Giornalisti in classe

 “Giornalisti in classe” è un’iniziativa, a cura di Donatella Righini e in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti, che nasce all’interno del progetto “Artisti in classe” ed è finalizzata alla realizzazione di contributi scritti da parte degli studenti sui concerti e sull’esperienza dei concerti e degli incontri con i musicisti ospiti della stagione concertistica degli Amici della Musica di Firenze.

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Stagione concertistica 2025/2026

RECENSIONI DEL CONCERTO DI ANASTASIA KOBEKINA E JEAN-SÉLIM ABDELMOULA (13 dicembre 2025)

ANASTASIA KOBEKINA E JEAN-SÉLIM ABDELMOULA: UN’ESPERIENZA “SORPRENDENTE”

Classe Terza D del liceo linguistico dell’IISS “Piero Calamandrei” di Sesto Fiorentino

Un’esperienza particolare e interessante è stata quella a cui abbiamo partecipato noi studenti della Terza D linguistico dell’Istituto Calamandrei. Lo scorso 13 dicembre siamo andati al Teatro Niccolini, molto vicino al Duomo di Firenze, per assistere ad un concerto di musica da camera. Il teatro in cui si è tenuto il concerto è un luogo affascinante perché una volta che vi si entra ci si sente come all’interno di uno scrigno: rappresenta a pieno la nostra città, Firenze, poiché ogni singolo dettaglio porta alla mente la sua storicità, la sua eleganza e le sue dimensioni, proprio come il teatro.
I protagonisti sono stati due musicisti di livello internazionale: la violoncellista russa Anastasia Kobekina, che suonava un preziosissimo Stradivari – generosamente prestato dalla Stradivari Stiftung Habisreutinger – e Jean-Sélim Abdelmoula pianista svizzero, che alterna l’attività pianistica con quella di compositore. Hanno mostrato il loro talento e la loro professionalità suonando quattro componimenti di quattro compositori appartenenti al XIX secolo.
Il concerto è iniziato con Fantasiestücke, op.73 di Schumann, per poi proseguire con la Sonata n.1 in mi minore, op.38 di Brahms. Questa prima parte è riuscita fin da subito a catturare la nostra attenzione e, in particolare con Brahms, ha messo in luce la perfetta intesa tra i due interpreti, nel denso intreccio sonoro tra arco e pianoforte. Dopo una breve pausa, nel secondo tempo, sono stati eseguiti Sonata n. 1 in re minore, L 144 di Claude Debussy e la Sonata in la maggiore per violino e pianoforte di César Franck. Qui la violoncellista e il pianista hanno continuato la loro rappresentazione dei brani che possono essere definiti più “scuri e intensi” e che conducono lo spettatore a provare un senso di meraviglia e stupore.
Siamo stati avvolti dalla musicalità e dall’armonia di questi due generi musicali lontani dal nostro mondo musicale abituale. Sembrava di assistere ad un dialogo tra i due strumenti: a volte era protagonista il pianoforte e sovrastava il suono del violoncello, e subito dopo quest’ultimo si riprendeva la scena e tutta l’attenzione per sé.
La melodia ti trascinava come una canzone parlata o un atto teatrale, dato che c’erano degli elementi ricorrenti che si manifestavano più volte nel componimento, come un ritornello, ma dato che le parole sono assenti sei libero di essere trasportato nei mondi della tua immaginazione.
I due artisti hanno dimostrato la loro bravura in maniera impeccabile, trasmettevano dei sentimenti profondi, come un messaggio, attraverso gli strumenti. Invece i brani di Debussy sembravano diversi dagli altri: la melodia infondeva un sentimento rilassante, mentre Franck ha dato una sensazione di musica elegante.
Abbiamo apprezzato molto questo concerto e la parola “sorprendente” è quella che meglio spiega l’effetto che ci hanno provocato il suono e la melodia di questi strumenti che sono lontani dal nostro quotidiano.
Il pubblico è stato attento per tutta l’esecuzione e dato che non avevo mai visto come si svolgesse un concerto di musica da camera è stato molto interessante osservare come tutti gli spettatori fossero presi dal suono e come non abbiano mai distolto lo sguardo dal palco.
Al termine del concerto il pubblico ha applaudito per più di cinque minuti tributando una meritata standing ovation e una bellissima ed importante atmosfera all’interno del teatro.
Personalmente è stata un’esperienza molto positiva, mi è piaciuto passare un pomeriggio diverso da quelli che passo di solito. Ho scoperto che è un ambiente che mi piace molto e ci tornerei volentieri. Probabilmente è stata un’esperienza positiva anche grazie alla violoncellista e al pianista che hanno catturato subito la mia attenzione e l’hanno tenuta alta per tutta la durata del concerto. Penso che tutti dovrebbero assistere ad un concerto di musica da camera almeno una volta perché secondo me, anche se una persona non se lo aspetta, potrebbe appassionarlo molto.

ANCHE GLI ADOLESCENTI DI OGGI POSSONO ESSERE AMMALIATI DALLA MUSICA DA CAMERA

Alcune impressioni degli studenti della Terza D del linguistico del “Calamandrei” di Sesto Fiorentino subito dopo il concerto del duo Kobekina-Abdelmoula

 “Non avevo mai assistito a un concerto di questo tipo e credo di essere rimasto positivamente colpito. La passione con cui suonavano i loro strumenti era veramente ammirevole. Sono stati anche molto gentili e disponibili durante l’intervista. Questa esperienza è stata anche un modo per affacciarmi a un genere musicale che mai avrei pensato di ascoltare seriamente. Anche se non è mia abitudine ascoltare musica da camera, sarebbe bello poter rivivere un’esperienza del genere”.
 “È stato un concerto denso di sonorità dolci e ritmate al tempo stesso. Dire che sono che sono rimasta affascinata dalla maestria della violoncellista Anastasia Kobekina e dall’eleganza del pianista è riduttivo”.
 “Un paio di cose che mi hanno colpito sono che la violoncellista era scalza, probabilmente per sentire a pieno le vibrazioni dello strumento, diventando tutt’uno con esso, e che suonava con molta impetuosità, restituendo un suono corposo e intenso che penetra nell’anima”.
 “Questi due artisti hanno suonato armoniosamente e la loro complicità si è avvertita fin dalle prime note. La performance non è stata solo un’esecuzione di brani, ma è come se avessero dato vita ai loro strumenti. L’esperienza musicale e l’intensità nell’ esecuzione sono state a tratti commoventi. Nonostante non sia solita ascoltare musica classica e da camera, l’esibizione mi ha colpito molto. ho vissuto momenti di profonda malinconia, di distacco dalla realtà, perché immersa nella dolce e magica musica, ma anche pace e serenità. Questi musicisti straordinari, attraverso la loro musica hanno toccato il cuore del pubblico, che ha riempito il teatro con numerosi e calorosi applausi”.
 “Lo spettacolo mi è piaciuto molto e, nonostante sia abituata ad ascoltare musica classica facendo danza classica da quando sono piccola, ne ho visto un aspetto diverso. Credo infatti che ascoltare e vedere i musicisti dal vivo sia completamente diverso perché ti permette di entrare di più nel loro mondo, capire come funziona lo strumento e anche come si rapportano tra loro mediante la musica”.
 “In conclusione, questo concerto mi è piaciuto molto perché mi ha fatto scoprire la musica classica in modo diverso. È stata un’esperienza coinvolgente e mi ha fatto capire quanto la musica possa comunicare emozione anche senza parole”.
 “Ho soprattutto amato la capacità della violoncellista nell’assorbire ogni minima vibrazione dei brani eseguiti. Possiede questo modo elegante ma allo stesso tempo libero di muovere il proprio corpo in sintonia con le note emesse dal suo violoncello. Una tecnica perfetta nel suonare che insieme alla sua immagine cattura lo spettatore che resta incantato e ancor di più, concentrato. Sembra essere un tutt’uno con lo strumento, lui vibra e produce meraviglia e lei con esso. Un unico essere che respira, vive e nasce quando è sul palco”.
 “Ho partecipato a diversi concerti ma nulla di simile, perché l’atmosfera che si crea all’interno di un teatro in un concerto suonato da soli musicisti ti emoziona”.

A COLLOQUIO CON LA VIOLONCELLISTA ANASTASIA KOBEKINA E IL PIANISTA JEAN SÉLIM ABDELMOULA
(D = domanda

K = risposte di A. Kobekina

A = risposte di J.S. Abdelmoula)


D
: Come vi sentite prima di esibirvi? Avete un rito scaramantico?
A
: Bevo del caffè, ma non per superstizione, è un’abitudine che ho per svegliarmi e provare più energia. E poi qui in Italia c’è il miglior caffè di tutti.
K
: Anche se non faccio nulla di ciò, è una buona domanda. C’è sempre magari qualcosa che, anche involontariamente, facciamo perché, secondo me, esibirsi vuol dire essere concentrati e molto presenti. Quando vuoi fare musica pensi subito al suono e alle emozioni che vuoi trasmettere, ma devi comunque “connetterti” molto allo strumento.
A
: Prima degli ultimi tre concerti insieme abbiamo provato qualcosa di nuovo, la meditazione. Per 45 minuti abbiamo ascoltato della musica, danzato e respirato insieme. Facciamo tanti esercizi per concentrarci.

D: Notate delle differenze tra il pubblico di Paesi diversi?

K
: Sì, in Giappone, per esempio, il pubblico è molto calmo, è come se non si muovessero nemmeno.
A
: In Messico fanno molto rumore, ma è un rumore entusiasta, per esempio i bambini stanno seduti sul pavimento. Mi piace molto.
K
: Penso che sia davvero diverso il pubblico, dipende dal posto.
A
: A Milano è come in Germania. A Taranto è come in Messico. Preferisco il pubblico in Messico.

D (Al pianista, che è anche compositore): Cosa la ispira di più: comporre un brano da concerto o comporre una colonna sonora?

A
: Comporre musica per film è un’esperienza molto diversa dalla composizione di una musica da concerto. Per i film, è più come un improvvisare e seguire le indicazioni del regista. A volte, non scrivo nemmeno una partitura, ma registro direttamente con il computer. La musica deve essere discreta e non distrarre dal film, quindi spesso imito lo stile richiesto dal regista. La trovo un’attività più divertente, ma meno interessante a livello personale. Invece, comporre musica da concerto è un processo più difficile, perché implica la ricerca del mio stile personale. È più creativo e la considero più interessante, anche se meno divertente.

D: Perché avete scelto di suonare questi strumenti?

K
: Ho iniziato con il pianoforte. Ci sono alcune registrazioni di me che suono il piano quando avevo tre o quattro anni, ed ero davvero molto scarsa: non riuscivo a concentrarmi e non stavo mai ferma.
Mia madre lavorava in una scuola di musica per bambini e una volta mi portò con sé. Ero molto arrabbiata perché tutti avevano uno strumento e io no, così cercavo di attirare l’attenzione aprendo le porte, infilando la mano in classe e dicendo “cucù”. In seguito, sono stata invitata a provare il violoncello, ed è diventato il mio strumento principale. In generale mi piacerebbe suonare più strumenti. L’anno scorso, per esempio, ho comprato una viola pensando che, avendo studiato violoncello, sarebbe stato più facile. In realtà è stato piuttosto difficile: le abilità non erano così trasferibili come pensavo. Dopo un paio di mesi di pratica è andata un po’ meglio, ma il violoncello e la viola non sono così simili. Nonostante questo, mi piacerebbe molto suonare la viola, se ne avessi la possibilità.
A
: Per me è stato diverso, i miei genitori non sono musicisti. Quando avevo tre anni ci siamo trasferiti in una nuova casa, dove c’era un pianoforte vecchio. Ho iniziato a suonarlo un po’ per conto mio e poi mia madre mi ha chiesto se volessi prendere lezioni di pianoforte. Così è iniziato tutto, in modo piuttosto naturale. Non viene quindi da una tradizione familiare, ma più dall’ambiente di casa.
Quel pianoforte, però, quando sono cresciuto, i miei genitori l’hanno venduto per comprarne uno più grande. Questa cosa mi rende ancora molto triste: da molti anni sto cercando proprio quel vecchio pianoforte. Ho alcune fotografie e chiedo ai pianisti in Svizzera se per caso l’abbiano visto, perché vorrei davvero ritrovarlo.
Era uno strumento bellissimo, un pianoforte antico con i candelabri, ed era il mio preferito. Col senno di poi, è stato un grande errore sostituirlo con un altro. Non l’ho ancora ritrovato: l’ho perso nel 1998, quindi è passato davvero tanto tempo. Spero di riuscire a trovarlo un giorno e spero soprattutto che non sia stato distrutto.

D (per la violoncellista): Ci sono altri stili musicali, oltre a quello classico, ai quali si è approcciata o specializzata negli anni e com’è suonare uno strumento come il violoncello barocco?

K
: Credo che suonare o praticare tipi di musica differenti influenzi sempre il modo in cui suoni. Per esempio, una volta io ho fatto una cover per Billie Eilish e per Radiohead e mi piacerebbe farne altre. Credo che sia interessante cercare di espandere i propri orizzonti e provare nuovi stili. Penso che suonare il violoncello barocco sia una garanzia. Sembra quasi come viaggiare nel tempo. Noi sappiamo molto di quell’epoca: come si vestivano, cosa mangiavano, cosa facevano ma non sappiamo nulla del loro mondo sonoro. Quindi credo che suonare il violoncello barocco sia un modo per conoscere il passato e, come dicevo, viaggiare nel tempo.

D: Quale consiglio dareste a un giovane che vuole diventare un musicista come voi?

K
: Non farlo, a meno che tu non lo voglia davvero. Penso che sia importante seguire ciò che credi veramente e ritengo sia molto importante nel nostro mondo. Solo chi ha una storia personale o un tocco speciale è agevolato. I miei genitori hanno scelto il violoncello per me e prima che mi cominciasse a piacere, ho impiegato tanti anni. Non era la mia scelta, ma adesso è uno strumento che apprezzo suonare.
A
: Penso che sia meglio pensare al percorso piuttosto che al traguardo. È importante non partire con il presupposto del successo o del fallimento. È fondamentale fare pratica ed essere interessato al miglioramento, il resto è intralciante perché anche il pensiero positivo può tramutarsi in un pensiero negativo. È come un castello di carte, non solo nel mondo della musica, ma in generale. L’importante è il viaggio.

D: Dedicarsi così tanto ad uno strumento ti ha mai tolto tempo per altro?

A
: No, in realtà praticare uno strumento non toglie così tanto tempo. Non devo sempre svegliarmi alla stessa ora tutti i giorni come se dovessi andare al lavoro, dato che è una mia passione suonare. Ci sono molte cose che amo fare nel tempo libero come leggere, andare al cinema e giocare a ping-pong.” (ANASTASIA: “È molto bravo!”)
K
: Per me dipende da quanti concerti ho e da quanto bisogno ho di esercitarmi: per esempio, se ho sette concerti al mese ho più tempo per me stessa, ma se ne ho il doppio ho molta più difficoltà a trovare tempo per me. Penso che sia molto importante prendersi cura di sé stessi perché è una sorta di fonte di energia e serve a liberare la mente dallo stress. Non possiamo esserci per qualcuno se non abbiamo tempo per noi stessi, dunque spesso prendo tempo per me anche se non lo ho.
Classe terza D del liceo linguistico dell’IISS “Piero Calamandrei” di Sesto Fiorentino

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CRONACA DELL’INTERVISTA AL TRIO “CONCEPT”
Tutto inizia a Torino, quando avevano solo 12 o 14 anni: l’età in cui la maggior parte di noi si barcamena tra i primi esami e i dubbi sul futuro, loro si incontravano al conservatorio. Quello che inizialmente era solo un modo per suonare insieme per gioco, spinti dal puro piacere di condividere una passione, è diventato col tempo un lavoro vero e proprio. Fa riflettere pensare a come una sintonia nata tra i banchi di scuola possa trasformarsi in una carriera internazionale, ma è la prova che se trovi la “tua” squadra da giovanissimo, puoi arrivare ovunque.
Il salto di qualità è arrivato con il trasferimento a Basilea, in Svizzera. Non deve essere stato facile: mollare tutto per andare a studiare all’estero e, soprattutto, decidere di condividere lo stesso appartamento per anni. È un’esperienza intensa che avrebbe potuto distruggere qualsiasi rapporto, tra turni della spesa e ore infinite di studio, e invece ha cementato il loro legame, rendendoli pronti per il tour europeo che li vede oggi protagonisti nelle principali città del continente. C’è qualcosa di molto “rock” in questa dedizione, nonostante si parli di musica classica, un mondo che spesso immaginiamo polveroso e che invece, nelle loro mani, sembra vibrante e moderno.
Anche la scelta del nome, “Chagall”, non è stata una passeggiata o una mossa di marketing superficiale. In un periodo in cui molti gruppi cercavano ispirazione nei grandi pittori come Mondrian o Gauguin, loro hanno puntato tutto su Marc Chagall per un legame affettivo che affonda le radici nell’infanzia, dato che una delle loro scuole elementari era intitolata proprio a lui. Non si sono arresi nemmeno davanti ai problemi di copyright: hanno preparato un vero e proprio dossier, scrivendo direttamente alla nipote dell’artista per ottenere il permesso di usare quel nome. Questa determinazione dice molto sulla loro identità: non volevano un nome qualsiasi che “suonasse bene”, volevano quello che li rappresentava davvero. È una storia che ci ricorda che il successo non è solo talento, ma anche la capacità di restare uniti e lottare per la propria visione, dai banchi di scuola fino ai palchi di tutta Europa.

Leonardo Lo Piccolo, terza A Liceo Scientifico Sportivo dell’IISS “Calamandrei” di Sesto Fiorentino

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CRONACA DELL’INTERVISTA A MIRIAM PRANDI

Il 1° febbraio scorso, al Teatro Niccolini di Firenze, noi ragazzi del Liceo Machiavelli insieme ad altri studenti del Liceo Agnoletti, abbiamo avuto l’occasione di incontrare e intervistare la violoncellista Miriam Prandi prima del suo concerto per gli Amici della Musica di Firenze. Fin dal primo momento l’impressione che abbiamo avuto di lei è stata estremamente positiva: abbiamo colto la sua semplicità, intensità e sensibilità. Il modo in cui parlava della musica faceva capire quanto per lei non sia solo una professione, ma una vera forma di espressione personale e di dialogo con gli altri.
Miriam Prandi ci ha colpito anche per la naturalezza, per non aver mai dato l’impressione di voler mostrarsi superiore, ma piuttosto di voler condividere la propria esperienza.
Questo atteggiamento ha creato un clima sereno e stimolante, rendendo l’incontro interessante e coinvolgente anche per chi non ha una formazione musicale approfondita. La sua capacità di spiegare concetti complessi in modo chiaro e accessibile è stata uno degli aspetti che abbiamo apprezzato di più.
Dopo l’intervista – che è riportata dettagliatamente dalle nostre colleghe dell’Agnoletti – abbiamo assistito al concerto, che ha rappresentato il momento più intenso della giornata.


RECENSIONE DEL CONCERTO DI MIRIAM PRANDI


Suite N. 6 in re maggiore BWV 1007 e la Suite n.1 sol maggiore BWV 1012, entrambe per violoncello solo e le Sonate in la maggiore, K.208; in re maggiore, K.29; in re maggiore, K.491 e in fa minore, K.466 di Domenico Scarlatti: ecco i brani interpretati da Miriam Prandi.
In linea generale, la sensazione che Miriam Prandi ci ha trasmesso è stata di coinvolgimento, nonostante la nostra limitata esperienza nel campo della musica classica.
Nel corso del concerto ha cambiato lo strumento suonando prima il violoncello e poi il pianoforte: con questo ha dimostrato anche versatilità ed esperienza.
Il suono di entrambi gli strumenti è risultato armonico, fluido e morbido.
In modo particolare le Sonate di Scarlatti suonate al pianoforte sono stata intense, mentre l’esecuzione di Bach ha sfiorato le corde più profonde della nostra anima.
Nel complesso il concerto è stato alquanto apprezzato da noi, in primis, e dal pubblico che è rimasto attento nell’ascoltare anche due bis.
Miriam Prandi ha sorpreso il pubblico per la sua capacità di passare dal violoncello al pianoforte mostrando una continuità stilistica sorprendente nel passare da uno strumento all’altro. Al violoncello ha eseguito due Suite di Bach con un suono pieno e profondo, molto emozionante ma mai pesante. Quando poi si è seduta al pianoforte per le Sonate di Scarlatti, ha mantenuto quella stessa cura: le note erano brillanti e nitide, con un tocco leggero che rendeva la musica molto viva. In entrambi i momenti, è riuscita a trasmettere una grande sicurezza esecutiva.
In generale la musica, sia del pianoforte che del violoncello ci ha trasmesso una grande sensazione di calma, che ci ha permesso di rimanere concentrati per tutta la durata del concerto. Oltre a rimanere sorpresi della bravura di Miriam Prandi, siamo rimasti sorpresi di essere stati molto coinvolti emotivamente, pure se si trattava di una musica a noi distante. Questa esperienza al Teatro Niccolini è stata per noi molto formativa. L’incontro con una musicista come Miriam Prandi ci ha permesso di avvicinarci alla musica classica in modo diretto e autentico, non come qualcosa di distante o difficile. L’intervista e il concerto oltre a lasciarci un bel ricordo ci ha insegnato come la musica possa diventare uno strumento di comunicazione molto profondo.  In conclusione, Miriam Prandi ci è apparsa come una musicista di grande talento e sensibilità, capace di unire competenza e passione. La sua presenza e la sua musica hanno reso la serata al Teatro Niccolini un momento significativo e prezioso per tutti noi.

Anna Bertini, Curzio Calò, Atushe Curumi, Giulia Paparella (Classe IV P LES, Liceo “Machiavelli-Capponi” di Firenze)

INTERVISTA A MIRIAM PRANDI

Il primo febbraio 2026 abbiamo intervistato Miriam Prandi prima del suo concerto per gli Amici della Musica di Firenze al teatro Niccolini. La Prandi, per questo programma, si è esibita non solo come violoncellista, ma anche come pianista: infatti, oltre a suonare due suite per violoncello solo di Johann Sebastian Bach, ha eseguito anche delle sonate per pianoforte di Domenico Scarlatti.
La musicista, nonostante la sua giovane età, ha già ricevuto molti riconoscimenti, tra cui la concessione di suonare il violoncello Giovanni Grancino del 1712, messole a disposizione dalla fondazione Procanale di Milano. Con noi si è dimostrata molto disponibile e alla mano.

Da dove deriva la passione per il violoncello e il pianoforte e perché ha deciso di esibirsi anche al pianoforte?
In realtà è la storia di quando sono piccola, questo che vedete sul palco è un po’ quello che succedeva in casa mia quando avevo otto nove anni (ci sono un pianoforte e un violoncello). Diciamo che ho iniziato grazie alla passione che avevano i miei genitori, soprattutto mio padre, che era un pianista e il suo desiderio era quello di avvicinare una bambina, si diceva talentuosa, alla musica. Ma non tanto per accrescere un talento o per andare ai concorsi, non c’era questo scopo, bensì per darmi questa educazione e avere questa disciplina che può dare così tanto. Io ero molto curiosa per fortuna e appunto volevo imitare quello che faceva mio padre mi ricordo. Sicuramente il pianoforte è stato un amico. Avevo 7 / 8 e sono nata come pianista, poi ero abbastanza veloce e sono andata in una scuola abbastanza difficile che era l’accademia pianistica di Imola. Ai miei tempi c’era solo pianoforte, ora ospita anche altri strumenti, e c’erano grandissimi insegnanti. Mi viene in mente Laza Berman, e alla fine di ogni anno c’era l’esame, quindi già a 8 anni dovevo fare degli esami. Io non mi rendevo conto di cosa stavo facendo, era tutto un gioco. In quegli anni ho anche scoperto il violoncello, mi piaceva il suo suono diverso dagli altri perché aveva qualcosa di più comunicativo. Una volta mio padre me lo portò a casa e me lo fece provare, ovviamente il primo suono non è stato magnifico, però è bastato per darmi la curiosità di iniziare un secondo strumento. A 11 anni ho fatto il primo concorso e avevo come insegnante Marianne Chen: lì capitò qualcosa di straordinario, perché per la prima volta ho suonato questo nuovo strumento che “faceva parte di me”, mentre il pianoforte era sempre un corpo estraneo perché ogni concerto ne usavo uno differente, a seconda di quello che aveva la sala concertistica dove mi dovevo esibire, mentre il violoncello era mio e lo sentivo parte di me. Da quel giorno ho capito che avrei voluto suonarlo per tutta la vita.
Non suono due strumenti per far vedere che li so suonare. Io sono 100% violoncellista, però voglio proporre al pubblico una esperienza musicale, come raccontare una storia proponendo due compositori contemporanei tra loro (Bach e Scarlatti in questo caso) ma completamente diversi. Per quanto riguarda il repertorio violoncellistico, però, non abbiamo niente di Domenico Scarlatti, ma ho questa fortuna di poter offrire uno scorcio dell’epoca usando due strumenti diversi. Questa è l’esperienza musicale con cui sono cresciuta.

Qual è stato il momento che ha segnato una svolta nel suo percorso?
Nel mio percorso non c’è un solo momento di svolta, ma un insieme di esperienze che, nel tempo, hanno cambiato il mio modo di fare musica. Dall’esperienza come allieva, vissuta come primo spazio di responsabilità artistica, fino all’esperienza decisiva in Russia, durante il periodo del Covid: un’audizione da solista che si è trasformata in due anni di lavoro intenso sotto il direttore d’orchestra Teodor Currentzis. Il confronto quotidiano con i suoi musicisti straordinari, ovvero grandi solisti abili a suonare in orchestra come in musica da camera, mi ha insegnato che fare musica è prima di tutto un atto collettivo. Accanto al lavoro orchestrale, la scoperta di nuovi compositori e di linguaggi sonori radicali, ha accentuato il mio sviluppo artistico. Parallelamente, il ritorno alla musica barocca e all’uso delle corde di budello ha trasformato la mia estetica del suono, portandomi a rileggere Bach con uno sguardo nuovo, più umano, più vero.

Che cosa prova quando sale sul palco prima di un concerto?
Sicuramente sento un po’ di agitazione nel senso che io vorrei sempre fare il meglio, c’è sempre questa voglia. C’è emozione sicuramente perché è una responsabilità salire sul palco e, però, diciamo che il momento più difficile è quello prima di salire sul palco, mentre salire sul palco è come raccontare una storia quindi non penso più a cose che possono disturbare il percorso del concerto.

Come affronta il pubblico, si prepara all
esibizione con qualche tecnica di rilassamento?
In realtà no. Ho dei rituali, per esempio, semplicemente organizzativi, in questo caso che suono più strumenti, magari mi devo organizzare di più con lo studio e con la prova di certi pezzi, ma in generale no. Forse fa sorridere, lo raccontai una volta rimase e impresso, quindi ve lo riporto: pulisco le corde col profumo, ma non tanto perché voglio sentire il profumo mentre suono, ma appunto perché contiene una componente oleosa, quindi per me si scivola meglio sulla tastiera; poi per sentire le dita più forti metto uno smalto che non è uno smalto estetico.

Come immagina il suo futuro tra dieci anni e quali consigli darebbe a dei ragazzi che studiano musica oggi?
Artisticamente spero di continuare a essere curiosa e continuare a fare musica per raccontare una storia al pubblico, e spero di essere sempre fedele agli ideali che ho sempre avuto che non sono tanto quelli carrieristici, ma più che altro perché amo la musica e spero di amarla ancora tra dieci anni; E ai giovani auguro proprio questo, che la musica sia  un bellissimo gioco,  ma un gioco serissimo di disciplina, perché  sa dare, regalare anche tante emozioni, è un gioco che può raccontare una storia, è come vedersi un film. Quando vado ai concerti, mi succede di poter immaginare qualcosa di molto bello e succede proprio con gli interpreti che danno questa possibilità, cioè che mettono la musica in primo piano: la musica ha anche un bellissimo potere di lasciare la libertà dell’immaginazione e quindi spero che questa sera ognuno di voi possa avere un’immaginazione diversa ispirata da quello che suonerò.

Nicole Baldini, Nina Boncinelli, Celeste Du, Samantha Hernandez, Yina Luo, Rebecca Mencherini, Viola Pulidori, Sofia Scala e Arianna Vannucchi del Liceo Scientifico “Agnoletti” di Sesto Fiorentino

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Recensione del concerto “Musica e… l’amico geniale – Nino Rota per Eduardo”

Lo spettacolo “Musica e… l’amico geniale – Nino Rota per Eduardo”, rappresentato il 12 aprile 2026 al Teatro Niccolini, ha voluto celebrare il legame artistico tra Nino Rota ed Eduardo De Filippo attraverso musica e narrazione.
Lo spettacolo aveva come filo conduttore, da un lato, Napoli Milionaria (opera di Nino Rota ed Eduardo De Filippo) e, dall’altro, musiche di Alfredo Casella, Brugnoli e dello stesso Rota.
Il tema è stato sviluppato attraverso la narrazione della nascita e dello sviluppo dell’opera teatrale Napoli Milionaria, grazie alla quale questa amicizia “geniale” è stata possibile. Il concerto si è svolto seguendo una particolare scaletta: ai momenti dedicati alla voce recitante di Stefano Valanzuolo seguivano brani musicali tratti da celebri colonne sonore composte da Rota.
Sul palco erano presenti due musicisti di altissimo livello: Silvia Chiesa e Maurizio Baglini. Lei suonava un prezioso violoncello antico, un Giovanni Grancino del 1697, mentre lui un pianoforte Fazioli. Si percepiva subito la grande intesa tra i due artisti, che collaborano da molti anni e hanno tenuto centinaia di concerti in tutto il mondo.
I musicisti hanno eseguito i brani, scelti insieme a Stefano Valanzuolo, con un’accuratezza e un’attenzione tali da permettere al pubblico di percepire emozioni e sensazioni in modo profondo. Un brano che ci ha colpito particolarmente è stata la Tarantella di Alfredo Casella, per il suo ritmo più frenetico rispetto agli altri brani, nel quale trasparivano in modo evidente l’energia e la passione dei due esecutori.
Questa esperienza è stata per noi particolarmente interessante anche perché era la prima volta che assistevamo a uno spettacolo con una formazione di questo tipo, in cui ai due musicisti classici si univa una voce recitante. I suoi interventi non avevano soltanto una funzione di accompagnamento, ma contribuivano a creare un vero e proprio racconto, approfondendo il rapporto di amicizia “geniale” tra Nino Rota ed Eduardo De Filippo, che diede vita non solo a una complicità affettiva, ma anche a un’intesa intellettuale e artistica.
Abbiamo apprezzato il momento dell’intervista prima dello spettacolo, durante il quale i musicisti ci hanno raccontato come è nato il progetto, senza però anticipare il modo in cui la narrazione si sarebbe integrata con la musica, per non rovinarci la sorpresa. In realtà, noi conoscevamo Eduardo e Rota solo grazie alla lezione introduttiva svolta a scuola prima del concerto; per questo motivo non siamo riusciti a cogliere pienamente tutti i riferimenti presenti nel testo di Valanzuolo. Ciò non ci ha permesso di entrare completamente nello spirito del concerto e di comprendere fino in fondo alcune scelte artistiche, rendendo l’ascolto meno consapevole.
Il ritmo e l’armonia creati durante l’esecuzione musicale sembravano infatti interrompersi nei momenti dedicati alla narrazione, riducendo il senso di continuità dello spettacolo. La narrazione di Valanzuolo ci è sembrata quasi un’esibizione a sé stante, troppo distaccata dal resto del concerto. Avendo già partecipato a concerti di sola musica da camera, abbiamo capito di preferire la musica da sola. Nel complesso, insomma, l’alternanza tra il testo recitato e la musica non ci è sembrata del tutto fluida.

Classe quarta D linguistico dell’IISS “Calamandrei” di Sesto Fiorentino


INTERVISTA AI MAESTRI BAGLINI E CHIESA E A VALANZUOLO

D: Professore, guardando la struttura di questo concerto e vedendo la sua carriera come autore di testi, ci può spiegare in poche parole che tipo di drammaturgo è lei?
             
R: “Io fondamentalmente sono un giornalista, nasco come giornalista e lo sono da quarant’anni, sono anche critico musicale, quello che mi piace è scrivere e raccontare per quanto possibile.  Per tanti anni ho raccontato quello che succedeva nei teatri, magari andando ad ascoltare i concerti e poi, poiché la vocazione a scrivere si può declinare in mille modi, ho pensato che potesse essere bello raccontare storie diversamente. Io lavoro anche in radio, mi è quindi capitato spesso di lavorare a un programma, che adesso non c’è più su radio 3, che si chiama Wiki Music. Erano appunto dei racconti di mezz’ora in cui dovevamo raccontare delle storie accompagnandoci con la musica; da questa idea è nata quella di poter lavorare con musicisti dal vivo e rendere quindi quelle storie con la musica dal vivo più teatrali e meno come se fossero un podcast, perché nel formato del podcast, la voce che racconta si interrompe e parte la musica. La musica che viene diffusa radiofonicamente o in termini di podcast è registrata, nel momento in cui invece puoi farla dal vivo con dei musicisti quella musica diventa parte di uno spettacolo, che non è più soltanto concerto e non è ancora teatro, ma è una via di mezzo che raccoglie evidentemente anche in questa forma linguaggi diversi. Attira anche un pubblico un po’ trasversale, perché non c’è il pubblico militante dei concerti, cioè quello che va solo ai concerti e non c’è nemmeno il pubblico del teatro, ma c’è un pubblico incuriosito dall’idea di voler ascoltare una storia.”
Stefano Valanzuolo

D: Nel corso della sua carriera, ci sono stati dei testi teatrali che le sono risultati più complessi da scrivere?
R: “No, no, così mi fai sentire Pirandello, insomma!
Ne ho scritti tanti, effettivamente, però no, non c’è stato un testo difficile da scrivere perché l’impulso di scrivere viene dal fatto che una storia ti interessa, che ci sia la voglia di raccontarla e di prendere in considerazione quella musica in particolare. L’impulso può venire dal fatto che sia una storia avvincente, che abbia dei protagonisti interessanti o dal fatto che le musiche, che sono associabili a quel racconto, siano particolarmente belle, oppure le due cose possono coesistere. Come in questo caso, raccontiamo la storia di un drammaturgo ed è chiaro che usiamo le musiche del compositore con cui lui ha lavorato, quindi la difficoltà non c’è nel momento in cui non stiamo parlando, almeno nel mio caso, di opere che vengono commissionate. Sì, può capitare qualche volta, ma nella gran parte dei casi, nasce dalla volontà condivisa dei musicisti di mettere su un progetto trasversale, originale e accattivante, e a quel punto le difficoltà vengono meno.”
-Stefano Valanzuolo

D: Cosa vi ha spinto a collaborare insieme in questa formazione?  
R: Silvia Chiesa: “Una chiamata di Stefano che propone una bella storia di amicizia, quella tra Eduardo De Filippo e Nino Rota, del quale ho studiato molti brani. Abbiamo voluto collegare le nostre passioni, quella del teatro e quella della musica. Maurizio ha certamente accettato subito l’invito e abbiamo iniziato a lavorarci su: la scelta dei brani e dell’inserimento delle musiche è stato un lavoro di scambio che definirei culturale. Le cose sono state decise insieme per la finalizzazione dell’evento di stasera, che chiamo così perché non è né un effettivo concerto né uno spettacolo teatrale.”
Maurizio Baglini: “Io ho fatto un lavoro più “pragmaticamente” sporco perché ho dovuto acquisire le musiche che, per un compositore come Nino Rota, sono protette dai suoi eredi. Sono partito dalla persona che può essere definita come il collezionista delle musiche di Rota, e in seguito ho affrontato il “problema” di inserire il violoncello, che sostanzialmente è l’alter ego dell’attore. In uno spettacolo in cui dobbiamo rappresentare opere come Napoli Milionaria, il violoncello, ma anche il pianoforte con i suoi ottantotto tasti, riescono a sostituire tutti i registri dell’orchestra completa, anche se in modo molto minimalista. Ho chiesto a Giuseppe Caffi, che oserei definire un artigiano della musica, diplomato in pianoforte, direzione d’orchestra, direzione di coro e composizione, una essenzializzazione delle musiche dove non si sacrifichi nessuna nota. Si tratta di un lavoro, che solo per essere messo in piedi, ci ha occupati per un anno e più.”

D: È la prima volta che ascoltiamo questo tipo di formazione: è un progetto nato esclusivamente per questa occasione o pensate di riproporre in futuro?

Maurizio Baglini: In realtà è nato due anni fa, l’idea viene da Stefano. Noi lo avevamo ascoltato su “Wikimusic” e ascoltiamo Radio 3, su cui siamo spesso presenti. Per noi rappresenta una valvola di sfogo, che ha anche un valore culturale. In questo momento in Italia, si ascoltano molte cose radiofonicamente pertinenti e quindi eravamo già un po’ preparati su cosa ci sarebbe toccato fare, ampliare ecc. Essendo io e Silvia stati per venti anni anche produttori di un festival cameristico, che ha una storia importante (“Amiata Festival”), abbiamo deciso di farlo nascere lì. Successivamente l’abbiamo esportato, per esempio anche al Museo di Piaggio di Pontedera, dove c’è una fabbrica, il cui hangar oggi è un auditorium. Lo abbiamo portato soprattutto a Napoli, non solo per il Maggio della Musica, ma anche nella casa Titina de Filippo che è la sede della fondazione de Filippo, dove c’è stato qualcosa di emotivamente fortissimo.
Stefano Valanzuolo: Sono proprio quelli i luoghi dove era stato provato lo spettacolo Napoli Milionaria nel 1945.
Maurizio Baglini: Lo rifacciamo per esempio al Comunale di Bologna, al Teatro di Manzoni il prossimo 5 giugno perché Napoli Milionaria viene ripresa in senso operistico dal tale teatro, che è uno dei teatri più famosi al mondo. Soprattutto in questa celebrazione rotiana o de filippesca, in cui bisogna capire chi ha più parte in causa preminente, ci è stato chiesto di riproporre. Adesso stiamo lavorando anche sull’idea di farlo a Parigi perché io personalmente conosco Huguette che è una donna eccezionale di 95 anni ed è perfettamente lucida, sta meglio di tutti noi. Inoltre ha tutti i diritti per le traduzioni francesi del teatro di Eduardo; quindi io vorrei, finché lei è in salute e in vita, portarlo lì possibilmente in versione italiana. Per esempio, se l’Istituto Italiano di Cultura ci desse credito con i sovra o sottotitoli e non perché è una traduzione fatta da Huguette, risulterebbe quindi un progetto itinerante.
Stefano Valanzuolo: Naturalmente noi ci auguriamo di fare altre formazioni insieme visto il rapporto che ci lega, non soltanto professionalmente ma in generale, perché con la musica si può avere un senso al di là degli schemi e delle etichette che le si vogliono dare. Non sforziamoci di pensare che sia musica da camera, il teatro si fa con la regia, con le luci e con gli attori. Io non sono un attore, sono quello che ha scritto il testo. So che cosa questo testo vuol dire, cosa significa ogni parola, quale peso possa avere ogni parola. Io mi consento di raccontare una storia che io stesso ho scritto, non mi metterei a raccontare una storia di un altro, perché per quello ci sono gli attori. Però dicevo, senza andare per forza a cercare le etichette da dare, sappiamo che questo tipo di offerta è gradita in qualche maniera dal pubblico. Offre delle opportunità di fruizione musicale che sono un po’ diverse dal consueto. Ogni tanto ci sono discorsi che vengono fuori se si è in crisi, ma la musica classica non è in crisi, non è che una suite di Bach o una sonata di Beethoven entrano in crisi, questo è evidente. Se il problema c’è, è un problema di rito d’ascolto, di carattere laico. Il concerto forse qualche volta è percepito vecchio da qualcuno e quindi ci poniamo il problema di come si possa trovare un meccanismo di offerta che senza andare ad alterare la sostanza delle cose e senza risultare irrispettoso nei confronti della musica, crei comunque delle occasioni di ascolto che siano ritenute dal pubblico più stimolanti, da questo punto di vista questo tipo di racconto può essere utile.

D: Scorrendo il programma abbiamo notato che il filo conduttore è da un lato la città di Napoli e dall’altro musiche che provengono dai film famosi di Fellini; come mai Lo scoiattolo in gamba?

Maurizio Baglini: Lo scoiattolo in gamba è il primo esperimento che lega questa amicizia, è la storia commovente di questi due geni che fanno mestieri diversi ma complementari. La napoletanità è evidente, parte tutto da Eduardo, Nino Rota in effetti ha affrontato spesso, dal punto di vista musicale, delle matrici napoletane. Abbiamo cercato di rendere una sorta di assonanza fra la storia e musiche che fossero pertinenti con la narrazione, il momento. Questo tentativo di commistione delle forme d’arte l’aveva già provato a sperimentare un genio del romanticismo, Robert Schumann, inserendo la filosofia come forma di arte, quindi il problema era già sentito all’epoca. Dopo Beethoven tutta la musica, in un certo senso, era andata in “crisi”, uno stato positivo, una sorta di crisi esistenziale. Cosa fare per essere contemporanei? Questo tipo di proposta, a mio avviso, lo illustra al meglio. Sentiamo a tal proposito anche il parere di Silvia, da un punto di vista prettamente strumentale è infatti il violoncello che “condisce”, ha elementi predominanti e fortemente esposti.
Silvia Chiesa: Il compositore Giuseppe Caffi, che ha fatto questa rielaborazione del materiale di Rota, è molto competente, conosce il mio strumento. Abbiamo lavorato anche insieme, di fatto non è solo un lavoro a tre, c’è una quarta figura che è stata molto importante. Non avessimo avuto la fortuna di incontrare un compositore che si dedica alle musiche di un altro compositore, e stiamo parlando di Rota, non avremmo ottenuto il risultato prodotto. Il maestro Caffi ha dichiarato di aver avuto paura a toccare le musiche di Rota, perché sono perfette, dunque qualsiasi intervento avrebbe potuto essere anche non positivo. Da qui un costante confronto: il maestro chiamava per far sentire la melodia, voleva provarla un’ottava grave, un’ottava acuta. È stato un bellissimo momento, per lui, per me e per Maurizio. Una volta che ci siamo incontrati con Stefano, la prima volta che l’abbiamo suonata, mi sei sembrato contento anche te. È stato, per tutti noi, tutto nuovo.
Poi continuiamo con le vostre domande. Se posso, parlando di musica classica, rispetto alla problematica di come farla arrivare alle persone, visto il grande messaggio culturale ed emotivo, la domanda che pongo io a voi è questa: venire in un teatro come questo, vi fa sentire “diversi”? Vi dico questo perché immagino che non siate abituati a venire in un teatro del genere, normalmente andate magari in altro tipo di spazio, con altra musica. E’ forse venire in teatro che crea una non facilità e non alimenta la voglia di conoscere questo mondo?
Interviene Maurizio Baglini che, traducendo in inglese il quesito di Silvia Chiesa, allaccia il confronto anche con gli studenti americani. La domanda mira a comprendere se il luogo, il teatro, è o meno un ambiente che mette a proprio agio, se i ragazzi hanno un approccio “timido” rispetto alla musica classica. Rispondono alcuni studenti americani affermando che si sentono in parte “spaesati”, ma comunque molto contenti per l’esperienza, mai vissuta prima.
Maurizio Baglini: Spoilero che si parlerà spesso di “autocitazione”, qualcosa che i compositori usano sempre. Lo hanno fatto tutti da Mozart, Beethoven, Bach. L’autocitazione è frequente. Si capirà poi il legame. Chi sia stato Rota per Fellini e perché anche i film di Fellini siano stati così importanti.
Silvia Chiesa: Mi viene in mente una vostra affermazione in una precedente domanda, nella quale avete sostenuto che la musica fosse di Fellini. La musica è di Rota su film di Fellini. Questo sottolinea quanto la figura di un regista come Fellini abbia messo non in “secondo piano” Rota ma comunque abbia sollevato delle perplessità. Sarebbe interessante fare una sorta di esperimento: vedere un film di Fellini, le sue scene più emozionanti, togliendo il volume.
Stefano Valanzuolo: Esperimento fatto con C’era una volta in America senza la musica di Ennio Morricone sotto: il regista (Sergio Leone) pare fosse inorridito all’idea, chiedendo di rimettere subito la musica.
Silvia Chiesa: Esatto. Quindi le due arti sono combinate assieme. Nino Rota andava a vedere le prime proiezioni del film di Fellini quando non era ancora montato, andava nelle sale studio, proiettavano il film e Rota, con un pianoforte verticale, guardando le scene, incominciava a improvvisare: era pura magia e genialità. Scriveva sul momento e si faceva venire in mente i temi che sono poi quelli arrivati a noi.
Stefano Valanzuolo: Vorrei solo aggiungere una cosa. Questa storia ha due personaggi che sono due punti di riferimento per il secolo scorso, della seconda metà del XX secolo. Due personaggi che non sono conosciutissimi. Credo infatti che una figura come Eduardo de Filippo quasi non si studi a scuola, ma rappresenta il teatro italiano della seconda metà del Novecento, anche prima.  Per me evidentemente è invece una figura che fa parte quasi di un patrimonio genetico, io sono napoletano di nascita, formazione, vivo a Napoli e ne sono felice. Devo dire che da bambino fui portato dai miei genitori al teatro di Eduardo, teatro che esiste ancora, il teatro San Ferdinando, sono andato tre o quattro volte. Ero piccolo, la cosa mi sembrò come un “miracolo”. Sono passati quasi cinquant’anni ho capito che era un miracolo, che era davvero una cosa straordinaria. Ho sentito che qualcosa lo “dovevo” a questa figura straordinaria.
Maurizio Baglini: io ricordo che ero alle elementari quando morì Eduardo, era quasi lutto nazionale. Fu la prima notizia. C’era una supplente, in classe c’era un lutto palpabile. Sono cambiati i tempi. Senza idealizzare nostalgicamente il passato. C’era più spazio, anche mediatico, si viveva più lentamente. Senza i telefoni, che ci danno tutto in tempo reale ma tolgono anche tanti motivi di riflessione. Guardate ai grandi del passato, personaggi che sicuramente conoscete, troverete molti spunti di curiosità e di riflessione.
Silvia Chiesa: E poi il rapporto di amicizia. Come voi giovani sentite l’amicizia, come questi due artisti hanno vissuto l’amicizia. Sentirete che raffinatezza che eleganza, poesia anche quando si scambiavano i messaggi, questo è il fulcro del nostro spettacolo.

Classe quarta D del Liceo Linguistico dell’IISS “Calamandrei” di Sesto Fiorentino con ospiti alcuni studenti americani in scambio linguistico, provenienti dal College di Red Buff in California

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Stagione concertistica 2024/2025

RECENSIONE DEL CONCERTO DI ZLATOMIR FUNG E RICHARD FU (22 febbraio 2025)

Il recente concerto della Stagione concertistica degli Amici della Musica di Firenze, che si è tenuto il 22 febbraio scorso al Saloncino “Paolo Poli” del Teatro della Pergola, ha visto protagonisti il violoncellista Zlatomir Fung e il pianista Richard Fu, che hanno incantato il pubblico con un’esibizione di straordinaria intensità e raffinatezza. Il programma, un viaggio affascinante tra Romanticismo e contemporaneità, ha reso omaggio all’Italia attraverso brani di Martucci e Fano, offrendo al contempo una panoramica sulla musica classica e contemporanea.

Zlatomir Fung, a soli vent’anni, è stato il primo americano in quattro decenni e il più giovane musicista a vincere il Primo Premio al Concorso Internazionale Čajkovskij nel 2019. La sua profonda sensibilità interpretativa e il sorprendente virtuosismo lo hanno reso una stella emergente nel panorama musicale internazionale e lo ha confermato nell’esibizione fiorentina.

Insieme a Richard Fu, pianista originario di Shangai ma anche lui americano di adozione, Fung ha dato vita a un duo affiatato, capace di esprimere con eleganza e profondità le sfumature di ogni composizione.

Il concerto si è aperto con l’Andante sostenuto – Allegretto scherzoso di Guido Alberto Fano, brano introdotto dal nipote di Fano stesso presente al concerto, e eseguito dal duo con lirismo e brillantezza che hanno messo in luce la padronanza tecnica e l’affiatamento dei due musicisti. La successiva Sonata in fa diesis minore op. 52 di Giuseppe Martucci ha offerto al pubblico un’esperienza immersiva nel tardo Romanticismo italiano, che è stata seguita da un salto in epoca vicina ai nostri giorni con il brano “Due Per Due” di Justin Dello Joio, compositore americano di origine italiana, presente in sala. La conclusione con la Sonata n. 2 in fa maggiore op. 99 di Johannes Brahms ha coronato una performance memorabile.

La scelta di includere composizioni italiane nel repertorio ha sottolineato l’apprezzamento di Fung e Fu per la ricca tradizione musicale del nostro Paese, creando un ponte tra passato e presente che ha affascinato e coinvolto il pubblico presente.

Inoltre, l’attesa per l’uscita del loro primo album congiunto, intitolato “Fantasies” e previsto per il 7 marzo 2025, aggiunge ulteriore entusiasmo attorno a questo duo. Il disco conterrà trascrizioni per violoncello e pianoforte di musiche tratte da opere, inclusi brani di Servais, Hainl e dello stesso Fung, mostrando la loro versatilità e creatività artistica, oltre alla maturità interpretativa.

In conclusione, il concerto degli Amici della Musica al Teatro della Pergola ha rappresentato un momento di alta cultura musicale, confermando Zlatomir Fung e Richard Fu come interpreti di spicco nel panorama internazionale, capaci di emozionare e coinvolgere profondamente il pubblico con la loro arte.

Studenti dell’IISS e Liceo linguistico “Calamandrei” di Sesto Fiorentino (FI)

INTERVISTA A ZLATOMIR FUNG E RICHARD FU

Alla fine del concerto del 22 febbraio 2025 di Zlatomir Fung (violoncello) e Richard Fu (pianoforte) abbiamo parlato con i due artisti e posto loro qualche domanda. 

Qual è il motivo per cui avete scelto i vostri strumenti?
Fung: I miei genitori hanno deciso per me, avevo circa tre anni quando ho iniziato lo studio del violoncello.
Fu: Anche per me ha deciso mio padre. Nei paesi asiatici vengono scelti principalmente o il piano o il violino.

Come vi siete conosciuti e in che modo la vostra collaborazione è iniziata?
Fu: Ci siamo incontrati a scuola, alla Julliard di New York.

Quale brano avete suonato come “bis” alla fine del concerto?
Fung: Prison Rêve di Gabriel Fauré.
Fu: Esatto. È un pezzo francese originariamente per voce e pianoforte.

Quali sono le vostre altre passioni oltre la musica?
 Fu: Mi piacevano molto gli sport, come calcio e basket, ora però non ho più tempo per guardare le partite. Spesso giocano in America e se me le volessi guardare dovrei stare sveglio e non dormire.
Fung: Sono appassionato di film e anche degli scacchi, molto spesso ci gioco online. Mi piace anche viaggiare, amo venire in Italia per esempio.

Maestro Fung, come è cambiata la sua vita dopo aver vinto il “Čaikovskij”?

Fung: Credo di essere stato molto fortunato, sai, e ho incontrato un sacco di persone nuove. In realtà il covid è arrivato qualche mese dopo la competizione quindi molte cose sono subito cambiate in quel periodo.

Chi sono le persone che vi hanno aiutata nella vostra carriera?
Fu: Tante persone, a cominciare dai genitori. Penso che senza il supporto dei genitori sia molto difficile studiare musica, perché costa anche un sacco di soldi studiare. Con il loro supporto, quindi, puoi perseguire le migliori opportunità di esercitarti invece di avere un lavoro. Poi tutti gli insegnanti lungo il percorso: penso che trovare l’insegnante giusto per te sia come musicista che come persona sia importante. E anche nei professionisti e nelle persone con cui lavori. Nella musica, tutto ciò che fai è difficile senza le persone, non lo fai davvero da solo.
Fung: Sono d’accordo con tutto questo. Vorrei anche dire che sono molto grato alle persone che mi hanno aiutato a trovare concerti, i miei agenti, la mia agente italiana che è qui. Grazie mille a tutti loro, lavorano tutti così duramente per darci l’opportunità di condividere la musica con il pubblico!

Suonate altri strumenti oltre al vostro?
Fu: Ho provato per un breve periodo la chitarra e il violino, ma non ho continuato. Volevo cantare ma è stata una cattiva idea.
Fung: Io suono la viola per divertimento e in realtà sto cercando di comprarne una ora, dato che non ne possiedo. Per me è molto divertente suonare la viola.
Fu: Perché la viola?
Fung: L’ho studiata quando ero più giovane per circa sei anni, è uno strumento molto divertente.

Come ci si sente a essere considerati un’ispirazione per le nuove generazioni di musicisti?
Fung: Sento un grande onore, perché sento ancora di avere così tanto su cui lavorare tutto il tempo.

Avete un pezzo che considerate particolarmente impegnativo o che vi ha messa alla prova artisticamente?
Fu: Tutto questo programma, per me!
Fung: Sì, anche per me, ma c’è anche un altro pezzo che ricordo, penso che quello sia il più difficile che abbia mai imparato. È il Concerto per violoncello di Unsuk Chin, che ho suonato l’anno scorso e penso che mi abbia tolto anni di vita quando lo stavo imparando. È così difficile!
Fu: Con quale orchestra lo hai suonato?
Fung: L’ho suonato con un’orchestra a Taiwan a un festival, quindi la compositrice era lì al concerto e questo ha reso tutto molto stressante.

Cosa consiglia ai giovani aspiranti musicisti?
Fung: Consiglierei di essere curioso di diversi tipi di musica e anche di dormire molto. Penso che per suonare musica sia importante riposare.
Fu: Vuoi dire la teoria sul dormire le due notti prima del concerto?
Fung: Non lo so, è solo una teoria.
Fu: Sì e penso che sia anche bene capire davvero il tuo settore, quali sono i diversi percorsi che vuoi intraprendere.

Avete dei rituali prima dell’esibizione?
Fu: Sì, rimango al pianoforte il più a lungo possibile, finché non mi buttano fuori. Ho bisogno di riscaldarmi.
Fung: Mi piace suonare ogni nota del concerto prima di salire sul palco, almeno una volta.
Fu: In che lasso di tempo?
Fung: 3 ore? In qualsiasi momento della giornata, lo stesso giorno del concerto.
Fu: Quindi fai tutto il programma una volta!
Fung: Sì, ci provo!


Piacevolissima conversazione, siamo molto grati a questi due grandi artisti!

Studenti dell’IISS e LICEO “Calamandrei” di Sesto Fiorentino (FI)

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MUSICA &… TABLEAUX VIVANTS (16 marzo 2025, Teatro Niccolini)

Assistere a una rappresentazione di tableaux vivants è stato come entrare fisicamente dentro un’opera d’arte. Ogni scena, ispirata a capolavori pittorici, prendeva vita davanti ai miei occhi con una precisione mozzafiato. I corpi degli attori, immobili ma intensamente espressivi, sembravano davvero fondersi con le luci, i costumi e le musiche scelte per richiamare lo spirito del dipinto originale.

La professionalità e la passione degli artisti trasparivano in ogni gesto e si percepiva chiaramente il lavoro accurato che c’è dietro ogni minimo dettaglio: dalla composizione scenica all’espressione facciale, dal gioco delle ombre alla scelta dei suoni.

È un’esperienza che consiglio vivamente a chiunque ami l’arte in tutte le sue forme, ma anche a chi cerca un modo nuovo per avvicinarsi alla bellezza.

Studenti del Liceo Machiavelli-Capponi di Firenze

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CRONACA DELLA CLASSE QUINTA B LINGUISTICO DELL’ISS “CALAMANDREI” DI SESTO FIORENTINO, SUCCESSIVAMENTE AL CONCERTO DI:
VIVIANE HAGNER, violino – SINDY MOHAMED, viola – ECKART RUNGE, violoncello – MATTHIAS KIRSCHNEREIT, pianoforte (29 marzo 2025)

Il pianista ha interrotto il silenzio della sala esordendo con un tema vivace ed allegro, tipico dello stile compositivo di Mozart. In pieno contrasto con i temi e le sensazioni che trasmette Mozart, cala un’atmosfera cupa e controversa nella sala, dettata dalle sonorità di Tansman, che come ci hanno detto gli artisti, lascia molto più spazio all’interpretazione. È il loro compositore favorito, attorno al quale è stata strutturato il programma, che si è concluso con un travolgente Brahms, che, per noi ragazzi, è stato il brano più bello.
Pensiamo che per noi ragazzi quest’esperienza rappresenti un arricchimento, un modo per conoscere una musica considerata, dai giovani, “diversa”. Inoltre è un’occasione per “visitare” uno dei teatri più importanti e antichi della città e per conoscere delle realtà diverse dalla nostra tramite il confronto con gli artisti intervistati. Le quasi due ore di esibizione sono volate e, subito dopo l’ottimo concerto, i quattro artisti ci hanno raggiunti nel saloncino “Paolo Poli” per rispondere ad alcune domande. Gli studenti del terzo anno del nostro stesso liceo linguistico infatti, avevano preparato un’intervista (in inglese per gli artisti, in italiano per il pubblico) da fare ai musicisti, che si sono mostrati molto simpatici e disponibili a rispondere alle domande, che viene riportata in questa rivista.
Grazie all’incontro con i quattro musicisti, abbiamo potuto approfondire determinati aspetti anche esecutivi. Il pianista ha spiegato la difficoltà nell’eseguire in maniera corretta e pulita le composizioni di Mozart, dove l’interpretazione verte principalmente sulla precisione e sulla tecnica, quasi senza l’utilizzo del pedale.
Tutti loro hanno rivelato quanto lavoro ci sia nella professione che hanno scelto e ci ha colpito come, nonostante il grande sacrificio di studio continuo, l’amore che hanno per la musica sia fortissimo e nessuno vorrebbe fare altro.

RECENSIONE DEL CONCERTO DEL 29 MARZO 2025 a cura della 3 D LINGUISTICO DELL’ISS “CALAMANDREI” DI SESTO FIORENTINO (FI)

Il concerto degli Amici della Musica di Firenze del 29 marzo scorso, al Teatro della Pergola, è stata l’occasione per la classe 3D linguistico dell’Istituto P. Calamandrei di Sesto Fiorentino di ascoltare per la prima volta dal vivo un quartetto. Gli artisti erano Viviane Hagner, violinista tedesca, Sindy Mohamed, violista franco-egiziana, Eckart Runge, violoncellista tedesco e Matthias Kirschnereit, pianista tedesco. Il programma del concerto era dedicato a tre compositori: Wolfgang Amadeus Mozart, Alexandre Tansman e Johannes Brahms, appartenenti ad un periodo che va dal diciottesimo al ventesimo secolo. Nella prima parte del concerto sono stati eseguiti il Quartetto in mi bemolle maggiore, K.493, di Mozart, che aveva un carattere allegro e vivace, molto in contrasto con i sei movimenti del Suite-Divertissement di Tansman, dal ritmo più aggressivo, evidenziato anche da alcuni punti eseguiti pizzicando le corde degli archi.
Dopo una breve pausa ha avuto inizio il secondo tempo, nel quale è stato eseguito il Quartetto n. 3 in do minore, op. 60 di Brahms. Caratterizzato da uno stile allegro ed energico e a tratti più veloce rispetto ai precedenti.
L’intesa tra i musicisti durante l’esecuzione era molto forte: si guardavano, sorridevano e con piccoli gesti si coordinavano alla perfezione, nonostante questo fosse il loro primo concerto in questa formazione quartettistica, come poi hanno rivelato durante l’intervista, svoltasi subito dopo nel Saloncino della Pergola. Alcuni studenti della nostra classe li hanno intervistati: è stato un momento interessante anche dal punto di vista didattico, ma hanno anche raccontato delle curiosità sulla loro vita e sul loro lavoro. Abbiamo così scoperto che la loro passione per la musica è nata in giovane età e, nonostante alcuni non avessero la tradizione della musica in famiglia, ne hanno fatto il proprio lavoro.
Assistere ad un concerto di musica da camera non è un’abitudine di molti ragazzi d’oggi, ma, nonostante ciò, la classe ha apprezzato la musica e partecipare all’intervista è stata un’occasione unica per capire meglio questo mondo e per incontrare dei professionisti così appassionati.

CRONACA DELL’INTERVISTA A VIVANE HAGNER, SINDY MOHAMED, ECKART RUNGE E MATTHIAS KIRSCHNEREIT (29 marzo 2025)

Abbiamo iniziato l’intervista chiedendo ai musicisti come fosse nata la loro passione per la musica. I quattro provenivano da ambienti e paesi molto diversi, ma ciò che li accomuna è la passione per la musica che risale alla loro infanzia e adolescenza.
Matthias Kirschnereit è nato in Germania, in una famiglia di musicisti e iniziò a suonare il pianoforte fin da piccolo. Inizialmente avrebbe voluto suonare rock o heavy metal, ma all’età di quindici anni la musica classica diventò parte della sua vita.
Viviane Hagner fu introdotta nel mondo della musica suonando prima il pianoforte e successivamente il violino, con il quale si sentiva già legata da piccola. È stata sempre supportata dalla sua famiglia, nonostante in questa non ci fossero musicisti.
Sindy Mohamed è nata in Egitto e neanche la sua famiglia aveva esperienza nel mondo della musica. Iniziò a suonare nel periodo dell’adolescenza, quando realizzò che la musica sarebbe stata il suo futuro.
Infine, Eckart Runge proveniva da una famiglia di musicisti amatoriali e fu ispirato da suo zio che suonava il violoncello e da un fantastico insegnante, così capendo quale fosse la sua vera passione.

In seguito, abbiamo domandato come si fossero conosciuti: il violoncellista ha risposto a nome del gruppo, spiegando che si trattava della prima volta che suonavano insieme in un concerto. Runge e Hagner si sono conosciuti durante un festival in Polonia; invece conobbe il pianista venti anni fa; mentre si incontrò con il gruppo al completo qualche giorno prima del concerto.

L’intervista è proseguita con una domanda in cui veniva chiesto cosa facessero abitualmente prima di un concerto.
Il pianista ha risposto che prova un grande senso di appartenenza per il suo strumento e prima di un concerto è solito mangiare banane. Viviane Hagner la violinista invece ci ha risposto che prima di un concerto è sempre molto eccitata, poiché non sa come si svilupperà lo svolgimento del concerto: prima però di ogni esibizione, per rilassarsi è solita mettere qualcosa sul viso. Sindy Mohamed ci ha confessato che di solito non dorme prima di un concerto per tutto lo stress mentre il pianista Matthias Kirschnereit ha riscoperto il valore del pisolino prima di un concerto per rilassarsi al meglio (e suonare qualcosa di calmo).

Altra domanda che abbiamo posto riguardava l’età nella quale hanno iniziato a suonare.
La passione per la musica risiede in ognuno di loro sin dalla giovane età, Eckart Runge ha iniziato a suonare all’età di nove anni, Sindy Mohamed a diciott’anni anni, Viviane Hagner a tre e Matthias Kirschnereit a cinque anni, ha smesso all’età di nove per poi riprendere a dodici anni.

Alla domanda “perché avete scelto questo programma musicale?” Il violoncellista ha spiegato che il programma è bellissimo, hanno deciso di suonare brani di Tasman perché è molto interessante e secondo il quartetto dovrebbe essere suonato di più.
Durante l’intervista Viviane Hagner, la violinista ha detto che suonare in un quartetto con pianoforte è molto diverso da un normale quartetto, la particolarità sta proprio nella varietà dei suoni tra pianoforte e violini che creano note diverse e armoniose.

Abbiamo poi chiesto al quartetto quando hanno capito che la musica sarebbe stata il loro futuro. Eckart Runge lo ha capito nella sua adolescenza, e ha capito che era la sua strada. Anche la violinista lo ha capito da giovane, la musica la attirava molto e quando i suoi genitori le hanno chiesto cosa avrebbe voluto fare da grande lei rispose la musica. Viviane Hagner lo ha sempre fatto con dedizione.

Infine, abbiamo domandato se avessero altri hobby oltre alla musica ed il pianista ci ha nuovamente espresso che la musica è la sua vita, ma che ama anche dedicarsi alla cucina e allo sport. La violinista ama passare del tempo con la sua famiglia, specialmente con la figlia.
Successivamente gli abbiamo chiesto se avessero altre passioni oltre alla musica e sia Kirschnereit che Mohamed hanno risposto di amare lo sport, il primo ha aggiunto la passione per la cucina e la seconda ha aggiunto che purtroppo non ha tempo e che è anche appassionato alla politica; mentre Hagner ha risposto che le piace passare il tempo con la sua famiglia, specialmente con sua figlia, e Runge ha risposto che questo lavoro per lui è un hobby.
Alla domanda se suonassero anche altri generi, ha risposto il violoncellista dicendo che suona anche in altri progetti e festival, e che con i suoi amici suona anche rock, pop, jazz e altri generi.
Come penultima domanda gli abbiamo chiesto cosa avrebbero voluto fare in alternativa al musicista e hanno risposto calciatore, dottoressa, giardiniera e architetto, in più Kirschnereit ha risposto che nella prossima vita vuole cantare.
Alla fine gli abbiamo chiesto se insegnassero anche e Runge ha risposto per tutti, dicendo che insegnano all’università, che gli piace molto tramandare ciò che amano, ma sanno che è difficile insegnarlo perché non tutti gli studenti capiscono nella stessa maniera.

Cacioli, Casacci, Giannetti, Giorgetti, Giovannoni (classe 3 D dell’ISS e Liceo linguistico “Calamandrei” di Sesto Fiorentino (FI))

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Stagione concertistica 2023/2024

CRONACA DELL’ INTERVISTA A NELSON GOERNER

Dopo il concerto tenuto da Goerner per gli Amici della Musica di Firenze il 23 marzo scorso e dedicato al grande pianista Maurizio Pollini, scomparso proprio quel giorno, abbiamo incontrato il maestro, che, con molta naturalezza, gentilezza e disponibilità ha colloquiato con noi. Goerner parla anche italiano, ma abbiamo dovuto fargli l’intervista in inglese dato che erano presenti degli studenti francesi, nostri ospiti in Erasmus per un progetto di potenziamento della lingua inglese.
Attraverso le risposte alle nostre domande ci ha raccontato che il suo primo approccio con il pianoforte è avvenuto da bambino quando, a casa della nonna, lo suonava per gioco con i cugini. Da lì ha iniziato a studiarlo professionalmente e ne ha fatto la sua carriera, che ha avuto come trampolino di lancio la vittoria del concorso di Ginevra, quando aveva 17 anni. Questo gli ha permesso di realizzare il sogno di studiare con Maria Tipo (una delle più grandi pianiste del nostro tempo, ancora vivente a Firenze) e, naturalmente, di fare concerti in giro per il mondo. Esperienza che, ovviamente, gli ha cambiato la vita. Goerner trasmette la gioia della professione che svolge, lo ha ribadito sia dicendo che ama solo il pianoforte e non ha mai suonato nessun altro strumento, sia perché della sua carriera dice che non c’è un periodo più importante degli altri. Anche riguardo alle città in cui preferisce suonare, ha detto che non sono solo le più note che gli fanno ottenere soddisfazione, ma anche i luoghi sperduti: il suo ricordo del posto dove ha suonato è legato a come vi ha suonato.
Di contro, quando gli abbiamo chiesto se anche il figlio sia musicista, ha raccontato che, sì, ha studiato violino, ma che la carriera del musicista, vista attraverso l’esperienza del padre, non lo attira per lo stile di vita “nomade” che impone. E quanto studia un pianista del suo livello? Dipende, dice lui: se è in giro per tournée non più di quattro ore al giorno nei luoghi dove deve tenere i concerti. Se è a casa, non c’è orologio…

Classe 4 B linguistico dell’IISS “Calamandrei” di Sesto Fiorentino

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GIORNALISTI IN CLASSE PER VADIM REPIN E NIKOLAY LUGANSKY

RECENSIONE 4 B LINGUISTICO
Si pensa che la musica classica e le nuove generazioni non siano compatibili tra loro, ma il progetto “Artisti in classe/Giornalisti in classe” – che gli Amici della Musica di Firenze organizzano per le scuole superiori – è la prova del contrario. Sabato 3 febbraio il violinista Vadim Repin e il pianista Nikolai Lugansky hanno suonato insieme nello storico Teatro della Pergola, dove noi studenti dell’Istituto “Calamandrei” di Sesto Fiorentino abbiamo avuto la possibilità di assistere al concerto e successivamente intervistare gli artisti. Nonostante i differenti gusti musicali, noi ragazzi abbiamo apprezzato il programma proposto e l’abilità d’esecuzione dei due artisti di fama internazionale.

I brani sono stati interpretati appassionatamente e in modo travolgente, amalgamando i due strumenti in maniera armonica e dosando tecnica e passione. Le note danzavano all’interno del teatro e il pubblico ha gradito talmente tanto il concerto da chiedere più volte il bis. Al termine dello spettacolo buona parte del pubblico ci ha seguiti nel saloncino “Paolo Poli” del teatro della Pergola, dove noi studenti abbiamo avuto la possibilità di intervistare le due eccellenze musicali. L’intervista si è svolta in lingua inglese e sono state poste domande riguardanti il concerto e la loro carriera a cui i musicisti hanno risposto in maniera esaustiva e mostrandosi molto disponibili verso di noi.

Matilde Degli Esposti, Pasquale Esposito, Dalia Grassi, Sofia Traversi, Erika Tacchini, Cloe Romagnoli


I due artisti hanno presentato al pubblico un programma piuttosto impegnativo. La loro musica ha abbracciato sonate più tranquille e melodiche, e altre più intense e a tratti movimentate, comunque sempre coinvolgenti, a partire dalla Sonata in sol minore L.140 di Claude Debussy, l’ultima composizione importante dell’autore francese, che rappresenta un momento di grande innovazione e con la quale i due musicisti hanno trasportato il pubblico nella vivacità astratta del brano. Della Sonata n. 3 in do minore op. 45 di Edvard Grieg e la Sonata in la maggiore di César Franck, Repin e Lugansky hanno esaltato il linguaggio espressivo, trasportando gli ascoltatori in una dimensione emotiva intensa. Il pubblico ha apprezzato con tale entusiasmo che i due artisti hanno regalato due bis: il Valse-Scherzo di Pëtr Il’ič Čajkovskij e la Polka per violino e piano di Alfred Schnittke.

Alice Metti, Giulia Cusenza, Melissa Pacini, Antonio Avadanei, Elisa Leoni, Tiziano Santoro, Daniele Lazzerini

INTERVISTA A VADIM REPIN E NIKOLAY LUGANSKY

Lei suona violini italiani prestigiosi, come li sceglie? E qual è il migliore per lei?

Noi violinisti, a differenza dei cantanti che hanno una bella voce, impieghiamo molto tempo per trovare il modello più adatto. Ovviamente i violini italiani sono quelli che preferisco suonare, come gli Stradivari e Guarneri del Gesù. Ho suonato molti violini, ma ora suono l’Amati, il padre di tutti, dato che è il più antico. Il miglior modello tuttavia per me è “Il Cannone”, un Guarneri del Gesù che è stato il violino di Niccolò Paganini.

È difficile adattarsi a un differente piano da suonare a ogni concerto?

Certamente, è difficile. C’è un’enorme differenza tra un pianista e un violinista.
 (Lugansky a Repin): tu suoni molti violini ma puoi adattarti più facilmente esercitandoti a casa o in stanza d’hotel, per settimane, forse mesi: puoi suonare fino a sentirti sicuro e in sintonia con lo strumento. Per i pianisti ogni concerto è un’esperienza diversa: noi abbiamo meno tempo per abituarci. Bisogna inoltre dire che non cambia solo il suono ma anche la parte meccanica, ogni piano è diverso, quindi è sempre una sfida.

Come vi siete conosciuti? Cosa vi ha motivato a iniziare questa collaborazione?

R: Penso che ci siamo conosciuti tramite YouTube per la prima volta.
L: No, in quel periodo non c’era nemmeno YouTube.
R: È successo tanto tempo fa!
L: YouTube è stato creato negli anni Duemila ma noi ci siamo conosciuti all’inizio degli anni Novanta.
Ci siamo conosciuti in Giappone, non abbiamo lavorato insieme, ma eravamo nello stesso Paese e siamo venuti a sapere l’uno dell’altro. Eravamo entrambi molto giovani e avevamo un tour, ma abbiamo deciso di collaborare più tardi.
R: Ricordo che successivamente vidi Nikolai suonare dal vivo per la prima volta al “Folle Journée” di Nantes, un festival organizzato in Francia diviso in tre giornate.  Tutto ebbe inizio da quel momento, sentimmo entrambi i nostri concerti dal vivo a vicenda, e l’anno dopo andammo in tour insieme per la prima volta. Stiamo dunque parlando di circa trenta anni fa.

Cosa ammirate l’uno dell’altro?
R: Ho sempre voluto avere il miglior pianista al mio fianco, per poter parlare, discutere e creare. Mi piace suonare con qualcuno bravo come me, o migliore di me e in Lugansky l’ho trovato.
L: Quando io avevo quindici anni, Repin aveva già fatto successo. La prima sorpresa quando ho iniziato a studiare con Repin è stata la sua determinazione. Ci supportiamo a vicenda durante un concerto, e se cambio qualcosa, Repin reagisce. Ammiro la determinazione e la capacità di reazione immediata di Repin.

Avete mai pensato di lasciare la vostra carriera?
R: Questo lavoro ha i suoi pro e contro. Quando siamo nati c’era l’Unione Sovietica, il sistema era molto severo e io dedicavo tutto il mio tempo allo studio della musica. Non avevamo tempo per poter pensare ad un’alternativa lavorativa.
L: Molti musicisti studiano tutta la vita per arrivare ad un certo livello, come per esempio il direttore d’orchestra. Per dirigere serve esperienza. Con lo strumento è molto più difficile. Ho provato a dirigere ma probabilmente era troppo tardi. Io ogni tanto insegno, ma non è comparabile alle emozioni che provo mentre suono.

Siete interessati ad altri generi musicali oltre alla musica classica?

R: Il rap. In Russia esiste una specie di rap, chiamato Chastushki, che consiste non proprio nel cantare, ma nel declamare in maniera ritmata un testo. È un tipo di musica che si basa su scherzi e battute con lo scopo di far ridere l’ascoltatore.
L: Per me la musica è quella classica, però un altro genere che mi piace è Bossa nova, è un mix tra jazz americano e samba brasiliana.

Preferite suonare da soli, con un’orchestra oppure in duo o altre associazioni cameristiche?
R: I nostri strumenti sono due mondi completamente diversi. Il pianoforte è uno strumento che si presta al repertorio solista: i pianisti possono usare tutte e dieci le dita per suonare. Il violino è più dipendente da altri strumenti, il suo repertorio solistico non è molto ampio. A me piace molto suonare musica da camera.
L: Forse preferisco suonare da solo per il pianoforte. Con l’orchestra è psicologicamente più facile, ma nella musica da camera se ti trovi bene con i partner è una vera gioia.

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GIORNALISTI IN CLASSE PER ALEXANDRE THARAUD

LA RECENSIONE DELLA SECONDA D LINGUISTICO

Dopo cinque anni il pianista francese Alexandre Tharaud si è nuovamente esibito al Teatro della Pergola, a Firenze, invitato dall’associazione Amici della musica. Grazie al pianista, che si è reso disponibile per il progetto “Artisti in classe-Giornalisti in classe”, noi studenti liceali abbiamo avuto la possibilità di assistere ad un concerto di musica da camera dal vivo e dialogare con l’artista. Per quasi tutti noi era la prima volta in un teatro ad assistere ad un concerto di musica da camera. E che teatro! La Pergola, infatti, è uno dei più antichi d’Italia, costruito nel 1657, tempio della prosa ma anche della musica (nell’Ottocento si rappresentavano famose opere liriche). È un luogo molto suggestivo, che ha sicuramente reso l’atmosfera ancora più coinvolgente.
Tharaud ha offerto un programma di autori francesi di epoche diverse: dal Seicento (Couperin) al Novecento (Debussy, Satie e Ravel). I brani iniziali, di Couperin, ci hanno fatto fare un “tuffo” nella Francia barocca, anche se eseguiti al pianoforte e non al clavicembalo, ma, anzi, a noi è piaciuto molto il timbro più morbido e corposo, che il pianista ha valorizzato. Dal barocco il programma è passato a Debussy, poi a Satie e, infine a Ravel: con semplicità l’atmosfera è passata dal barocco al primo Novecento, con tutte le sfumature di timbro – soprattutto ci ha colpito la capacità del pianista di dosare i pianissimo e i crescendo. E, non ultimo, ci ha molto colpito la trascrizione per pianoforte de “La Valse” di Ravel, brano nato per orchestra e che Tharaud ha trascritto lui stesso e ha restituito in maniera molto bella, non facendo rimpiangere la mancanza dei diversi timbri strumentali originali.
I calorosi e insistenti applausi da parte del pubblico hanno sollecitato Tharaud a fare due bis: un brano di Bach e uno di Edith Piaf.

Giorgia Mugnaini, Alice Ballerini, Melissa Mazzanti, Melissa Casacci, Matilde Giorgetti (2D linguistico dell’IISS “Calamandrei” di Sesto Fiorentino)

E QUELLA DELLA 2 I SCIENZE UMANE DEL LICEO AGNOLETTI

L’artista è un solista e ha suonato per noi brani che vanno dal 1600 fino ad inizio del ‘900 comprendenti Couperin, Debussy, Satie, Ravel. Iniziando da Couperin, compositore barocco, i suoi brani sono risultati molto ricchi e sfarzosi, quasi a sottolineare il gusto artistico di quell’ epoca. Debussy invece è risultato alle orecchie particolarmente differente da Couperin e dalle melodie evocative. Infatti Debussy è noto per il suo “impressionismo musicale”. Satie, terzo compositore che Tharaud ha voluto suonare, trasmetteva dei toni più malinconici ed emotivi, a tratti commoventi, come aveva detto Tharaud stesso nel comunicato stampa: “Ho scelto Satie perché è il compositore che più mi commuove. Ha tenuto nascoste molte cose della sua vita e le ha affidate al pianoforte”. Per ultimo è stato suonato Ravel, il più moderno fra tutti, in particolare da un punto di vista musicale.
L’atmosfera era intima ma allo stesso tempo vivida: “Sanno creare con poco un universo gigantesco. Sono due compositori intimi, che sussurrano alla tastiera la loro infelicità” sempre per citare il comunicato e quello che ha detto il pianista riguardo a Ravel e Couperin, ma dopo aver assistito al concerto si può dire lo stesso riguardo anche agli altri compositori che egli ha voluto presentare al pubblico fiorentino.
Nonostante non siamo abituati a questo genere di musica, è fluita gradevolmente col passare dei brani e questo “dolce sottofondo” ci ha permesso di riflettere molto.

Niccolò Bruni, Valentina Guizado, Sara Inzitari – classe 2I Scienze Umane del Liceo “A.M. Enriques Agnoletti” di Sesto Fiorentino

IL NOSTRO PODCAST COME GIORNALISTI PER L’INCLUSIONE

Il nostro lavoro giornalistico è stato anche radiofonico, dato che abbiamo collaborato con il podcast di Radio Aidel 22, una radio web animata da ragazzi con la malattia genetica del cromosoma 22. La classe è diventata anche una redazione radiofonica per la fase preparatoria e alcuni di noi sono stati “operatori per un giorno” che hanno intervistato, il giorno del concerto, alcuni abbonati storici e spettatori, fra cui studenti. Ci ha colpito positivamente il fatto che fra gli abbonati ci siano persone che frequentano gli Amici della Musica da decenni e che siano così competenti. Hanno dichiarato di essere rimasti soddisfatti dal concerto e di aver portato belle emozioni a casa dopo questo pomeriggio a teatro. Intervistare con la videocamera e il microfono ci ha fatto sentire più coinvolti nell’atmosfera del concerto, ci ha portati a essere anche ascoltatori attenti.

Ascoltate il podcast frutto del nostro lavoro! Per ascoltarlo, cliccare qui.

Classe 2 D linguistico dell’IISS “Calamandrei” di Sesto Fiorentino

LE RECENSIONI CONTINUANO QUI

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Stagione concertistica 2022/2023

IL CONCERTO DI RAFAŁ BLECHACZ (RECENSIONE)

È stato grazie al progetto “Giornalisti in classe” che noi studenti della 3BL, 4HTUR e 4BL ci siamo recati il 14 gennaio scorso al Teatro della Pergola di Firenze, per assistere al concerto del pianista polacco Rafał Blechacz. Nato nel 1985, è considerato il più grande interprete di Fryderyk Chopin della sua generazione e ha infatti vinto numerosi premi, tra cui il prestigioso concorso “Chopin” a Varsavia.

Appena entrati, i nostri sguardi si sono rivolti subito verso il soffitto e le pareti del grande ingresso. Ci ha accolti un’immensa sala bianca, abbellita con incisioni di figure umane sulle pareti, in stile greco, che portava ad una scalinata perimetrata da colonne in stile corinzio (per rimanere in tema) con il fusto in marmo tendente ad un color ocra, che contrastava con il colore predominante. L’ingresso era pieno di persone e per il tempo che abbiamo aspettato, prima di entrare nella sala dove si sarebbe tenuto il concerto, ci siamo divertiti a osservare attentamente le differenze tra una generazione e l’altra che si mescolavano nell’ambiente. I ragazzi della nostra età, di circa diciassette anni, erano soprattutto vestiti in maniera casual, quasi sportiva, con pantaloni della tuta e felpa. Le signore, invece, sfoggiavano pellicce vistose e calzavano tacchi estremamente “lucenti”. Due visioni diverse su come presentarsi a teatro. Dopo una ventina di minuti ci hanno permesso di entrare in sala, e ci siamo accomodati nei nostri posti di platea.

Anche la sala si presentava molto bene, con l’architettura tipica del teatro all’italiana.

Finalmente il concerto. L’esibizione del pianista Blechacz è stata tecnicamente eccezionale. La sua abilità è stata evidente nell’esecuzione precisa dei brani di Chopin, Debussy, Mozart e Szymanowski, nei quali ha mostrato notevole destrezza, con una particolare attenzione alla dinamica e alla varietà dei suoni. L’ interpretazione dei pezzi di Chopin, in particolare, è stata magnifica per la delicatezza e la profondità emotiva che è riuscito a trasmettere. La capacità di catturare l’essenza delle opere di Debussy e di rendere vive le melodie di Mozart è stata sorprendente. La performance di Szymanowski ha mostrato la sua abilità e il suo talento innato. In generale, la tecnica al piano di Blechacz è stata impeccabile e il controllo dei suoni ha reso l’esibizione un’esperienza decisamente notevole. È stato positivo anche il riscontro del pubblico, che ha apprezzato con molto entusiasmo e portato il compositore a fare il bis. In conclusione si può affermare che il pianista Blechacz è sicuramente uno dei migliori nel suo campo, capace anche di trasportare un po’ di Polonia, suo paese natale, nelle sue esibizioni con il pianoforte.

Immedesimandosi completamente nel pezzo che sta eseguendo, trasmette emozioni grazie alla sua espressività, sia nei movimenti che nel suonare il pianoforte. Questa è sicuramente un’esperienza che non può che risultare positiva, visto l’insieme delle numerose abilità di questo artista che ha reso il concerto piacevole per adulti e per ragazzi.

Dopo il concerto siamo andati alla Biblioteca delle Oblate dove abbiamo intervistato il pianista.

Recensione di Antonio Avadanei, Matilde Degli Esposti, Tiziano Santoro, Anisa Steaj, Yasmine Miftah (III B linguistico e IV H Turistico IISS “Calamandrei” di Sesto Fiorentino)

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INTERVISTA A RAFAŁ BLECHACZ

Sabato 14 gennaio, dopo aver assistito al concerto del pianista polacco RAFAŁ BLECHACZ, al Teatro della Pergola di Firenze, abbiamo avuto la possibilità di intervistarlo nella Sala “Dino Campana” della Biblioteca delle Oblate, a due passi dal teatro. La conversazione si è svolta in lingua inglese, ma riportiamo l’intervista in traduzione.

In base a cosa ha scelto i brani da suonare per il concerto di questo pomeriggio?

Credo sia naturale che fosse importante per me voler suonare Chopin, perché ho registrato da poco un album di sue composizioni, che sarà pubblicato il prossimo mese. Ma per quanto riguarda la seconda parte ci tenevo a mostrare legami tra Chopin e altri artisti, per esempio Debussy. Per quanto riguarda Szymanowski, volevo suonare alcuni brani tipici polacchi che sono stati una grande ispirazione sia per me che per Chopin. Inoltre penso che ci sia un bel contrasto tra l’espressionismo di Szymanowski e l’impressionismo di Debussy. Per finire Chopin amava Mozart, quindi ho voluto suonare anche alcune sue opere.

Perché ha cominciato questa carriera?

La mia carriera internazionale è iniziata dopo la mia vittoria al Concorso “Chopin” nel 2005, ma prima ho partecipato ad alcune competizioni internazionali minori, come per esempio Hamamatsu in Giappone nel 2003, due anni prima dello Chopin. È stata un’esperienza molto importante per me, perché, grazie a quest’ultima, ho capito come pensare e come affrontare la prassi esecutiva chopiniana durante tutte le grandi competizioni, come il Concorso “Chopin”.

In base a cosa ha scelto di suonare la Polonaise op. 53, “Eroica”?

Ho iniziato a preparare questo pezzo circa due anni prima del concorso Chopin a Varsavia, quindi nel 2003. L’ho apprezzato fin da subito e per questo ho scelto di suonarla, oltre che al concorso, anche oggi.

Come si è preparato per il concorso Chopin?

Sicuramente per suonare al meglio ho dovuto fare più concerti possibili, relazionarmi col pubblico e suonare in modo naturale, ovviamente ho suonato e studiato tutti i giorni, anche concedendomi del tempo per pensare a come sviluppare l’interpretazione e mantenere lo stile unico di Chopin.

Ha mai suonato le Ballate? Se sì, quali?

Non ho mai registrato le Ballate, ma ho suonato la prima, la seconda e la terza durante i miei concerti passati.  Forse ritornerò a studiare le Ballate, ma senza registrarle.

Se tornasse indietro, farebbe di nuovo questo lavoro?

Penso di sì, è abbastanza difficile pensare a cosa avrei potuto fare oltre a questo, la musica è la mia vita.

Lei ha anche una laurea in filosofia: che cosa l’ha portata a conseguirla? C’è una correlazione con la sua carriera di musicista?

Sì, penso che ci sia una correlazione, in particolare con alcuni aspetti. Per esempio, mi stavo concentrando sulla fenomenologia, si tratta di una filosofia tedesca e ho letto dei libri scritti da Edmund Husserl, un filosofo tedesco che ha scritto un libro riguardante l’identità del mondo musicale e il contesto della sua interpretazione. Fu molto importante per me, fu veramente ispirante perché, per esempio, adesso sono molto più consapevole del fatto estetico, un’esperienza concettuale. Anche nella metafisica ci sono dei pezzi come le Polonaises, le Fantasie o la musica di Bach, parlare dei quali è molto difficile, ma parlarne attraverso i suoni rende tutto più facile.

Ha mai sentito la pressione dei suoi genitori?

I miei genitori non sono musicisti professionisti, quindi non ho avuto nessuna pressione.

Che genere musicale ascolta di solito?

Lo stesso che suono, quindi musica classica, ma mi piacciono anche generi di musica differenti, come ad esempio il jazz. A volte, quando sono in macchina, ascolto anche i tipici canali radio.

Come si sente prima di un concerto? Come la prima volta o adesso si è abituato?

Sono un po’ emozionato prima dei concerti e credo che sia una cosa bella, perché se non ci fossero emozioni prima del concerto, credo bisognerebbe preoccuparsi. Mi sento anche gioioso… specialmente dopo la pandemia.

All’inizio dei suoi studi, ha sperimentato altri strumenti? Se sì, quali?

Ho iniziato la mia educazione musicale con l’organo, infatti volevo diventare un organista. Poi, iniziando a suonare il pianoforte, ho capito che quello era lo strumento giusto per me. Ma, nel tempo libero, suono ancora l’organo nelle chiese.

Quando ha realizzato che questo sarebbe potuto diventare il suo lavoro?

Non c’è stato un momento preciso: è stato un processo naturale, ho sempre voluto diventare un musicista, condividendo la mia musica con gli altri.

Qual è il consiglio che darebbe a qualcuno che deve esibirsi davanti al pubblico?

Ogni artista è diverso, ha differenti personalità e diversi approcci con la musica, quindi il mio consiglio è quello di seguire sempre e solo il proprio istinto e il proprio cuore.

Qual è la cosa che le piace di più del suo lavoro?

Sicuramente condividere la musica con le altre persone, e questo è stato molto difficile durante la pandemia: ero nel mio studio solo col mio pianoforte. Difficilmente si riesce a comunicare in questo modo.

Intervista a cura degli studenti dell’IISS “Calamandrei” di Sesto Fiorentino: Buchetti, Cattari, Esposito, Metelli, Metti, Romagnoli, Tacchini, Timinti, Traversi (3B linguistico); Milione, Magri, Calvanese, Andreuccetti, Ulivelli, Mengozzi, Nerelyn Sumadic, Marrocchi (4H turistico); Chiti, Lucrezia (4B linguistico).

Docenti: David Mugnai e Marco Manzuoli

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Tanti TWEET dopo-concerto

Il concerto di Rafał Blechacz al Teatro della Pergola del 14 gennaio, al quale abbiamo partecipato, è stato per molti un “battesimo”, dato che la maggior parte delle classi non aveva mai assistito a un concerto di musica classica all’interno di questo bellissimo teatro.

L’atmosfera creata ha reso questa esperienza molto piacevole, interessante e coinvolgente, infatti il pianista ha catturato l’attenzione del pubblico, suscitando intense emozioni.

Dopo aver assistito al concerto ci siamo recati alla Biblioteca delle Oblate, precisamente nella sala “Dino Campana”, dove abbiamo intervistato il pianista.

Purtroppo non tutti sono riusciti a fargli qualche domanda, ma è stato comunque bello vedere come fosse disponibile l’artista nei nostri confronti.

Dal momento che molti di noi non avevano mai assistito a un concerto di musica classica, le sensazioni che abbiamo provato sono state molteplici: Giulia Cusenza e Melissa Pacini sono rimaste affascinate dalla passione che il pianista metteva nel suonare e si sono divertite molto, Dalila Fornari afferma che nonostante sia stata una giornata diversa dalle attività che fa di solito con i coetanei, si è divertita molto; a Dalia Grassi e Ahlam Mohajir piacerebbe riprovare quest’esperienza. Elisa Leoni è rimasta impressionata dal talento di Rafał Blechacz, e anche Martina La Rosa e Rosalba Di Lillo concordano dicendo che è stata un’esperienza unica e memorabile che rimarrà loro impressa.

A Marco Nardi è piaciuto molto questo concerto, ha apprezzato i brani proposti dal musicista. Anche Lapo Tortelli e Marco Ciatta affermano che il suo repertorio ha lasciato il pubblico incantato, in particolare la sua esecuzione della Polonaise-Fantasie in la bemolle maggiore op. 61 e l’interpretazione del “Rondò alla Turca” (una delle opere più famose di Mozart), che sono state intense e commoventi. Daniele Lazzerini sostiene addirittura che il pianista sia in grado di far piacere la musica classica anche a quelli a cui non piace; Lili Zhou, che solitamente non è un’amante della musica classica, è entrata in empatia con i brani proposti dal pianista, riuscendo così ad apprezzarli.

Juri Lucidi e Mbengue Moussa sono rimasti colpiti dall’esperienza di essere in un teatro, hanno imparato l’importanza del silenzio durante un’esecuzione.

Secondo Emma Faustini e Ajsela Gjeta il progetto al quale la scuola ha aderito è stato coinvolgente e formativo grazie all’incontro con il pianista.

Tratto dai tweet di studenti della terza B linguistico, quarta B linguistico e quarta H turistico dell’IISS “Calamandrei” di Sesto Fiorentino

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GIOVANI DI OGGI COME QUELLI DI IERI: LA MUSICA CONTEMPORANEA FA ANCORA DISCUTERE

di Donatella Righini

Autore contemporaneo che ascolti, reazione diversa che provi. Il Progetto “Artisti in classe – Giornalisti in classe” ha avuto il suo battesimo con il concerto di musiche di Silvia Colasanti, che ha avuto una ricaduta ottima e totalmente positiva. Il secondo dei concerti degli Amici della Musica dedicato a composizioni di autore vivente ha suscitato invece, negli studenti del Marco Polo, delle due terze del linguistico, reazioni diverse ma molto interessanti, discusse anche con l’autore stesso, Alessandro Solbiati, che li ha incontrati il 5 dicembre scorso, all’indomani del concerto di musiche sue, dedicate a Pier Paolo Pasolini. Il concerto era denominato come Lettura di testi poetici di Pier Paolo Pasolini in forma di spettacolo per voce recitante, soprano e pianoforte, dato che, infatti, ha visto coinvolto l’attore Fabio Zulli, che interpretava Pasolini muovendosi tra il pubblico recitandone i versi, che cominciavano dal racconto pasoliniano di sé attraverso il concetto di anima, luogo di attesa per chi ci porta alla vita, spunto, quest’ultima, per parlare di chi la vita a lui l’ha data, la madre. Ma anche per parlare delle sofferenze che la vita gli ha procurato, facendogli desiderare la morte. I versi sono stati accompagnati dal suono del pianoforte, nell’interpretazione di Maria Grazia Bellocchio e anche della voce cantante, Laura Catrani. Ebbene, in occasione dell’incontro e attraverso un questionario che le docenti di lettere dei ragazzi hanno loro somministrato, sono emerse reazioni che potrebbero essere quelle del pubblico adulto, solo che i ragazzi, forse, hanno espresso più sinceramente le loro opinioni. L’attore è stato il protagonista più apprezzato, definito “bravo e interessante”, “coinvolgente”, “aveva una voce profonda” ma, soprattutto, colpisce che abbiano detto di lui: “penso che il concerto perderebbe il suo sapore senza di lui, diventerebbe monotono”. Come mai? Ebbene, i ragazzi ne hanno discusso a lungo con Solbiati, perché secondo loro la sua musica e – per estensione – la musica contemporanea, non li coinvolge. Lui li ha provocati chiedendo cosa sono abituati ad ascoltare, quanta frequentazione hanno con la musica classica: hanno detto che la classica l’hanno sentita un po’ a scuola, ma preferiscono i concerti rock, pop, rap, a cui vanno abitualmente e durante i quali possono ballare, muoversi, cantare. Certo ci sono delle eccezioni: alcuni di loro suonano uno strumento, qualcuno canta, ma nei confronti della musica contemporanea sono stati poco persuasi. Solbiati ha raccontato loro di aver cominciato a provare interesse per questa musica quando fece un cluster sulla tastiera elettronica che aveva da ragazzo: dall’insieme di note poi si dipanano i suoni. Ha praticamente scelto il suo stile in questo modo, arricchendolo via via delle sperimentazioni che negli anni Settanta si facevano, sia sugli strumenti sia sulla voce, cercando di far suonare qualsiasi parte, ad esempio percuotendo le corde del pianoforte con oggetti vari, oppure appoggiando alcuni oggetti sulle corde e poi suonando i tasti in modo da produrre suoni/rumori (il cosiddetto “pianoforte preparato”). Non li ha però dissuasi: per la maggior parte di loro è musica “difficile”.

Tornando al questionario, alla domanda “Che emozioni ti ha trasmesso questa esperienza?” le risposte si allineano sul “Non l’ho capita e quindi poche emozioni” a “Mi sono annoiat* perché le parti di pianoforte erano davvero lunghe ma a tratti mi hanno catturato l’attenzione”, a “È stata un’esperienza diversa dal solito, abbastanza piacevole”, “È stato interessante scoprire questo nuovo tipo di musica”, “Non mi ha appassionato particolarmente”. Da segnalare “Questo concerto mi ha provocato emozioni contrastanti. Quando il piano era suonato da solo le note mi sembravano non combaciare tra di loro e non capivo dove volesse andare a parare la pianista. Quando però il piano era utilizzato per accompagnare la cantante, tra l’altro bravissima, allora le note sembravano abbracciarsi tra di loro e davano vita ad una melodia piuttosto orecchiabile. Non dico che mi abbia fatto impazzire, però credo che non sia stata neanche una brutta esperienza. È stato interessante entrare in contatto con questo tipo di musica e scoprirne le particolarità. Non ho capito a pieno quello che ho visto domenica sera, ma ho vissuto piuttosto bene il concerto”. E anche, “Ho attraversato infinite fasi, e provato altrettante emozioni: dalla confusione, all’amarezza, alla tristezza… ma ci sono stati anche momenti di stupore, di tranquillità e di trasporto. Momenti intensi, di curiosità o di tensione per esempio”. Ma interessante anche “È scioccante, solo che è diverso dai concerti di musica classica normali o come mi immaginavo, il che mi rende un po’ persa”. Come non ricordare gli anni Settanta e Ottanta, quando le sperimentazioni suscitavano tutto questo, magari però non veniva esternato con questa chiarezza? Solbiati è rimasto fedele a quell’epoca, a quei linguaggi e continua a suscitare, giocoforza, reazioni contrastanti. La sua cifra stilistica è questa. E se anche i giovani non sono stati catturati dalla musica contemporanea attraverso Solbiati, hanno saputo apprezzare la bravura delle esecutrici, sia la pianista Bellocchio sia la soprano Catrani. Eccone la prova, nelle risposte alla domanda delle docenti “Cosa ne pensi dei musicisti?”: a parte qualche manifestazione selettiva come “Ottima performance, ma non ho gradito il canto lirico”, che è comunque un apprezzamento alle esecutrici, prevale la linea “La pianista era molto coinvolta, era così sicura di quello che suonava da attirare completamente la mia attenzione e portarmi ad un profondo ascolto”; “Erano palesemente tutt’uno con la musica, la pianista con lo strumento, e ciò era molto evidente. Ammiro la loro insaziabile passione per quello che fanno, che li spinge a dare tutte se stesse andando oltre a qualunque eventuale ostacolo senza mai esitare. Tutto ciò mi ha fatta sentire “al sicuro” seppur la musica che stessero suonando, completamente nuova alle mie orecchie, mi facesse sentire terribilmente spaesata”.

Chiudiamo con una simpatica opinione sulle musiciste, che indirettamente riguarda anche Solbiati: “Mi sono piaciute entrambe, in particolare la pianista, e i brani che suonava sembravano di un film horror”.

Le classi coinvolte nell’incontro con Alessandro Solbiati sono state la 3°M e la 3°E dell’ITT “Marco Polo” di Firenze. Docenti: Laura Croce e Annaclaudia Franci

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INTERVISTA A SILVIA COLASANTI

(a cura della classe 5°F dell’ITT “Marco Polo” di Firenze – docente: Luca Perlini)

Domenica 16 ottobre noi alunni della classe 5°F dell’ITT “Marco Polo” di Firenze abbiamo avuto il piacere di assistere, nell’ambito del progetto “Artisti in classe”, alla prima serata del ciclo “Ritratti”, organizzata dall’Associazione Amici della Musica al Saloncino della Pergola e dedicata alla compositrice Silvia Colasanti. Durante il concerto abbiamo ascoltato tre brani scelti da lei: il primo di Claude Debussy, “Prélude à l’après-midi d’un faune”, il secondo di Claudio Monteverdi, “Ah, dolente partita!”, e il terzo, “Arianna e il Minotauro”, un melologo della stessa Colasanti per voce recitante, soprano ed ensemble.

La mattina successiva abbiamo potuto intervistare Silvia Colasanti, che si è collegata con noi su Google Meet. Ne abbiamo approfittato per chiederle alcune cose sul concerto della sera precedente, ma anche su di lei, sulla sua carriera e sul modo in cui interpreta il ruolo di musicista e compositrice.

PERCHÉ IN “ARIANNA E IL MINOTAURO” HA SCELTO DI ADOTTARE IL PUNTO DI VISTA DEL MINOTAURO?

Quest’opera mette in musica un testo di Dürrenmatt che fa proprio questo: riprende il mito dal punto di vista del Minotauro. Il Minotauro, dipinto sempre come mostro, in realtà è un essere fragile, un essere confuso, non consapevole, e in questo tipo di logica e di visione il Minotauro mostra, sì, le proprie ombre, ma mostrandole e prendendone consapevolezza ne esce come una figura molto più umana, sfaccettata e vera degli stessi uomini, che invece usano l’inganno per liberarsi di quello che considerano un mostro.

Nel mito del Minotauro o, in generale, negli altri miti su cui ho lavorato, mi interessa proprio mettere a nudo le fragilità e le ombre: io lavoro molto su questo, è qualcosa che mi permette, attraverso la musica, di lavorare sull’uomo. Alla fine, il concetto di mostruosità riguarda un po’ tutti noi.

RIGUARDO AL PROGRAMMA DI IERI SERA, PERCHÉ HA INSERITO UN BRANO DI MONTEVERDI E UNO DI DEBUSSY?

Credo che indagare il proprio passato, in un’epoca come la nostra, sia fondamentale, perché scrivere musica oggi non può prescindere dal carico e dal peso che la tradizione ci ha lasciato. Riguardo la scelta specifica di Monteverdi e Debussy, quest’ultimo è quello che ha aperto a tutto ciò che è stato il Novecento musicale, ha fatto da grande passaggio verso le avanguardie venute dopo. Monteverdi, invece, l’ho scelto perché per me è molto significativo: dato che io lavoro con il teatro musicale, credo che la lezione di Monteverdi resti una lezione imprescindibile in ciò che è il rapporto tra musica e parole. Secondo Monteverdi la musica deve sempre essere al servizio della verità drammaturgica del testo, e questa rimane, ancora oggi, una lezione fondamentale.

QUALI GENERI MUSICALI ASCOLTA?

Io ascolto musica classica, non per prevenzione verso gli altri generi ma perché mi sembra di avere ancora molte cose nella classica, e nella musica operistica, da ascoltare o da approfondire. Inoltre mi piace molto la musica dal vivo, e credo che lo streaming e la musica riprodotta non abbiano lo stesso valore e non riescano a far “riprovare” i sentimenti provati dal vivo.

QUAL È IL SUO RAPPORTO CON IL PUBBLICO E COME VORREBBE CHE IL PUBBLICO RECEPISSE LE SUE COMPOSIZIONI?

Per me scrivere musica è una forma di comunicazione. Quando scrivo tengo sempre a mente il destinatario. Mi metto nei panni del pubblico perché sono anche io “pubblico” di altri compositori e quando un compositore mi parla, mi fa scoprire in qualche modo qualcosa di me, mi tocca personalmente. Io non mi aspetto che il pubblico si rispecchi in me stessa ma che, piuttosto, trovi nella mia opera qualcosa che lo riguarda. L’importante è che arrivi qualcosa che ci permetta di conoscerci meglio, è questo secondo me ciò che dovrebbe fare l’arte.

FRA LE SUE COMPOSIZIONI, QUALE LE STA PIÙ A CUORE?

Un lavoro a cui sono ancora molto legata è “La Metamorfosi”, perché è stata un’esperienza di teatro musicale molto alta. Sono passati ormai 15 anni, però quel lavoro mi sta ancora a cuore.

QUAL È IL SUO STRUMENTO PREFERITO? SE C’È, QUAL È LO STRUMENTO CHE LE PIACE MENO?

Come avrete capito dal concerto di ieri, amo molto le percussioni. Ho inoltre una predilezione per gli archi: non ho potuto inserire altre cose nel programma del concerto che avete visto ieri, ma se avessi potuto farlo avrei messo qualcosa per archi della Vienna di inizio Novecento: quel fermento, quella malinconia, quel senso di decadenza, io li sento ancora molto vicini. Uno strumento che invece non amo è la chitarra: ho voluto scrivere un pezzo per chitarra e ci ho messo un sacco di tempo. Ho molta difficoltà con la chitarra perché avendo un suono così contenuto non mi permette di scrivere con quei contrasti che invece costituiscono una parte fondamentale della mia musica.

COME HA AFFRONTATO GLI EVENTUALI “BLOCCHI DEL MUSICISTA”? COME NE È USCITA? HA MAI PENSATO DI CAMBIARE MESTIERE? 

Cambiare mestiere no! Però sicuramente ci sono momenti in cui uno sente esaurite certe zone d’indagine e si trova un po’ spaesato, momenti in cui ricominciare a comporre sembra molto faticoso. In quei casi cerco sempre stimoli alti, sia nell’ascolto di nuove musiche, sia nella lettura. Per esempio, io sono molto legata alla poesia e in generale alla letteratura. Mi fermo un attimo, cerco di non fare l’errore di ripetere quello che ho già fatto fino a quel momento e lavoro su me stessa attraverso degli stimoli nuovi che mi possono far tornare a comporre in modo diverso.