi ha reso il docente di Conservatorio più giovane d’Italia.

Hai altre passioni oltre a suonare il tuo strumento (sport/lettura/viaggi/hobby vari/ecc.)?

Tra lo studio, i viaggi e l’insegnamento non rimane molto tempo libero. Adoro la natura e la tranquillità, per questo nei momenti di libertà e nei periodi di maggiore serenità mi piace passare del tempo nella mia villa di campagna, dove posso svuotare la mia mente e far spazio a nuova concentrazione. Mi piace anche moltissimo giocare a biliardo e a ping pong. Adoro il mare e le barche e sono appassionato di motori, in particolare delle auto sportive.

Ascolti altri tipi di musica oltre a quella che suoni? Se sì, quali?

Nella mia vita ho sempre ascoltato di tutto, dalla musica classica alla musica leggera e fino ad arrivare alla musica elettronica di vario genere. Io credo che ogni genere musicale regali qualcosa a chi l’ascolti, ogni tipologia di musica esprime un’emozione differente in base al contesto in cui ci si trova e al proprio stato d’animo.

C’è un disco – di qualsiasi genere – che consiglieresti a tutti di ascoltare?

Questa è una domanda molto complessa perché sono decine i dischi che amo, se non centinaia! Sono cresciuto immerso in un amore profondo per la musica russa. In auto con i miei genitori ascoltavamo di continuo concerti e sinfonie di Rachmaninoff, Prokofiev, Tchaikovsky. L’amore per questo periodo storico non l’ho mai abbandonato e ora questa musica ricopre una grossa parte del mio repertorio pianistico. Se dovessi però consigliare un singolo disco sicuramente parlerei di Sheherazade di Rimskij-Korsakov, specialmente della registrazione di Fritz Reiner e della Chicago Symphony.

Qual è il libro che leggerai quest’estate?

Il libro che sto leggendo è un trattato filosofico che mi ha sempre affascinato: il De brevitate vitae di Lucio Anneo Seneca. Il tema principale di questo libro, che sento vicino alla mia filosofia, è il non considerare la vita troppo breve anzi, addirittura fin troppo lunga, se riusciamo a gestire in maniera ottimale il tempo a nostra disposizione: non si deve vivere in funzione degli altri ma solo pensare alla nostra felicità e alla nostra crescita personale.

Quali sono i tuoi programmi per l’estate 2017?

Nel mese di luglio ho fatto parte della giuria di un concorso internazionale e questo agosto sono stato ad esibirmi negli Stati Uniti. Oltre questo ho avuto modo di riposarmi fisicamente e mentalmente dopo mesi molto impegnativi. Ora lavoro per i prossimi concerti a Toledo (USA) con l’esecuzione del Terzo Concerto di Prokofiev questo settembre e per i concerti in Italia e all’estero che mi aspettano fino alla fine dell’anno.

 

 

 

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Intervista a Luca Giovannini

Luca Giovannini suonerà il 5 ottobre a Fortissimissimo con la pianista fiorentina Lavinia Bertulli. Gli abbiamo chiesto quali sono i suoi primi ricordi legati alla musica, le sue passioni e come è nato il duo con Lavinia, che debutterà proprio nel nostro festival.

Qual è il primo ricordo della tua vita legato alla musica che ti viene in mente?

Ce ne sono molti, forse il primo è mio papà che suona al pianoforte

Come mai hai iniziato a suonare uno strumento musicale?

In casa mio papà e mio fratello suonano il pianoforte, però ho voluto iniziare a suonare il violoncello dopo averlo sentito in un corso propedeutico alla musica nella scuola primaria che frequentavo.

Quando hai capito che eri bravo in quello che stavi facendo e che questa attività avrebbe occupato una parte importante della tua vita?

Mi sarebbe piaciuto sin da subito che occupasse una parte importante della mia vita, poi mano a mano che crescevo da sogno è diventato realtà

Ci sono stati dei momenti in cui avresti voluto mollare tutto e cambiare direzione?

No, anche se ci sono stati momenti duri o faticosi (com’è normale che sia) sono sempre rimasto abbastanza fermo su questa idea.

Ci racconti come vi siete conosciuti con Lavinia Bertulli? Cosa ti piace del suo modo di suonare e come mai avete scelto di formare un duo?

Con Lavinia ci siamo conosciuti a un concorso a Castel San Giovanni, il concorso “Giovanni Palestrina”, e quando l’ho sentita suonare mi era piaciuta subito. Dopo un po’ di tempo, durante il quale avevo anche meditato di fare un duo, mi era stato proposto un concerto dagli Amici della Musica di Firenze, e ho pensato che avrei potuto suonarlo con lei, così gliel’ ho chiesto e così è nata la nostra formazione. Di Lavinia mi piace molto la qualità del suono, la pulizia e le sue idee musicali.

Qual è il momento più emozionante che ricordi della tua carriera musicale?

Sono tanti, ma sicuramente il mio primo concorso e l’emozione di arrivare primo è stata molto grande.

Hai altre passioni oltre a suonare il tuo strumento (sport/lettura/viaggi/hobby vari/ecc.)?

Sì, ho molte passioni più piccole, purtroppo ne posso coltivare poche per via del tempo che dedico allo studio, ad esempio mi piace la pesca che qualche volta pratico.

Ascolti altri tipi di musica oltre a quella che suoni? Se sì, quali?

Ascolto prevalentemente musica classica però mi piace anche tutta l’altra musica che pur non chiamandosi “classica” ci assomiglia molto.

C’è un disco – di qualsiasi genere – che consiglieresti a tutti di ascoltare?

Non saprei, penso che la maggior parte della musica sarebbe da ascoltare e apprezzare.

Qual è il libro che leggerai quest’estate?

Adesso sto leggendo Canne al vento di Grazia Deledda.

Quali sono i tuoi programmi per l’estate 2017?

Sono parecchi, tra concerti, masterclass e vari impegni…  speriamo anche un po’ di vacanza!

 

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Intervista a Lavinia Bertulli

Lavinia Bertulli suonerà a Fortissimissimo il 5 ottobre con il violoncellista Luca Giovannini. Ci ha raccontato di come è nato il suo amore per la musica,  della sua passione per la pasticceria e dei suoi progetti per il prossimo anno.

Qual è il primo ricordo della tua vita legato alla musica che ti viene in mente?

La ninna nanna che mi cantavano tutte le sere per farmi addormentare e la “canzoncina dei nomi”, quelli di tutti i bambini della scuola materna, con cui ci salutavamo ogni mattina in classe: questi sono i miei primi ricordi musicali.

Come mai hai iniziato a suonare uno strumento musicale?

La mia maestra delle elementari, Suor Annarita, teneva molto alla nostra educazione musicale e ogni venerdì faceva venire il Maestro Giulio: cantavamo, suonavamo il flauto e studiavamo le basi del solfeggio. Il giorno della lezione ero sempre felicissima e insistevo per andare a scuola anche quando non stavo bene. Così, quando aprì una scuola di pianoforte davanti a casa mia, chiesi come regalo dei miei nove anni di essere iscritta.

Quando hai capito che eri brava in quello che stavi facendo e che questa attività avrebbe occupato una parte importante della tua vita?

Non c’è stato un momento preciso, mi sono dedicata volentieri da sempre alla musica ed è stato naturale che prendesse tanta parte nella mia vita.

Ci sono stati dei momenti in cui avresti voluto mollare tutto e cambiare direzione?

Ho avuto alcuni momenti di difficoltà, ma è stato determinante per me essere entrata nella classe  della Professoressa Prestia. Lei è molto più che una brava insegnante, è una grande donna dalla visione ampia, di vasta cultura, aperta verso gli altri e sempre disponibile al supporto e al confronto.

Ci racconti come vi siete conosciuti con Luca Giovannini? Cosa ti piace del suo modo di suonare e come mai avete scelto di formare un duo?

Ci siamo incontrati a un concorso musicale due anni fa; lui mi ha poi scritto dopo il Premio Venezia per farmi i complimenti e mi ha proposto di suonare insieme. Io ho accettato subito molto volentieri perché ho molta stima di Luca come musicista e come persona. Ha una bella intelligenza musicale e molta serietà nell’affrontare lo studio dei pezzi; è capace di creare magici suoni nel piano, come di dare grande intensità ai momenti di culmine espressivo.

Qual è il momento più emozionante che ricordi della tua carriera musicale? 

Ho vissuto stati tanti momenti di grandi emozioni, ma quello che ancora oggi rimane il mio più bel ricordo è stato suonare il Concerto di Grieg con l’orchestra nel 2012.

Hai altre passioni oltre a suonare il tuo strumento (sport/lettura/viaggi/hobby vari/ecc.)?

Frequento una palestra di Judo nel centro di Firenze e condivido con i ragazzi l’allenamento di potenziamento. Mi piace molto leggere e disegnare , ma soprattutto fare torte e biscotti. Vorrei tanto frequentare un corso di pasticceria; chissà, se non avessi deciso di fare la pianista magari sarei diventata una pasticciera!

 Ascolti altri tipi di musica oltre a quella che suoni? Se sì, quali?

Quando ho occasione vado volentieri all’opera, in particolare amo Puccini. A casa ascolto molto cantautori come Guccini e De Andrè; mi piace tanto la musica di Battisti, Bob Dylan, la voce di Edith Piaf, gruppi come i Dire Straits, Tesseract, Porcupine Tree, il Teatro degli Orrori.

C’è un disco – di qualsiasi genere – che consiglieresti a tutti di ascoltare?

È difficile scegliere, ma credo che consiglierei il disco “Making Movies” dei Dire Straits: un album bello dall’inizio alla fine in cui perdersi tra gli assoli del grandissimo Mark Knopfler.

Qual è il libro che leggerai quest’estate?

Ne leggerò alcuni, tra cui sicuramente Le Onde di Virginia Woolf : mi sono innamorata dei suoi Mrs. Dalloway e soprattutto di Gita al Faro, che sono stati infatti spunto della mia tesina di maturità. È un’autrice davvero intensa nei  temi e allo stesso tempo delicata nella forma ; tra l’altro condividiamo il giorno di nascita !

Quali sono i tuoi programmi per l’estate 2017?

Fino a metà luglio sono stata impegnata con la maturità, poi sono andata a Imola per seguire le masterclass del Summer Festival. Adesso mi godo il bellissimo mare del Cilento; tornata a casa continuerò a studiare per l’ammissione al biennio di Pianoforte in Conservatorio e per gli esami all’Accademia di Imola.

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