“Giornalisti in classe” è un’iniziativa, a cura di Donatella Righini e in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti, che nasce all’interno del progetto “Artisti in classe” ed è finalizzata alla realizzazione di contributi scritti da parte degli studenti sui concerti e sull’esperienza dei concerti e degli incontri con i musicisti ospiti della stagione concertistica degli Amici della Musica di Firenze.

 

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INTERVISTA A SILVIA COLASANTI

(a cura della classe 5°F dell’ITT “Marco Polo” di Firenze – docente: Luca Perlini)

Domenica 16 ottobre noi alunni della classe 5°F dell’ITT “Marco Polo” di Firenze abbiamo avuto il piacere di assistere, nell’ambito del progetto “Artisti in classe”, alla prima serata del ciclo “Ritratti”, organizzata dall’Associazione Amici della Musica al Saloncino della Pergola e dedicata alla compositrice Silvia Colasanti. Durante il concerto abbiamo ascoltato tre brani scelti da lei: il primo di Claude Debussy, “Prélude à l’après-midi d’un faune”, il secondo di Claudio Monteverdi, “Ah, dolente partita!”, e il terzo, “Arianna e il Minotauro”, un melologo della stessa Colasanti per voce recitante, soprano ed ensemble.

La mattina successiva abbiamo potuto intervistare Silvia Colasanti, che si è collegata con noi su Google Meet. Ne abbiamo approfittato per chiederle alcune cose sul concerto della sera precedente, ma anche su di lei, sulla sua carriera e sul modo in cui interpreta il ruolo di musicista e compositrice.

PERCHÉ IN “ARIANNA E IL MINOTAURO” HA SCELTO DI ADOTTARE IL PUNTO DI VISTA DEL MINOTAURO?

Quest’opera mette in musica un testo di Dürrenmatt che fa proprio questo: riprende il mito dal punto di vista del Minotauro. Il Minotauro, dipinto sempre come mostro, in realtà è un essere fragile, un essere confuso, non consapevole, e in questo tipo di logica e di visione il Minotauro mostra, sì, le proprie ombre, ma mostrandole e prendendone consapevolezza ne esce come una figura molto più umana, sfaccettata e vera degli stessi uomini, che invece usano l’inganno per liberarsi di quello che considerano un mostro.

Nel mito del Minotauro o, in generale, negli altri miti su cui ho lavorato, mi interessa proprio mettere a nudo le fragilità e le ombre: io lavoro molto su questo, è qualcosa che mi permette, attraverso la musica, di lavorare sull’uomo. Alla fine, il concetto di mostruosità riguarda un po’ tutti noi.

RIGUARDO AL PROGRAMMA DI IERI SERA, PERCHÉ HA INSERITO UN BRANO DI MONTEVERDI E UNO DI DEBUSSY?

Credo che indagare il proprio passato, in un’epoca come la nostra, sia fondamentale, perché scrivere musica oggi non può prescindere dal carico e dal peso che la tradizione ci ha lasciato. Riguardo la scelta specifica di Monteverdi e Debussy, quest’ultimo è quello che ha aperto a tutto ciò che è stato il Novecento musicale, ha fatto da grande passaggio verso le avanguardie venute dopo. Monteverdi, invece, l’ho scelto perché per me è molto significativo: dato che io lavoro con il teatro musicale, credo che la lezione di Monteverdi resti una lezione imprescindibile in ciò che è il rapporto tra musica e parole. Secondo Monteverdi la musica deve sempre essere al servizio della verità drammaturgica del testo, e questa rimane, ancora oggi, una lezione fondamentale.

QUALI GENERI MUSICALI ASCOLTA?

Io ascolto musica classica, non per prevenzione verso gli altri generi ma perché mi sembra di avere ancora molte cose nella classica, e nella musica operistica, da ascoltare o da approfondire. Inoltre mi piace molto la musica dal vivo, e credo che lo streaming e la musica riprodotta non abbiano lo stesso valore e non riescano a far “riprovare” i sentimenti provati dal vivo.

QUAL È IL SUO RAPPORTO CON IL PUBBLICO E COME VORREBBE CHE IL PUBBLICO RECEPISSE LE SUE COMPOSIZIONI?

Per me scrivere musica è una forma di comunicazione. Quando scrivo tengo sempre a mente il destinatario. Mi metto nei panni del pubblico perché sono anche io “pubblico” di altri compositori e quando un compositore mi parla, mi fa scoprire in qualche modo qualcosa di me, mi tocca personalmente. Io non mi aspetto che il pubblico si rispecchi in me stessa ma che, piuttosto, trovi nella mia opera qualcosa che lo riguarda. L’importante è che arrivi qualcosa che ci permetta di conoscerci meglio, è questo secondo me ciò che dovrebbe fare l’arte.

FRA LE SUE COMPOSIZIONI, QUALE LE STA PIÙ A CUORE?

Un lavoro a cui sono ancora molto legata è “La Metamorfosi”, perché è stata un’esperienza di teatro musicale molto alta. Sono passati ormai 15 anni, però quel lavoro mi sta ancora a cuore.

QUAL È IL SUO STRUMENTO PREFERITO? SE C’È, QUAL È LO STRUMENTO CHE LE PIACE MENO?

Come avrete capito dal concerto di ieri, amo molto le percussioni. Ho inoltre una predilezione per gli archi: non ho potuto inserire altre cose nel programma del concerto che avete visto ieri, ma se avessi potuto farlo avrei messo qualcosa per archi della Vienna di inizio Novecento: quel fermento, quella malinconia, quel senso di decadenza, io li sento ancora molto vicini. Uno strumento che invece non amo è la chitarra: ho voluto scrivere un pezzo per chitarra e ci ho messo un sacco di tempo. Ho molta difficoltà con la chitarra perché avendo un suono così contenuto non mi permette di scrivere con quei contrasti che invece costituiscono una parte fondamentale della mia musica.

COME HA AFFRONTATO GLI EVENTUALI “BLOCCHI DEL MUSICISTA”? COME NE È USCITA? HA MAI PENSATO DI CAMBIARE MESTIERE? 

Cambiare mestiere no! Però sicuramente ci sono momenti in cui uno sente esaurite certe zone d’indagine e si trova un po’ spaesato, momenti in cui ricominciare a comporre sembra molto faticoso. In quei casi cerco sempre stimoli alti, sia nell’ascolto di nuove musiche, sia nella lettura. Per esempio, io sono molto legata alla poesia e in generale alla letteratura. Mi fermo un attimo, cerco di non fare l’errore di ripetere quello che ho già fatto fino a quel momento e lavoro su me stessa attraverso degli stimoli nuovi che mi possono far tornare a comporre in modo diverso.