Trio Concept, tra perfezione e caos

Il filo che unisce i brani che presenterete in concerto per la nostra stagione è la matematica.

Il rapporto tra musica e matematica ci ha sempre affascinati, perché entrambe offrono uno sguardo unico sulla realtà. Da un lato la matematica è uno sguardo logico che svela proporzioni e simmetrie nascoste. Il numero aureo, la sequenza di Fibonacci, i rapporti semplici che regolano l’armonia sono ovunque nell’arte e nella natura e ci ricordano il lato apollineo della bellezza: ciò che è proporzionato, equilibrato, ben costruito. Dall’altro lato, però, è proprio la matematica a mostrarci come la perfezione sulla terra sia un’utopia. Quando i pitagorici scoprono che il lato e la diagonale di un quadrato sono incommensurabili, capiscono che non tutto può essere ridotto a un rapporto di numeri interi. Dentro la disciplina più razionale che abbiamo si apre una crepa irrazionale. In musica succede qualcosa di simile: chi suona uno strumento ad arco sa che un’accordatura perfetta non esiste davvero. Se ogni corda è perfettamente accordata con la successiva, alla fine la prima risulta stonata con l’ultima. È bello pensare che la matematica ci insegni insieme quanta logica abiti il nostro mondo e quanto, nel cercare una perfezione ideale, si rischi di precipitare nel caos.
Il programma del concerto nasce da questa doppia anima. Nella prima parte vogliamo mostrare la matematica come architettura della forma: nei numeri delle battute, nelle simmetrie delle frasi, nella precisione ritmica che regge l’edificio musicale. Bach e Ravel sono due maestri in questo senso, costruttori di vere e proprie cattedrali sonore, stabili e ricchissime di dettagli.
Nella seconda parte ci interessa invece la matematica come strumento per dire il caos. Il Trio n. 2 di Šostakovič è emblematico: il tema iniziale nasce come un canto lento, quasi funebre, e nel momento di massima disperazione verso la fine del brano viene riproposto a una velocità tripla. Si usa una relazione matematica, la proporzione, normalmente associata a bellezza e armonia. L’effetto? Distruzione totale e perdita di ogni certezza.

Vi abbiamo conosciuti a Fortissimissimo, festival in cui siete stati molto amati dal nostro giovane pubblico, come Trio Chagall.

È passato diverso tempo dalla prima volta che abbiamo suonato a Firenze per il Festival Fortissimissimo: alcune cose sono cambiate, altre sono rimaste identiche. La passione per la musica da camera è la stessa, noi siamo sempre noi, solo un po’ più attempati.
Il nome invece è cambiato. È stata una scelta recente, nata dal bisogno di chiederci se il nome scelto da ragazzi, a 12-13 anni, in modo un po’ naïf, ci rappresentasse ancora davvero. Da questa riflessione è nato il desiderio di cambiarlo. Il termine “Concept” ci è sembrato quello che meglio racconta chi siamo oggi. Da un lato rimanda al concetto di trio che condividiamo: il trio come centro della nostra vita musicale, la forma in cui tutti e tre sentiamo di poterci esprimere al meglio. Dall’altro, allude all’idea che la musica possa aiutarci a conoscere meglio alcune idee e concetti che attraversano paesi, secoli e popoli. Anche per questo amiamo costruire programmi “concept”, come quello che proporremo agli Amici della Musica.
Siamo stati definitivamente convinti da un sonetto di Michelangelo Buonarroti che si apre con questi versi:
«Non ha l’ottimo artista alcun concetto
ch’un marmo solo in sé non circoscriva».
Riassumono bene l’idea del nostro lavoro di interpreti: dare luce a un’idea che è già presente, nascosta tra le note della partitura, e che ha bisogno dell’impegno delle persone per emergere ogni volta di nuovo.

Il vostro trio si è formato nel 2013: qual è il momento della vostra carriera cameristica che vi emoziona particolarmente ricordare?

Nella nostra esperienza cameristica ci sono stati molti momenti belli, legati alle emozioni sul palco, alla condivisione tra di noi, agli incontri con altri artisti e ai risultati raggiunti. Se però pensiamo a ciò che ancora oggi ci emoziona di più, ci vengono in mente soprattutto i momenti difficili, le esperienze negative, che non sono state poche e spesso nemmeno brevi.
Guardare indietro e rivedere le difficoltà attraversate è molto emozionante, perché in quei momenti diventano davvero indispensabili il dialogo, l’apertura reciproca, il continuo tornare a chiedersi perché abbiamo scelto questo percorso. Sentiamo che siano state proprio le fasi più complesse a formarci di più, ed è a quelle che dobbiamo, in gran parte, quello che siamo oggi.