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A Natale Regala la Grande Classica!

Se a Natale volete fare un regalo prezioso e inaspettato, gli Amici della Musica propongono una GIFT CARD che permette di regalare i biglietti dei concerti in programma nella stagione 2019-2020.
Il numero di biglietti da regalare lo decidi tu! 
La gift card potrà essere utilizzata entro il 5 aprile 2020 per l’acquisto di biglietti di qualsiasi concerto in abbonamento della Stagione Concertistica degli Amici della Musica di Firenze.

La GIFT CARD sarà in vendita a partire da venerdì 15 novembre presso la biglietteria del Teatro della Pergola (lun-sab 9.30-18.30) e presso il punto vendita Box Office Firenze di via delle Vecchie Carceri, 1 – Le Murate (lun-ven 10.00-19.00).

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Annullato il concerto di Piotr Anderszewski

ATTENZIONE

Si avvisa il gentile pubblico che a causa di un improvviso problema di salute, il pianista Piotr Anderszewski è costretto ad annullare il recital previsto que-sto pomeriggio, sabato 2 novembre, al Teatro della Pergola.

– Chi ha acquistato il biglietto al Teatro della Pergola può richiedere il rim-borso da oggi pomeriggio alla biglietteria.

– Chi ha comprato il biglietto nei punti vendita Box Office potrà richiedere il rimborso da martedì 5 a sabato 30 novembre nello stesso punto vendita dove ha effettuato l’acquisto.

– Per i biglietti acquistati online sul sito www.ticketone.it verrà effettuato il rimborso sul conto utilizzato per l’acquisto nei tempi previsti dal proprio circuito bancario.

– Le modalità di rimborso per gli abbonati saranno comunicate quanto prima.

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Intervista a Giovanni Gnocchi

Il concerto che terrà per gli Amici della Musica di Firenze, assieme all’Orchestra Giovanile Italiana, prevede lavori molto vari, che vanno dalla Sinfonia K. 297 “Parigi” di Mozart, al Concerto per violoncello, orchestra di fiati e jazz band di Gulda. Ci racconta come ha impaginato questo programma?

Ho la fortuna di lavorare in Austria, a Salisburgo, sin dal 2002, prima come Solo-Cellist della Camerata Salzburg, e ora all’Universität Mozarteum, e mi sono formato alla scuola di Clemens Hagen e Heinrich Schiff, a cui il Concerto di Gulda fu dedicato. In Austria questo è un brano davvero nazional-popolare, conosciutissimo quasi come il Va’ pensiero di Verdi da noi, e ho cercato di mettere assieme nel programma i vari elementi, affini e contrastanti fra loro, della cultura austriaca, da cui lo stesso Gulda proveniva. Mozart con la sua sapienza compositiva ma anche i suoi modi dissacranti (e la “Parigi” ne è un chiaro esempio!), i mondi sognanti di Schubert, legati però anche alle tradizioni popolari e a una certa cantabilità così caratteristica e raffinata nel fraseggio, e la parte del grande Impero con la musica di corte della famiglia di Johann Strauss.
In questo programma, molto mitteleuropeo e legato alle danze e alle tradizioni popolari (non è forse anche il Jazz una musica, appunto, “popolare”?), ho trovato perfetto l’inserimento di 3 Danze Slave di Dvořák, così straordinariamente belle e genuine in sé, e perfette per un’orchestra di giovani entusiasti in grande organico!

In questo concerto incarnerà il doppio ruolo di solista e direttore d’orchestra: quali sono i pro e i contro di questo duplice compito?

Devo dire la verità, sono estremamente entusiasta di questo progetto, perché non ho mai collaborato con la Giovanile! Io credo che il far musica insieme, dal duo al quartetto all’orchestra, sia un processo di reciproco ascolto, rispetto, e consapevolezza, da parte di ogni singolo, del progetto comune. Il mio intento è quello di fare una grande esperienza di musica da camera con i ragazzi della Giovanile: ho avuto la fortuna di suonare per nove anni consecutivi ai progetti dell’Orchestra del Festival di Lucerna, suonando sotto la direzione di Claudio Abbado e, nonostante gli organici SICURAMENTE mastodontici (eravamo di solito 16 violoncelli di fila, 20 primi violini, ecc.…), la sensazione incredibile era appunto quella di poter far musica da camera e che ciascuno stesse ascoltando tutte le parti degli altri; sembra una banalità ma è esattamente questo l’ingrediente principale!

Nel corso della sua carriera, ha insegnato presso diverse istituzioni e, dal 2013 anche al Mozarteum di Salisburgo. Qual è il consiglio più importante che si sente di dare ai suoi allievi, così come ai giovani musicisti dell’OGI?

Il consiglio più grande è che ciascuno diventi l’insegnante di sé stesso, e che prenda consapevolezza del proprio percorso, fatto e ancora da fare, e che dia il massimo per raggiungere i propri obiettivi e i propri sogni, e soprattutto ponendosi scadenze molto lontane, anche dai 5 anni in su come prospettiva, e poi facendo poi tutti i passi intermedi e necessari, primo fra tutti la cultura e la conoscenza, in tutti i sensi. Non si devono vergognare di sognare e di essere innamorati della musica e di far musica, e non si devono vergognare di chiedere (anche a loro stessi!).

Ha progetti futuri che vorrebbe raccontarci?

Certo, il concerto per gli Amici della Musica di Firenze (che è stata una delle istituzioni dove tenni uno dei miei primissimi concerti importanti cameristici, a vent’anni, con molta emozione, con il Quartetto Florestano, appuntamento di cui conservo ancora una splendida recensione di Leonardo Pinzauti sulla Nazione!) capita in un periodo piuttosto denso di appuntamenti molto belli, come il Concerto di Haydn diretto da Lonquich al Festival Stradivari di Cremona, due concerti con la mitica (!) Sinfonia Concertante op. 125 di Prokofiev a Foggia, il Concerto di Schumann diretto da Daniele Agiman, un progetto in trio con Marco Rizzi e Roberto Cominati, il Quintetto di Schubert con il Quartetto di Fiesole e con grande piacere due recital per violoncello e pianoforte con Andrea Lucchesini!

Per maggiori informazioni sul concerto di Giovanni Gnocchi assieme all’Orchestra Giovanile Italiana, in programma il 14 ottobre 2019, cliccare qui.

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Intervista al Quartetto Felix

Qual è il primo ricordo della vostra vita legato alla musica che vi viene in mente?

Francesco: Il primissimo: prima ancora di cominciare a suonare il violino, nel periodo in cui strimpellavo ad orecchio il pianoforte con papà, ricordo che facevamo un po’ di pezzi a quattro mani (quelli che riuscivo a leggere) e ogni tanto mio padre testava il mio orecchio suonando al pianoforte note o accordi. Il gioco era provare a indovinare le note o le combinazioni, chiaramente senza guardare.

Marina: Ricordo benissimo i miei pomeriggi da bambina, seduta vicino a mia madre mentre lei insegnava lo Slancio di Schumann ad un’allieva molto brava che veniva a casa spessissimo. Ricordo, inoltre,  l’attenzione e la passione che mia madre comunicava cantando e gesticolando. Guardandola, imitavo i suoi gesti e cominciavo a ballare intorno a tutta la stanza. Adoravo ballare su quelle musiche per pianoforte solo, così ricche, piene di ritmo! Poi un giorno mio padre ha acquistato la videocassetta di Fantasia della Disney, probabilmente avevo cinque anni: dunque ho scoperto l’orchestra, le sinfonie, e soprattutto ho iniziato a creare “le mie coreografie” nella mia stanzetta, non disturbando più le lezioni di mia madre!

Matteo: Mi sono approcciato alla musica ascoltando mio padre suonare la tromba. Ricordo che lui suonava raramente a casa e quando lo faceva era una festa per noi figli perché il suono prepotente del suo strumento si imponeva tra le mura del nostro salotto di casa. Lo usavamo come un juke-box e gli chiedevamo di suonarci le melodie dei nostri cartoni animati preferiti.

Vincenzo: Il giorno in cui mio padre tornò a casa con due nuovi “giocattoli”, uno per me e uno per mia sorella: due violini da un quarto. Non posso dimenticare il momento in cui produssi per la prima volta un suono sfregando con l’archetto le corde del mio quartino. Mi sembrò una magia.

 

Come mai avete iniziato a suonare uno strumento musicale?

Francesco: Per imitazione. Mio padre non è musicista professionista, ma passa tutto il suo tempo libero con una chitarra in mano, seduto al pianoforte, sul divano ad ascoltare musica. Da piccolo passavo molto tempo con lui, sicché il primo approccio alla musica e agli strumenti musicali l’ho avuto grazie a lui.

Marina: È stato assolutamente inaspettato! Avevo undici anni e stavo seguendo una lezione di mia madre: una mia amica stava eseguendo l’Andante in DO Maggiore della Sonata n.16 di Mozart. Appena andò via mi precipitai al pianoforte, e senza conoscere né note né partitura, presi a suonare la mano sinistra dello stesso brano. Dopo qualche minuto, si avvicinò mia madre che, con spartito alla mano, iniziò a seguire con attenzione. Stavo riproducendo esattamente ciò che era scritto sulla parte, senza conoscere lo strumento, senza conoscere la musica, semplicemente ad orecchio. Da lì, è cominciato tutto!

Matteo: Non posso dire che è stato un amore a prima vista quello con la musica, tantomeno quello col violoncello. Già da bambino ero una persona interessata alle nuove esperienze, dunque invogliato da mio padre ho cominciato a studiare la teoria musicale e successivamente ho cominciato a prendere lezioni di violoncello. Non nascondo che all’inizio non avevo una reale ambizione, ma col tempo è scoccata la passione e ho cominciato a camminare autonomamente in questo mondo.

Vincenzo: Tutto è iniziato quando, vedendo mio padre suonare il violino, gli chiesi: “ne voglio uno anche io”. Ho iniziato a suonare seguendo i consigli di mio padre e poi di un suo caro amico violinista, Vincenzo Corrado, che è stato il mio Maestro al Conservatorio D. Cimarosa di Avellino.

 

Quando avete capito che eravate bravi in quello che stavate facendo e che questa attività avrebbe occupato una parte importante della vostra vita?

Francesco: Quando ci comunicarono, poche ore dopo il diploma in Musica da Camera, che la commissione ci aveva assegnato come votazione dieci e lode, ebbene lì ho avuto contezza del fatto che il Quartetto da quel momento sarebbe stato in cima alle priorità nella vita musicale. Perché era necessario investire e spendersi al cento per cento in questo progetto in cui ci riconoscevamo (e ci riconosciamo) tutti e quattro e che allora cominciava a prendere forma e a funzionare.

Marina: Beh, più che bravi, ho capito sin da subito che in realtà siamo una macchina che funziona! Le nostre idee, il nostro gusto, il nostro approccio alla musica è piuttosto simile. Sì, i caratteri e lo stile di vita di noi quattro sono totalmente differenti, ma quando suoniamo sembra aprirsi un sentiero comune che ci porta nella stessa direzione. La definirei empatia: quell’emozione che, chissà come, ti lega ad un altro. E in effetti, così è successo! L’entusiasmo e la voglia di scoprire, ci spinge sempre di più, coltivando con forza questo progetto che, ovviamente, richiede concentrazione, sacrificio ed anche un pizzico di fortuna!

Matteo: Sinceramente ho sempre avuto la percezione che ci fossero tutte le potenzialità per fare bene, e tutti i traguardi importanti raggiunti sia a livello accademico che artistico hanno fatto si che la percezione divenisse certezza. Ma un conto è avere le potenzialità e un altro è diventare bravi, e devo dire che più il lavoro si fa specifico e più si deve fare i conti con i propri limiti. Più si alza l’asticella e più bisogna rinunciare a quelle che si ritenevano come proprie certezze.

Vincenzo: Non c’è stato un momento preciso. Devo dire che è stata una cosa molto naturale. Sicuramente c’è stato un momento in cui ho capito che per poter diventare un musicista avrei dovuto studiare con grande rigore e sacrificio. Da quel momento, quello che per me era semplicemente un gioco è diventato qualcosa di più profondo. Provavo un piacere immenso nell’imparare nuove tecniche e ogni giorno di più mi innamoravo della musica e del violino. Non vedevo l’ora di tornare a casa da scuola, finire presto tutti i compiti, e dedicarmi alla musica.

 

Ci sono stati dei momenti in cui avreste voluto mollare tutto e cambiare direzione?

 

Francesco: Ci sono stati e ce ne saranno ancora probabilmente. Per fortuna oltre che colleghi siamo soprattutto amici, sicché riusciamo sempre a trovare un compromesso quando siamo fortemente in disaccordo su qualcosa. La convivenza in quattro non è affatto semplice, ma ogni nuova attività, ogni traguardo che raggiungiamo, ogni volta che andiamo e torniamo insieme da qualche parte inventandoci un tetris diverso per fare entrare in macchina valigie e strumenti, il legame tra di noi si consolida e si rafforza.

Marina: Diciamo sì e no! La stanchezza e lo stress spesso portano a questi momenti di sbandamento, dunque bisogna considerarli tali e lasciarli passare. Ma se questo processo bisogna affrontarlo in quattro, diventa sicuramente più difficile. Ognuno di noi ha un modo diverso di “analizzare” i suoi momenti no: c’è chi non parla, chi invece urla, c’è chi piange, ma penso sia normale! Per fortuna, abbiamo imparato a conoscerci, quindi quando arrivano questi momenti, cerchiamo di sdrammatizzarli il prima possibile, provando a non attivare un malumore generale. Per ora, sta funzionando!

Matteo: Suonare in un gruppo è un po’ come un matrimonio allargato. I momenti di discussione non mancano e devo dire che nella maggior parte delle volte non riguardano argomenti “alti” come l’interpretazione di un brano. Vi assicuro che la parte più difficile è l’organizzazione logistica dell’attività del gruppo: il calendario prove, i viaggi, gli alberghi ecc. Su queste cose ognuno di noi ha gusti e abitudini personali e inevitabilmente ci si divide su determinate scelte. Ogni tanto, quando il lavoro si fa duro, verrebbe voglia di evadere e di dedicarsi ad attività più tranquille e solitarie.

Vincenzo: Non ci ho mai pensato. I momenti difficili esistono per tutti e in tutte le attività. Credo fermamente che superare le difficoltà ci renda più forti e determinati in quello che vogliamo fare.

 

Qual è il momento più emozionante che ricordate della vostra carriera musicale?

Francesco: Senza dubbio, la stretta di mano col presidente Mattarella durante la cerimonia di consegna del Premio Sinopoli. Io e Vincenzo ci siamo guardati negli occhi e abbiamo ripercorso in un istante tutti i momenti musicali passati insieme, a partire dal Conservatorio, per poi arrivare al Quirinale coi maestri Pappano e Morricone seduti qualche sedia più in là, anche loro in attesa di ricevere la propria targa. Pazzesco.

Marina: Sicuramente la cerimonia per il Premio Sinopoli al Quirinale dello scorso 5 giugno. È stato tutto così grande che, ancora oggi, sembra di aver vissuto un sogno! Il Presidente Mattarella che ci applaudiva, il Maestro Ennio Morricone seduto quasi di fianco a noi. Sì, un sogno! I miei genitori commossi, noi quattro con gli occhi enormi! Un’emozione che non si può descrivere.

Matteo: Non saprei, di sicuro è qualcosa legato ai concerti più che ai riconoscimenti. Le cerimonie non mi hanno mai preso più di tanto. Forse il “bravi” del tutto spontaneo e inaspettato che ho udito dalla commissione d’esame al diploma di S. Cecilia un attimo dopo la fine del nostro recital.

Vincenzo: È molto difficile trovarne uno solo. Sicuramente il più recente è stata la Cerimonia al Quirinale dello scorso 5 giugno dove abbiamo ricevuto il prestigioso Premio “Giuseppe Sinopoli” dalle mani del Presidente della Repubblica. Quando siamo stati invitati ad alzarci per ricevere il premio, devo dire che ho avuto un momento di grande emozione.

 

C’è un brano musicale a cui siete particolarmente legati? Volete dirci qual è e come mai?

Francesco: Il Quartetto di W. Walton. Un pezzo che sprizza gioia da tutti i pori. Ci divertiamo come dei matti a suonarlo: il pubblico legge questa cosa e si diverte insieme a noi. A Walton siamo legati grazie ad anni di collaborazione con la Fondazione William Walton e la Mortella, della quale siamo stati ospiti diverse volte, nella meravigliosa isola di Ischia.

Marina: Senza dubbio, il Quartetto in re minore di William Walton. Un brano che, secondo me, ci rappresenta appieno! Frizzante, energico, ritmato! Quando lo suoniamo ci sentiamo a nostro agio, ci dà carica, ci emoziona e ci diverte tantissimo!

Matteo: Il Quartetto in re minore di William Walton. Il primo brano che abbiamo studiato in maniera autonoma, cercando una interpretazione originale e che ci ha dato tanto successo con il pubblico.

Vincenzo: Ne cito due: il Concerto per violino e Orchestra op. 61 di Beethoven e la Ciaccona di J. S. Bach. Il concerto di Beethoven è un pezzo che mi cattura dalla prima all’ultima nota. Quando lo ascolto mi sembra di galleggiare tra le nuvole. La Ciaccona è una musica ultraterrena, un meraviglioso viaggio musicale per chi suona e per chi ascolta.

 

Avete altre passioni oltre a suonare il vostro strumento (sport/lettura/viaggi/hobby vari/ecc.)?

Francesco: Vengo da una terra, l’Irpinia, che vive di enogastronomia. Sono molto attratto dalle bellezze del territorio e dai prodotti della terra, in particolare ai vini della mia provincia: aglianico, taurasi, greco e fiano. Quando ho tempo libero, guidato da un amico enologo, mi piace fare percorsi di degustazione.

Marina: Adoro leggere, leggo tantissimo e leggo di tutto! Ho addirittura un blog personale dedicato ai libri dove spesso condivido recensioni con amici vicini e lontani, appassionati di lettura. Mi piace inoltre scrivere di musica, infatti spesso realizzo dei pezzi per il quotidiano della mia città, Salerno. Infine, sono un’appassionata di cartoni animati: Disney, Anime, tutti!!! Da qui nasce il mio collezionismo sfrenato per i peluche, le action figures e moltissimo altro! Francesco mi definisce una nerd!

Matteo: Mi definisco uno sportivo, anche se negli ultimi anni non riesco a mantenere la forma di un tempo. Gioco a calcio, anche se non frequentemente, e vado in bicicletta da strada seppur a livello amatoriale. In sella ho girato quasi tutta la mia regione e partecipo a raduni a livello nazionale: ho pedalato sulle Alpi e sulle vette degli Appennini. La bici mi da un grande senso di libertà e la fatica che ci vuole mi da la carica per affrontare le sfide della quotidianità.

Vincenzo: Sono molto appassionato di calcio. Nel tempo libero mi piace giocare a calcetto con gli amici, ma sono anche un bravissimo sportivo “da divano”. Seguo tutte le notizie e le partite della mia squadra del cuore, la Juventus.

 

Ascoltate altri tipi di musica oltre a quella che suonate? Se sì, quali?

Francesco: La mia passione per la musica è iniziata non con la musica colta, ma con il rock. Sono molto fan dei Cure, dei Radiohead, dei Red Hot ChilI Peppers, per citarne solo alcuni. Ho suonato per anni la chitarra in diverse cover band. In quegli anni e in quelle band ci sono i miei amici di una vita. Ora ascolto moltissima nu wave, mi sono avvicinato all’elettronica, ma non disdegno l’indie pop italiano.

Marina: Adoro ascoltare musiche da film e ho un debole per Adriano Celentano. Ma il mio grande amore, dopo la musica classica, ovviamente, sono i musical!

Matteo: Mi sono avvicinato alla musica ascoltando i classici della musica leggera italiana, per cui ascolto ancora adesso quel genere. Mi piace la canzone cantautorale in generale, la classica napoletana, il rock internazionale. Ho ascoltato molto Jazz e ho anche studiato un po’ di quel linguaggio. Non ho pregiudizi verso nessun genere e sono interessato alle nuove forme di espressione artistica attraverso l’utilizzo dei mezzi informatici.

Vincenzo: In questo credo di essere la pecora nera del Quartetto. Generalmente ascolto musica classica, e sono poco informato su quelli che sono gli altri generi musicali. Apprezzo comunque molto la musica e le canzoni di De André, dei Beatles e dei Pink Floyd.

 

C’è un disco – di qualsiasi genere – che consigliereste a tutti di ascoltare?

Francesco: Ne consiglio due. Uno di musica colta, e cioè le Variazioni Goldberg di Bach suonate da Glenn Gould, capolavoro assoluto sia di composizione che di esecuzione. L’altro, di tutt’altro genere: By the way, dei Red Hot Chili Peppers, disco a cui sono particolarmente affezionato, il primo disco in assoluto che ho comprato: ci sono tutti i miei anni del liceo, degli arrangiamenti favolosi, melodie vocali e strumentali che si lasciano cantare per anni: molto equilibrato nella sua struttura, con ogni traccia al posto giusto.

Marina: Individuarne uno è praticamente impossibile! Ma se proprio dovessi scegliere, consiglierei il mio primissimo cd di musica classica che ho ascoltato, e riascoltato senza sosta, parte di un cofanetto di mia madre, che custodisco gelosamente: Le 32 Sonate di Beethoven interpretate da Wilhelm Backhaus. Il mio preferito in assoluto è il numero 4 di 8, contenente le Sonate op.27 n°1 e 2. l’op.28 e l’op.31 n°1. Pura poesia!

Matteo: “Che Dio ti Benedica”, album del 1993 di Pino Daniele, con una partecipazione di Chick Corea al pianoforte.

Vincenzo: Il Quintetto di Schubert per due violoncelli con Stern, Casals, Tortelier, Schneider e Katims.

Qual è il libro che leggerete quest’estate?

Francesco: I Falsari, di David Parenzo, celebre co-conduttore del programma radiofonico “La zanzara”, che spesso ci fa compagnia durante le nostre trasferte in auto.

Marina: Come dicevo, sono una lettrice famelica, dunque spero di leggerne più di uno.

Al momento sto leggendo un romanzo di Paola Capriolo, che si intitola Marie e il Signor Mahler. Ma la mia TBR estiva comprende anche una raccolta di racconti tutti al femminile dal titolo Cat Persondi Kristen Roupenian e il saggio di Oliver Sacks, Musicofilia.

Matteo: Ho appena terminato di leggere il romanzo Il giorno prima della felicità di Erri De Luca, e ho cominciato Norwegian Wood di Murakami.

Vincenzo: L’affare Vivaldidi Federico Maria Sardelli.

 

 

 

 

 

 

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Intervista al Trio Kanon

Qual è il primo ricordo della tua vita legato alla musica che ti viene in mente?

Lena: Il mio ricordo più forte è legato all’opera. Ogni giorno all’ora della merenda mio padre abitualmente metteva una videocassetta di un’opera lirica. Le mie preferite erano nell’ordine “Turandot” di Puccini, “La Traviata” di Verdi e “Carmen” di Bizet. Ovviamente non capivo niente di quello che stavano cantando, non potevo ancora leggere i sottotitoli, ma mi divertivo ad immaginare la trama guardando la scenografia e ascoltando la musica!
Alessandro: Dirò una banalità da romanticone ma è proprio il mio primo carillon da bambino: ricordo benissimo il suo motivetto, i suoi colori ed il ticchettio della catenina da tirare per farlo suonare.
Diego: Ricordo un concerto nella Cattedrale di Cremona in cui veniva eseguito il Magnificat di Bach. Io ero abbastanza piccolo, forse 8 o 9 anni e mio padre era tenore nel Coro Polifonico diretto da Don Dante Caifa, maestro anche del coro delle voci bianche in cui cantavo. Rimasi affascinato da quella musica e naturalmente mi divertivo a osservare il direttore e tutti gli strumentisti dell’orchestra.

Come mai hai iniziato a suonare uno strumento musicale?

Lena: I miei genitori erano entrambi violinisti. Mio padre faceva l’insegnante di violino e il direttore, invece mia madre era violinista solista e camerista. Quando avevo circa tre anni mi avevano regalato un minuscolo violino, mi mettevo a giocare facendo finta di essere una professionista sbattendo l’arco sul violino e mia madre mi accompagnava al pianoforte. Un giorno mio padre mi chiese se avessi voluto cominciare a studiare seriamente il violino e la scelta di rispondere “sì” a quella domanda mi sembrava quasi dovuta. Forse per me il violino non era qualcosa di così speciale in quel momento, lo è diventato più tardi col tempo. La musica è una cosa che faceva già parte della mia vita da quando sono nata.
Alessandro: Mio papà è pianista e mi racconta spesso che, ancora neonato, gattonando lo raggiungevo in salotto e mi arrampicavo sul divano per ascoltare le prove di musica da camera del suo ensemble. Assecondando questo mio interesse mi ha portato in una scuola di musica all’età di 3 anni ed ho iniziato con un corso di ritmica e gioco per bambini. Quando è arrivato il momento per ognuno degli iscritti di scegliere il proprio strumento ero indeciso tra violino e violoncello e mio papà mi ha convinto per quest’ultimo.
Diego: I miei genitori non sono musicisti, ma la musica non era cosa estranea alla mia famiglia: mio padre cantava nel coro per passione e cari amici di famiglia, vicini di casa, hanno due figli più grandi di me, Cristina e Antonio, che ho sempre considerato come dei cugini e all’epoca studiavano l’una il violoncello e l’altro il pianoforte.
Ho seguito un po’ le loro orme, mia madre insistette per il pianoforte e così mi iscrisse alla Scuola Civica Monteverdi di Cremona.

Quando hai capito che eri bravo in quello che stavi facendo e che questa attività avrebbe occupato una parte importante della tua vita?

Lena: Ho avuto subito facilità con lo strumento: mi agitavo abbastanza prima di un concerto ma allo stesso tempo mi godevo la soddisfazione di un’esecuzione ben riuscita. Con lo studio del violino all’inizio pensavo soprattutto di soddisfare i miei genitori, invece piano piano la musica è diventata la mia vera passione. Nel momento in cui dovetti scegliere la mia strada, alla fine del liceo, ho deciso di venire in Italia per perfezionarmi in un Conservatorio. Cambiare paese a 19 anni è stata un’avventura; l’ho fatto perché sentivo che per diventare una musicista mi serviva un’esperienza in Europa, dove è nata la musica classica. Ho scelto l’Italia perché è un paese in cui anche mia madre era vissuta e aveva studiato da giovane e anch’io avevo potuto visitare da piccola.
Da quando ho preso la decisione di trasferirmi qui, non ho più avuto nessun dubbio su quale fosse la mia strada, la preoccupazione di poter fallire c’è sempre stata ma mi sono impegnata a concentrarmi sullo studio e ho cercato di avere sempre fiducia in me stessa.
Alessandro: Durante gli anni al liceo musicale del Conservatorio di Torino. Nei primi anni di Conservatorio, quando ero ancora un ragazzino ho attraversato un momento di “crisi” durante il quale non avevo stimoli e stavo accarezzando l’idea di cambiare strada. Iniziato il liceo avevo finalmente attorno a me, nella vita di tutti i giorni, compagni di classe che, come me, avevano intrapreso la strada della musica, che affrontavano gli stessi sacrifici che questa strada impone ma che condividevano anche la bellezza di questo percorso: improvvisamente ricevevo una grande quantità di stimoli ed ho iniziato a suonare musica da camera in duo con un mio compagno pianista. In quel momento ho capito che il violoncello e la musica da camera avrebbero sempre fatto parte della mia vita.
Diego: L’ho capito abbastanza tardi, negli ultimi anni del Liceo Classico. Suonavo il piano considerandolo a tutti gli affetti un hobby e non pensando minimamente di diventare un musicista.
Fu importante, ancora una volta, l’avvicinamento al canto, in particolare il canto in coro.
Antonio aveva intrapreso la strada del maestro di coro, fondando il Coro Costanzo Porta, un complesso veramente valido e ora conosciuto soprattutto nel repertorio antico e io iniziai a cantare nel gruppo, affrontando opere anche complesse come le messe di Monteverdi o la Johannes Passion di Bach.
Lì mi appassionai veramente, in particolare, alla musica di Bach e cominciai a capire come affrontare meglio le Suite e i Preludi che stavo parallelamente studiando al pianoforte.
Poi l’esame di ottavo anno, che preparai da privatista, andò inaspettatamente bene e a quel punto decisi che era importante finire al meglio il percorso musicale che avevo intrapreso. Ebbi la fortuna di conoscere Maria Grazia Bellocchio e iniziai a studiare con lei per preparare il diploma presso l’Istituto Donizetti di Bergamo.

Ci sono stati dei momenti in cui avresti voluto mollare tutto e cambiare direzione?

Lena: Sì, tra i tredici e i quattordici anni ho pensato spesso di smettere col violino. Quando ho iniziato la scuola media, ho avuto un po’ di problemi a socializzare con i miei nuovi amici, perché mio padre non ascoltava la musica leggera e soprattutto non sopportava il Pop Giapponese (ora potrei dire che non aveva tutti i torti!). Per questo in casa non potevo assolutamente ascoltare musica leggera e guardare certi programmi televisivi. Mi sentivo un po’ esclusa dal gruppo dei miei amici, allora una mia amica per salvarmi dalla situazione ha cominciato a prestarmi dei CD ed io mi mettevo ad ascoltarli di nascosto nella mia stanza con le cuffie. Insomma ero troppo impegnata a cercare di integrarmi nella classe per mettermi a studiare il violino! Per fortuna è stata una cosa davvero momentanea!
Alessandro: Le difficoltà ed i sacrifici in questo campo non mancano e talvolta sollecitano e mettono seriamente alla prova anche la determinazione più convinta. In questi momenti di riflessione però mi sono sempre reso conto che, in un modo o nell’altro, la musica sarebbe stata per me un richiamo troppo forte per poter resistere lontano da quest’ultima.
Diego: In realtà no, perché prima di iniziare a studiare con Maria Grazia Bellocchio non pensavo che la musica sarebbe diventata anche il mio lavoro, dopo invece mi sono impegnato al massimo delle mie possibilità perché andasse proprio così.

Qual è il momento più emozionante che ricordi della tua carriera musicale?

Lena: Quando col mio trio abbiamo vinto il primo premio all’International Chamber Music Competition di Pinerolo nel 2018. Qualche giorno prima che cominciasse il concorso ho perso mio padre. È stata una cosa così improvvisa, se fossi tornata in Giappone subito probabilmente non sarei arrivata in tempo per il funerale. Prima di essere un padre lui è stato un Maestro per me. Ho deciso di rimanere in Italia e suonare per lui durante il concorso. Forse anche per questo, sono riuscita ad essere dentro la musica ancora di più. Quando hanno annunciato i vincitori, sul palco della Sala Verdi del Conservatorio di Torino, ho pensato a lui e ho capito di aver fatto la scelta giusta. Ero allo stesso tempo grata ai miei compagni di trio per avermi sostenuto in quel momento.
Alessandro: Se c’è una cosa che non manca in ambito musicale sono le emozioni e i momenti significativi; indubbiamente però la vittoria al Concorso Internazionale di Pinerolo insieme ai miei compagni di avventura Diego e Lena è stato un momento, un attimo che non dimenticherò mai.
Diego: Ne cito due abbastanza recenti: uno è la vittoria del Concorso Internazionale di Musica da Camera di Pinerolo, col mio trio: è stato veramente l’apice di un lungo lavoro di studio, perfezionamento e di crescita reciproca e anche un po’ un premio alla tenacia, perché portare avanti un gruppo da camera per anni è un investimento che richiede sacrifici, anche economici, viaggi (tantissimi) per le prove e per seguire le lezioni.
L’altro è il debutto in Giappone da solista con orchestra, suonando il Primo Concerto di Beethoven.
Anche lì erano presenti i miei compagni di trio nelle prime parti della Sereno Chamber Orchestra ed è stata un’esperienza indimenticabile.

C’è un brano musicale a cui sei particolarmente legato? Vuoi dirci qual è e come mai?

Lena: È un piccolo lied di Brahms: “Wie Melodien zeiht es mir”, dall’op. 105, trascritto per violino e pianoforte da Jascha Heifetz e rinominato “Contemplation”. Era uno dei brani preferiti di mia madre. Mi raccontò che aveva fatto un concerto suonandolo quando io ero ancora nel suo grembo, per questo motivo mi ha sempre detto che questo brano mi rappresentava. Quando ero piccola lei me lo suonava col violino ma spesso anche col pianoforte.
Alessandro: Il trio n. 4 “Dumky” op. 90 di Dvorak. Ritengo Dvorak un compositore a me molto vicino, lo è stato sin dal periodo dei miei studi musicali: mi piace la passionalità, la varietà timbrica tematica che accompagnano ogni sua composizione. Poi il Dumky in particolare è definito il trio del violoncellista proprio per la quantità di temi affidati al violoncello: insomma, meglio di così…
Diego: Le Variazioni Goldberg di Bach. Le ho sonate moltissime volte tra il 2003 e il 2008, in tournée in Italia e all’estero con Virgilio Sieni, importante ballerino e coreografo fiorentino, in uno spettacolo in cui lui improvvisava danzando sulla musica.
La prima volta ebbi solo tre mesi per studiarle e mi sentivo anche inadeguato rispetto al compito indubbiamente arduo, poi ci presi sempre più gusto e posso dire che è stata una delle esperienze più formative della mia carriera. Mi piaceva lavorare in teatro, essere in contatto con professionisti di un altro settore come la danza e naturalmente viaggiare e visitare città diverse in continuazione.

Ci racconti come vi siete conosciuti con Alessandro e Diego? Cosa ti piace del loro modo di suonare e come mai avete scelto di formare un trio?

Lena: Suoniamo insieme dal 2012, ma ci conoscevamo da tempo, essendoci incrociati più volte nel corso dei nostri percorsi di formazione.
Io mi sono trasferita a Cremona nel 2006, l’anno dopo ho cominciato a suonare in duo con Diego.
Diego a sua volta ha incontrato Alessandro a Roma studiando nel corso di musica da camera dell’Accademia Santa Cecilia.
In seguito presso l’Accademia Stauffer di Cremona, dove mi stavo perfezionando con Salvatore Accardo, ho conosciuto Alessandro, che frequentava la classe di violoncello. Alla fine dell’anno, in occasione di un concerto presso il Teatro Ponchielli, ci siamo rivisti tutti e tre ed è nata l’idea di formare un trio.
Mi ricordo che Diego mi ha colpito moltissimo con la sua sensibilità musicale durante la prima prova che abbiamo fatto insieme, esattamente il 9 marzo 2007! Io non parlavo ancora Italiano e non avevo molta esperienza di musica da camera, quindi ero molto timida e mi sentivo immatura. Nonostante questo ho avuto subito un ottimo feeling musicale con Diego. È bravissimo ad adattarsi ai pianoforti diversi e riesce ad ottenere sempre il timbro e l’equilibrio giusto.
In realtà è stato Alessandro a proporci di fare un trio. Senza di lui non sarebbe nato il Trio Kanon!
Alessandro è un violoncellista con la tecnica solida e suono potente e profondo. Oltretutto dopo anni di ricerca sul suono, il colore, l’equilibrio e l’intonazione con lui, quando suoniamo insieme riusciamo a sintonizzarci perfettamente. È una sensazione davvero piacevole.
Alessandro: La nostra storia è fatta di intrecci: ho conosciuto Diego come compagno di studi nel corso di musica di insieme presso l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma nel 2007. Parallelamente Diego ha conosciuto Lena ed hanno iniziato anche loro a suonare insieme. Infine, dopo un periodo di “allontanamento” in cui io ho studiato in Svizzera e Diego si è perfezionato a Bergamo, ci siamo rivisti in occasione del concerto conclusivo dei corsi di violino e violoncello dell’Accademia “W. Stauffer” di Cremona nei quali studiavamo io e Lena, rispettivamente con Rocco Filippini e Salvatore Accardo. Alcuni giorni dopo questa reunion ho chiamato Diego per proporgli di formare un trio ed ho scoperto che, nel frattempo, anche lui e Lena avevano maturato l’idea di formare un trio.
Se devo indicare delle qualità specifiche, di Lena mi piace l’istintività e di Diego l’approccio analitico ad ogni brano, ma essendo cresciuti musicalmente insieme ed avendo formato un’identità di gruppo sono tante le cose che ci accomunano al punto che quando suoniamo insieme ci sentiamo sempre un po’ a casa.
Diego: Ho conosciuto Lena a Cremona, quando tramite la mia insegnante, mi contattò per studiare insieme una sonata di Beethoven. Era il 2007, lei studiava con Laura Gorna ed era in cerca di un pianista per fare musica da camera. Ci trovammo subito benissimo nonostante lei non parlasse una parola di italiano! Diciamo che per lei parlava la musica, e nacque così una grandissima intesa artistica e poi umana.
Con Alessandro ci siamo incontrati a Roma, forse nel 2007, da studenti nella classe di musica da camera di Rocco Filippini presso l’Accademia di Santa Cecilia.
Alessandro ha incontrato Lena qualche anno dopo, nell’Accademia Stauffer di Cremona. Nel 2012, trovandoci tutti e tre a un loro concerto al Teatro Ponchielli al termine dell’anno di studio, è emersa l’idea di formare un trio e studiare insieme con il Trio di Parma. Il trio archi e pianoforte ha un repertorio bellissimo e ampio, estremamente vario e tecnicamente impegnativo, per cui è una formazione cameristica estremamente stimolante.
Parlando del modo di suonare dei miei partner, Lena ha un approccio molto istintivo alla musica e allo strumento; allo stesso tempo è molto meticolosa nella cura dell’intonazione e nella ricerca di un suono sempre bello e ricco di armonici. Alessandro ha un suono generoso, caratteristica molto importante per suonare in trio, perché il violoncello rischia sempre di essere coperto dal pianoforte nel registro centrale, e un gusto molto raffinato.
Io forse sono l’anima più cerebrale del gruppo. Penso in definitiva che ci completiamo bene a vicenda!

Hai altre passioni oltre a suonare il tuo strumento (sport/lettura/viaggi/hobby vari/ecc.)?

Lena: Ho fatto tre anni di atletica al liceo e partecipavo alle gare correndo i 3000 metri. Andavo all’allenamento tutti i giorni dopo la scuola. Anche se non sono più in forma come una volta, quando trovo il tempo vado a correre. Mi aiuta molto per rilassarmi e scaricare la tensione dopo un periodo intenso di concerti.
Sono appassionata anche di minerali. Colleziono le pietre da quando andavo alle medie. Ho lasciato la maggior parte della mia collezione a casa in Giappone per venire qui, ma anche in Italia piano piano la raccolta sta prendendo il suo spazio nel mio armadio!
Alessandro: Amo lo sport e pratico occasionalmente il calcio ed il ciclismo (anche se a dire il vero la mia bici ed il pallone avrebbero bisogno di una bella spolverata) ed i viaggi sono sempre stati la mia passione. A questo proposito fare il musicista ha i suoi vantaggi, anche se quando si viaggia per lavoro il tempo per il turismo è sempre molto ristretto. Mi piace lavorare il legno e restaurare mobili nel mio piccolo.
Diego: Mi piace la montagna, ho una passione per le Dolomiti. Quindi quando posso mi prendo qualche giorno per fare un po’ di trekking e andare in bici. Mi piace moltissimo guardare le mappe dei sentieri ed organizzare escursioni. Ci passo letteralmente le ore quando sono libero.
I miei mi hanno sempre portato in montagna, fin da piccolo, per cui non riesco a passare un’estate senza organizzare qualcosa in Alto Adige.

Ascolti altri tipi di musica oltre a quella che suoni? Se sì, quali?

Lena: Mi piace moltissimo ascoltare la musica Americana degli anni ‘20, ‘30 e ‘40: Jazz band e Swing tipo Jan Garber e Louis Armstrong. Poi mi piace la musica irlandese. Un po’ di meno ma ascolto anche Hard Rock e Metal quando ne ho bisogno!
Alessandro: Sono abbastanza onnivoro in quanto a musica ma prediligo, oltre alla classica, il Jazz, il Blues e lo Swing. La musica leggera mi piace ma sono molto selettivo in quanto a qualità. In genere pretendo di ascoltare musica che derivi da una particolare bravura e abilità strumentale di chi compone o suona.
Diego: Ascolto saltuariamente anche musica non classica, mi piacciono molti cantautori italiani degli anni ’60 e ’70, Dalla, Battisti, De André, ma anche cantanti stranieri. Meno la musica di consumo più recente.
Apprezzo il jazz anche se lo ascolto molto poco e naturalmente adoro la musica corale, a cappella e non, soprattutto quella rinascimentale e i romantici tedeschi (Brahms e Schubert più di tutti).
Sono cremonese per cui per me Monteverdi è il non plus ultra tra i compositori italiani di ogni epoca.

C’è un disco – di qualsiasi genere – che consiglieresti a tutti di ascoltare?

Lena: L’ultimo disco di Alexander Lonquich, dedicato alle Sonate per pianoforte di Schubert composte nel 1828. Ho sentito per la prima volta la D 960 suonata da Lonquich a Siena, nel 2012, durante il suo corso di musica da camera nell’Accademia Chigiana. È stata una vera e propria rivelazione!
Alessandro: Grazie ad un simpatico gioco/catena al quale sono stato invitato a partecipare da colleghi musicisti su un noto social network ho riscoperto dopo anni un disco che ascoltavo da piccolo a casa dei miei genitori: si tratta delle sonate per violoncello e pianoforte di Chopin e Franck eseguite da Jaqueline Du Pré e Daniel Barenboim ed edite da EMI. Non so se si trovi il cd (io le ascoltavo in vinile) ma lo trovo un disco di una attualità e profondità sonora meravigliose.
Diego: L’ultimo cd che ho acquistato: la Sesta Sinfonia di Mahler diretta da Currentzis alla guida della sua orchestra MusicAeterna. Impressionante.

Qual è il libro che leggerai quest’estate?

Lena: Leggerò “Canone Inverso” di Paolo Maurensig. Mi è stato regalato da una mia carissima allieva.
Alessandro: Non ho ancora deciso ma da qualche giorno ripenso ad un libro letto alcuni anni fa: “Mara. Autobiografia di un violoncello” di Wolf Wondratschek che racconta in soggettiva, come se a farlo fosse proprio lo Stradivari “Mara”, le peripezie ed avventure vissute dallo stesso nel corso dei secoli. In alternativa Diego mi ha raccontato recentemente del libro sulle lettere ai familiari di Leonard Bernstein di Archinto Editore, stuzzicandomi non poco…ma perché scegliere?
Diego: Ho un po’ di opzioni: o un libro di Haruki Murakami che non ho ancora letto oppure rileggerò Stoner di John Williams. Bellissimo.

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Intervista a Ferdinando e Angela Trematore

Qual è il primo ricordo della vostra vita legato alla musica che vi viene in mente?

Il nostro primo ricordo è legato alla nostra famiglia quando nostro padre violinista provava con le sue sorelle e i suoi colleghi musicisti prima di ogni concerto. Piccolissimi, ascoltavamo in silenzio per ore e ore… Insomma, a casa si respirava musica h24…

Come mai avete iniziato a suonare uno strumento musicale? Quando avete capito che eravate bravi in quello che stavate facendo e che questa attività avrebbe occupato una parte importante della vostra vita?

L’approccio è stato naturale, semplicemente i nostri genitori desideravano trasmetterci la cultura e la passione per la musica. Poi le cose son cambiate (i maestri con cui abbiamo studiato, i primi riconoscimenti ottenuti in concorsi musicali, etc.) e abbiam capito che volevamo intraprendere la carriera da musicista. In questo la nostra famiglia ci ha sempre sostenuto e supportato.
Per non parlare dell’emozione che si prova ogni volta salendo sul palco… qualcosa di indescrivibile e ineffabile…

Ci sono stati dei momenti in cui avreste voluto mollare tutto e cambiare direzione?

Momenti difficili ci son stati, ma l’idea di cambiare direzione non ci è mai passata per la testa. L’ambizione e il senso del sacrificio ci hanno permesso di perseguire i nostri obiettivi con umiltà e dedizione.

Qual è il momento più emozionante che ricordate della vostra carriera musicale?

Angela: Il giorno più emozionante che ricorderò per sempre, legato al mio percorso musicale, è il diploma di pianoforte. Un momento che ha segnato il culmine dei miei studi e l’inizio di nuove esperienze e incontri importanti nel mondo della musica.
Ferdinando: Il Concerto di Čajkovskij da solista con l’Orchestra di Padova e del Veneto in diretta Rai Radio3 all’età di 17 anni…

C’è un brano musicale a cui siete particolarmente legati? Volete dirci qual è e come mai?

Un brano a cui siamo molto legati è il Concerto per violino, pianoforte e orchestra in re minore di F. Mendelssohn. Il compositore l’ha scritto quando era molto giovane… Anche noi eravamo adolescenti quando l’abbiamo eseguito la prima volta… È stata la prima volta che suonavamo da solisti in duo con l’orchestra.

Ci raccontate come mai avete deciso di formare un duo? Cosa vi piace del vostro modo di suonare insieme?

Abitando sotto lo stesso tetto… era ovvio che ci incontrassimo prima o poi… (scherza Ferdinando).
Angela: Abbiamo avuto la fortuna di crescere a pane e musica… Ogni giorno con papà leggevamo brani cameristici adatti a noi lavorando su molti aspetti musicali e tecnici. Poi crescendo ci siamo avvicinati al vasto mondo delle Sonate… Tra concorsi e concerti abbiamo avuto modo di studiare e approfondire il nostro repertorio con il Trio di Parma e con grandi concertisti maestri che hanno segnato il nostro percorso solistico e cameristico.
Ferdinando: Suoniamo insieme da quando avevamo 8 e 11 anni… C’è un’intesa molto forte tra noi due, difficile da spiegare… Una cosa è certa: siamo cresciuti con la Musica e nella Musica.

Avete altre passioni oltre a suonare il vostro strumento (sport/lettura/viaggi/hobby vari/ecc.)?

Ferdinando: Amo guardare film d’autore, comporre durante i miei viaggi in aereo, fare sport, e soprattutto godermi ciascun momento con la mia dolce “Lei”. Giusto per precisare, non si tratta di mia sorella… (scherza Ferdinando).
Angela: A me piace leggere, viaggiare, visitare musei e gallerie d’arte, fare lunghe passeggiate al mare o in montagne e organizzare party a casa con gli amici.

Ascoltate altri tipi di musica oltre a quella che suonate? Se sì, quali?

Amiamo tutti i generi musicali in particolare il cantautorato italiano, come De Andrè, Tenco, Pino Daniele.

C’è un disco – di qualsiasi genere – che consigliereste a tutti di ascoltare?

L’album A Night at the Opera dei Queen.

Qual è il libro che leggerete quest’estate?

Angela: Per l’estate ho in programma di rileggere Teresa Procaccini. Una vita per la Musica per un progetto futuro insieme alla compositrice pugliese.
Ferdinando: Leggere il più possibile testi in lingua spagnola, visto che mi trasferirò molto presto a Madrid.

Foto: © portalecce.it (immagine pubblicata il 17/03/2019)

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Intervista a Gianluca Montaruli

Qual è il primo ricordo della tua vita legato alla musica che ti viene in mente?

Vengo da una famiglia di musicisti, il primo ricordo musicale che ho forse risale a quando da piccolo, correndo e giocando in casa, rimanevo quasi incantato dai suoni che provenivano dal salotto, dove i miei genitori provavano. Poi quando mio padre, anche lui violoncellista, apriva la custodia per prendere lo strumento, per me era un momento di estrema magia.

Come mai hai iniziato a suonare uno strumento musicale?

Sono sempre stato circondato dalla musica, per me è stato quasi istintivo scegliere di studiare uno strumento. Come già detto, tutti a casa parlavano questa lingua meravigliosa che è la musica, mi affascinava l’idea di avere un giorno la capacità di poter esprimere me stesso attraverso un suono. Se pur iniziato come un gioco, inconsciamente sapevo che la musica avrebbe fatto sempre parte della mia vita.

Quando hai capito che eri bravo in quello che stavi facendo e che questa attività avrebbe occupato una parte importante della tua vita?

Raggiungere degli obbiettivi è un feedback importante per ogni musicista, e quando si susseguono vuol dire che tutti i sacrifici che si fanno hanno un senso. I primi concorsi vinti hanno sicuramente contribuito a farmi comprendere che quella era la mia strada, ma la vera svolta fu quando, all’età di 16 anni, cominciai a studiare con Luigi Piovano: non smetterò mai di ringraziarlo per avermi insegnato una cosa fondamentale in quella fascia d’età, la disciplina!

Ci sono stati dei momenti in cui avresti voluto mollare tutto e cambiare direzione?

Nel nostro mondo dobbiamo sempre fare i conti con delusioni, stress, sacrifici… Penso sia normale avere dei momenti “no”, anche io ne ho avuti e continuerò ad averne, ma l’importante è proseguire dritti per la propria strada. Prima o poi tutti i sacrifici verranno ricompensati!

Qual è il momento più emozionante che ricordi della tua carriera musicale?

Tra i tanti ricordi musicali è davvero complicato scegliere. Una delle esperienze più belle che ricordo è legata a Giovanni Sollima, quando l’anno scorso condivisi il palco del Koepel di Amsterdam della Nederlands Philharmonic Orchestra con lui e Ludovica Rana nell’esecuzione di “Violoncelles, vibrez!”. Anche quando Sollima non ha il violoncello tra le mani (in questo caso in veste di direttore) non smetti mai di imparare.

C’è un brano musicale a cui sei particolarmente legato? Vuoi dirci qual è e come mai?

Veramente difficile rispondere, non basterebbe una pagina intera per elencare i brani a cui sono affezionato, penso alle Sinfonie di Beethoven o Mahler, sempre di Beethoven i Quartetti dall’opera 127 alla 135, di Brahms il Trio per pianoforte op. 8, oppure di Stravinskij la Sagra della Primavera o L’uccello di fuoco, etc… C’è un pezzo per ogni momento e stato d’animo, limitarsi ad un solo pezzo mi è impossibile.

Ci racconti come vi siete conosciuti con Alberto Dalgo? Cosa ti piace del suo modo di suonare e come mai avete scelto di formare un duo?

Ho conosciuto Alberto nel 2018 grazie all’Accademia dei Cameristi di Bari, subito dopo insieme al violinista Federico Piccotti abbiamo deciso di formare un trio stabile, “Hopper piano trio”. Quest’anno abbiamo avuto il nostro debutto discografico con l’etichetta Da Vinci Classics.
La cosa incredibile di Alberto è proprio la sua sensibilità musicale, oltre che essere un pianista formidabile, strumentalmente parlando. Abbiamo una forte sintonia, fondamentale per la musica da camera.

Hai altre passioni oltre a suonare il tuo strumento (sport/lettura/viaggi/hobby vari/ecc.)?

Ho una passione molto forte per la fotografia, porto la fotocamera sempre con me nei miei viaggi per immortalare tutto quello che per me è speciale. La musica e la fotografia sono due arti molto simili!

Ascolti altri tipi di musica oltre a quella che suoni? Se sì, quali?

Sì, ascolto un po’ di tutto in realtà, soprattutto il jazz!

C’è un disco – di qualsiasi genere – che consiglieresti a tutti di ascoltare?

Un cd che ho riascoltato mille volte e che consiglio a tutti, soprattutto per i giovani violoncellisti, è quello di Anner Bijlsma, 6 suites a violoncello solo senza basso di J.S. Bach dell’etichetta RCA (1992).

Qual è il libro che leggerai quest’estate?

Il libro delle domande di Pablo Neruda

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Intervista a Gabriele Strata

Qual è il primo ricordo della tua vita legato alla musica che ti viene in mente? E come mai hai iniziato a suonare uno strumento musicale?

Mia nonna materna suonava il pianoforte, uno dei miei primi ricordi legati alla musica è legato all’andare a casa sua e sentirla suonare le Consolazioni di Liszt. Mi ricordo di essere rimasto affascinato dalla bellezza di questa musica, ed è proprio per questo motivo che un giorno chiesi ai miei genitori di provare a prendere qualche lezione.

Quando hai capito che eri bravo in quello che stavi facendo e che questa attività avrebbe occupato una parte importante della tua vita?

Fin dall’inizio mi sentivo dire che ero molto musicale e particolarmente dotato per il pianoforte, anche se all’inizio per me era più un gioco. Ho iniziato a capire che questa sarebbe stata la mia strada nei primi anni di Conservatorio: quando ho iniziato a fare i primi concerti, ho capito subito che non potevo farne a meno.

Ci sono stati dei momenti in cui avresti voluto mollare tutto e cambiare direzione?

Fino a ora, no. Sicuramente è una strada molto difficile che comporta tanti sacrifici, ma le soddisfazioni sono talmente grandi da far valere ogni sforzo e ogni ora di studio.

Qual è il momento più emozionante che ricordi della tua carriera musicale?

Ce ne sono veramente tanti, ogni singolo concerto porta con sé un mare di emozioni. Fra i più recenti, sicuramente la vittoria al Premio Venezia lo scorso dicembre e il recital al Concertgebouw di Amsterdam giusto qualche giorno fa!

C’è un brano musicale a cui sei particolarmente legato? Vuoi dirci qual è e come mai?

Anche in questo caso ce ne sono sicuramente molti, ma se dovessi sceglierne uno sarebbe la Quarta Ballata di Chopin. Oltre ad essere obiettivamente un capolavoro assoluto, è un brano che mi ha fatto maturare moltissimo. Suono questa ballata da quando ho 14 anni: in essa ci vedo un po’ la mia crescita, sia musicale che umana.

Hai altre passioni oltre a suonare il tuo strumento (sport/lettura/viaggi/hobby vari/ecc.)?

Adoro viaggiare, leggere, mangiare (!), e ho una grandissima passione per i cani.

Ascolti altri tipi di musica oltre a quella che suoni? Se sì, quali?

Mentre la musica classica è sempre presente nella mia playlist, per quanto riguarda altri generi musicali vado un po’ a periodi. In generale, mi piace molto Ella Fitzgerald e anche il pop contemporaneo.

C’è un disco – di qualsiasi genere – che consiglieresti a tutti di ascoltare?

Cecilia Bartoli, Mozart Arias.

Qual è il libro che leggerai quest’estate?

Per ora sul comodino ci sono La musica sveglia il tempo di Daniel Barenboim, e l’autobiografia di Nelson Mandela. Sicuramente molti altri a seguire!

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Intervista a Samuele Telari

Qual è il primo ricordo della tua vita legato alla musica che ti viene in mente?

I pianti isterici nascosto dietro la gonna di mia madre perché non mi sentivo bravo. E subito dopo la felicità nel ricevere il primo applauso.

Come mai hai iniziato a suonare uno strumento musicale?

Puro caso. I miei genitori mi hanno iscritto a una scuola di musica per caso, e lì ho iniziato con la fisarmonica. Non l’avevo mai vista prima!

Quando hai capito che eri bravo in quello che stavi facendo e che questa attività avrebbe occupato una parte importante della tua vita?

Intorno ai 14 anni, quando ho iniziato a studiare musica classica in modo più approfondito. Per gli studenti di fisarmonica tendenzialmente questo è il passaggio fondamentale. Cambiare strumento significa, oltre che una spesa, studiare di più e un repertorio più complesso. Pochi anni più tardi, una volta finito il Liceo, ho realizzato che era la mia strada.

Ci sono stati dei momenti in cui avresti voluto mollare tutto e cambiare direzione?

Tanti, e ci continuano a essere! Credo siano l’altra faccia di una medaglia tanto bella quanto tormentata. Dei musicisti spesso si invidia il fatto che si viaggia di continuo, che si fa quello che si ama, e che quindi viviamo una condizione felice. Lo è sicuramente in parte, ma lo studio che ti accompagna una vita, le incertezze sul futuro, l’insicurezza personale e i ritmi forsennati a cui spesso siamo sottoposti sono difficoltà con cui combattere ogni giorno, e a volte può capitare di sentirsi giù.

Qual è il momento più emozionante che ricordi della tua carriera musicale?

Sempre difficile sceglierne uno. Ci sono stati incontri con musicisti che, penso, mi abbiano cambiato molto: quello con il mio insegnante Massimiliano Pitocco, le masterclass con Yuri Shishkin e le belle sensazioni nel suonare in sale meravigliose, come la Wigmore Hall di Londra. In generale, però, ogni volta che penso che posso regalare un momento di svago e piacere a chiunque capiti di sentirmi, penso a quanto magico sia questo lavoro!

C’è un brano musicale a cui sei particolarmente legato? Vuoi dirci qual è e come mai?

Anche qui la scelta è molto difficile. Ce ne sono molti, e sono legati alle varie fasi di studio: da buon umbro non posso che pensare a Fancelli e alle sue meravigliose composizioni per fisarmonica. Le Variazioni Goldberg BWV 988 sono state l’argomento della mia tesi e un progetto a cui ho dedicato e dedico tutt’ora un’attenzione particolare. Ma anche la sconfinata letteratura dell’est di Solotarjow, Gubajdulina, Čajkovskij, Runchak, Zubitsky. Diciamo che sono amori che dipendono molto dai momenti.

Hai altre passioni oltre a suonare il tuo strumento (sport/lettura/viaggi/hobby vari/ecc.)?

Mi piace leggere un po’ quando mi sento pronto! Cerco di fare un minimo di sport, vista anche la fisicità richiesta dal mio strumento.

Ascolti altri tipi di musica oltre a quella che suoni? Se sì, quali?

Probabilmente il genere che ascolto di più è il jazz. Mi piacciono molto anche i cantautori italiani di qualche generazione fa, così come l’hip-hop e anche il repertorio più etnico e popolare di vari paesi.

C’è un disco – di qualsiasi genere – che consiglieresti a tutti di ascoltare?

The Köln concert di Keith Jarrett.

Qual è il libro che leggerai quest’estate?

Dopo numerosi consigli e visto il mio amore per l’arte russa, credo proprio sarà Le notti bianche di Dostoevskij.

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Compositore in residenza Fortissimissimo 2019: Domenico Turi

Compositore e pianista pugliese, si è diplomato in pianoforte sotto la guida di Riccardo Marini e in composizione con Matteo D’Amico presso il Conservatorio Santa Cecilia di Roma.
Ha seguito corsi e masterclass con Stefano Scodanibbio, Marco Stroppa, Toshio Hosokawa, Germano Scurti, Giorgio Battistelli e Salvatore Sciarrino.
Ha ricevuto commissioni dal Gran Teatro La Fenice di Venezia, dall’Accademia Filarmonica Romana, dalla Camerata Italica, dagli Amici della Musica di Foligno e dal Festival di Nuova Consonanza.
Sue composizioni sono state eseguite in festival e concerti sia in Italia che all’estero: Francia, Germania, Inghilterra, Scozia, Giappone, Finlandia, Austria, Arzebajan, Olanda, Ungheria, Romania, Cina, Slovacchia, Lituania, Svizzera, Ucraina, Georgia e Messico.
Il 30 marzo 2018 per celebrare il Venerdì Santo è stata eseguita in prima esecuzione assoluta presso il Gran Teatro La Fenice la partitura sinfonica Come foglie innocenti con l’Orchestra del Teatro La Fenice diretta da Andrea Marcon.
Nel 2017 presso il Teatro Palladium di Roma è andata in scena la sua prima opera lirica, Non è un paese per Veggy (opera-panettone in un atto) riscuotendo un ottimo successo di pubblico e critica.
La sua composizione Toccata II per fisarmonica e orchestra d’archi è stata eseguita in prima esecuzione assoluta il 23 maggio del 2017 presso la Kammermusiksaal der Berliner Philharmonie.
La partitura I gnostr per orchestra è stata eseguita in prima esecuzione assoluta a Ilmenau (Germania) nel 2012, dall’Akademisches Orchester e diretta da Daniele Squeo. A seguito di una call for score del Centro di Musica Contemporanea di Milano, la partitura è stata incisa dall’Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano ed è stata eseguita per la prima volta in Italia durante la 38^ edizione del Festival della Valle D’Itria dall’Orchestra Internazionale d’Italia diretta da Alvise Casellati.
La composizione 3 aforismi per clarinetto e fisarmonica è stata scelta come pezzo d’obbligo alla 38^ edizione del Concorso Internazionale di Castelfidardo.
L’operina per bambini Onde, commissionata dal Festival di Nuova Consonanza nel 2012, è stata messa in scena più volte in Italia riscuotendo sempre ottimi consensi.
Ha scritto inoltre musiche per spettacoli teatrali, cortometraggi e documentari con registi come Idalberto Fei, Elisa Rocca, Danilo Gattai, Oriana Marelli, Eros Achiardi, Emiliano Crialesi e Wilson Alvarenga.
Nel 2013 ha fondato l’ensemble Imago Sonora di cui è direttore artistico.
Le sue opere sono pubblicate da Edizioni Musicali Sconfinarte ed incise da Retropalco e VDM Records.

www.domenicoturi.com

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