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Intervista al Trio Kanon

Qual è il primo ricordo della tua vita legato alla musica che ti viene in mente?

Lena: Il mio ricordo più forte è legato all’opera. Ogni giorno all’ora della merenda mio padre abitualmente metteva una videocassetta di un’opera lirica. Le mie preferite erano nell’ordine “Turandot” di Puccini, “La Traviata” di Verdi e “Carmen” di Bizet. Ovviamente non capivo niente di quello che stavano cantando, non potevo ancora leggere i sottotitoli, ma mi divertivo ad immaginare la trama guardando la scenografia e ascoltando la musica!
Alessandro: Dirò una banalità da romanticone ma è proprio il mio primo carillon da bambino: ricordo benissimo il suo motivetto, i suoi colori ed il ticchettio della catenina da tirare per farlo suonare.
Diego: Ricordo un concerto nella Cattedrale di Cremona in cui veniva eseguito il Magnificat di Bach. Io ero abbastanza piccolo, forse 8 o 9 anni e mio padre era tenore nel Coro Polifonico diretto da Don Dante Caifa, maestro anche del coro delle voci bianche in cui cantavo. Rimasi affascinato da quella musica e naturalmente mi divertivo a osservare il direttore e tutti gli strumentisti dell’orchestra.

Come mai hai iniziato a suonare uno strumento musicale?

Lena: I miei genitori erano entrambi violinisti. Mio padre faceva l’insegnante di violino e il direttore, invece mia madre era violinista solista e camerista. Quando avevo circa tre anni mi avevano regalato un minuscolo violino, mi mettevo a giocare facendo finta di essere una professionista sbattendo l’arco sul violino e mia madre mi accompagnava al pianoforte. Un giorno mio padre mi chiese se avessi voluto cominciare a studiare seriamente il violino e la scelta di rispondere “sì” a quella domanda mi sembrava quasi dovuta. Forse per me il violino non era qualcosa di così speciale in quel momento, lo è diventato più tardi col tempo. La musica è una cosa che faceva già parte della mia vita da quando sono nata.
Alessandro: Mio papà è pianista e mi racconta spesso che, ancora neonato, gattonando lo raggiungevo in salotto e mi arrampicavo sul divano per ascoltare le prove di musica da camera del suo ensemble. Assecondando questo mio interesse mi ha portato in una scuola di musica all’età di 3 anni ed ho iniziato con un corso di ritmica e gioco per bambini. Quando è arrivato il momento per ognuno degli iscritti di scegliere il proprio strumento ero indeciso tra violino e violoncello e mio papà mi ha convinto per quest’ultimo.
Diego: I miei genitori non sono musicisti, ma la musica non era cosa estranea alla mia famiglia: mio padre cantava nel coro per passione e cari amici di famiglia, vicini di casa, hanno due figli più grandi di me, Cristina e Antonio, che ho sempre considerato come dei cugini e all’epoca studiavano l’una il violoncello e l’altro il pianoforte.
Ho seguito un po’ le loro orme, mia madre insistette per il pianoforte e così mi iscrisse alla Scuola Civica Monteverdi di Cremona.

Quando hai capito che eri bravo in quello che stavi facendo e che questa attività avrebbe occupato una parte importante della tua vita?

Lena: Ho avuto subito facilità con lo strumento: mi agitavo abbastanza prima di un concerto ma allo stesso tempo mi godevo la soddisfazione di un’esecuzione ben riuscita. Con lo studio del violino all’inizio pensavo soprattutto di soddisfare i miei genitori, invece piano piano la musica è diventata la mia vera passione. Nel momento in cui dovetti scegliere la mia strada, alla fine del liceo, ho deciso di venire in Italia per perfezionarmi in un Conservatorio. Cambiare paese a 19 anni è stata un’avventura; l’ho fatto perché sentivo che per diventare una musicista mi serviva un’esperienza in Europa, dove è nata la musica classica. Ho scelto l’Italia perché è un paese in cui anche mia madre era vissuta e aveva studiato da giovane e anch’io avevo potuto visitare da piccola.
Da quando ho preso la decisione di trasferirmi qui, non ho più avuto nessun dubbio su quale fosse la mia strada, la preoccupazione di poter fallire c’è sempre stata ma mi sono impegnata a concentrarmi sullo studio e ho cercato di avere sempre fiducia in me stessa.
Alessandro: Durante gli anni al liceo musicale del Conservatorio di Torino. Nei primi anni di Conservatorio, quando ero ancora un ragazzino ho attraversato un momento di “crisi” durante il quale non avevo stimoli e stavo accarezzando l’idea di cambiare strada. Iniziato il liceo avevo finalmente attorno a me, nella vita di tutti i giorni, compagni di classe che, come me, avevano intrapreso la strada della musica, che affrontavano gli stessi sacrifici che questa strada impone ma che condividevano anche la bellezza di questo percorso: improvvisamente ricevevo una grande quantità di stimoli ed ho iniziato a suonare musica da camera in duo con un mio compagno pianista. In quel momento ho capito che il violoncello e la musica da camera avrebbero sempre fatto parte della mia vita.
Diego: L’ho capito abbastanza tardi, negli ultimi anni del Liceo Classico. Suonavo il piano considerandolo a tutti gli affetti un hobby e non pensando minimamente di diventare un musicista.
Fu importante, ancora una volta, l’avvicinamento al canto, in particolare il canto in coro.
Antonio aveva intrapreso la strada del maestro di coro, fondando il Coro Costanzo Porta, un complesso veramente valido e ora conosciuto soprattutto nel repertorio antico e io iniziai a cantare nel gruppo, affrontando opere anche complesse come le messe di Monteverdi o la Johannes Passion di Bach.
Lì mi appassionai veramente, in particolare, alla musica di Bach e cominciai a capire come affrontare meglio le Suite e i Preludi che stavo parallelamente studiando al pianoforte.
Poi l’esame di ottavo anno, che preparai da privatista, andò inaspettatamente bene e a quel punto decisi che era importante finire al meglio il percorso musicale che avevo intrapreso. Ebbi la fortuna di conoscere Maria Grazia Bellocchio e iniziai a studiare con lei per preparare il diploma presso l’Istituto Donizetti di Bergamo.

Ci sono stati dei momenti in cui avresti voluto mollare tutto e cambiare direzione?

Lena: Sì, tra i tredici e i quattordici anni ho pensato spesso di smettere col violino. Quando ho iniziato la scuola media, ho avuto un po’ di problemi a socializzare con i miei nuovi amici, perché mio padre non ascoltava la musica leggera e soprattutto non sopportava il Pop Giapponese (ora potrei dire che non aveva tutti i torti!). Per questo in casa non potevo assolutamente ascoltare musica leggera e guardare certi programmi televisivi. Mi sentivo un po’ esclusa dal gruppo dei miei amici, allora una mia amica per salvarmi dalla situazione ha cominciato a prestarmi dei CD ed io mi mettevo ad ascoltarli di nascosto nella mia stanza con le cuffie. Insomma ero troppo impegnata a cercare di integrarmi nella classe per mettermi a studiare il violino! Per fortuna è stata una cosa davvero momentanea!
Alessandro: Le difficoltà ed i sacrifici in questo campo non mancano e talvolta sollecitano e mettono seriamente alla prova anche la determinazione più convinta. In questi momenti di riflessione però mi sono sempre reso conto che, in un modo o nell’altro, la musica sarebbe stata per me un richiamo troppo forte per poter resistere lontano da quest’ultima.
Diego: In realtà no, perché prima di iniziare a studiare con Maria Grazia Bellocchio non pensavo che la musica sarebbe diventata anche il mio lavoro, dopo invece mi sono impegnato al massimo delle mie possibilità perché andasse proprio così.

Qual è il momento più emozionante che ricordi della tua carriera musicale?

Lena: Quando col mio trio abbiamo vinto il primo premio all’International Chamber Music Competition di Pinerolo nel 2018. Qualche giorno prima che cominciasse il concorso ho perso mio padre. È stata una cosa così improvvisa, se fossi tornata in Giappone subito probabilmente non sarei arrivata in tempo per il funerale. Prima di essere un padre lui è stato un Maestro per me. Ho deciso di rimanere in Italia e suonare per lui durante il concorso. Forse anche per questo, sono riuscita ad essere dentro la musica ancora di più. Quando hanno annunciato i vincitori, sul palco della Sala Verdi del Conservatorio di Torino, ho pensato a lui e ho capito di aver fatto la scelta giusta. Ero allo stesso tempo grata ai miei compagni di trio per avermi sostenuto in quel momento.
Alessandro: Se c’è una cosa che non manca in ambito musicale sono le emozioni e i momenti significativi; indubbiamente però la vittoria al Concorso Internazionale di Pinerolo insieme ai miei compagni di avventura Diego e Lena è stato un momento, un attimo che non dimenticherò mai.
Diego: Ne cito due abbastanza recenti: uno è la vittoria del Concorso Internazionale di Musica da Camera di Pinerolo, col mio trio: è stato veramente l’apice di un lungo lavoro di studio, perfezionamento e di crescita reciproca e anche un po’ un premio alla tenacia, perché portare avanti un gruppo da camera per anni è un investimento che richiede sacrifici, anche economici, viaggi (tantissimi) per le prove e per seguire le lezioni.
L’altro è il debutto in Giappone da solista con orchestra, suonando il Primo Concerto di Beethoven.
Anche lì erano presenti i miei compagni di trio nelle prime parti della Sereno Chamber Orchestra ed è stata un’esperienza indimenticabile.

C’è un brano musicale a cui sei particolarmente legato? Vuoi dirci qual è e come mai?

Lena: È un piccolo lied di Brahms: “Wie Melodien zeiht es mir”, dall’op. 105, trascritto per violino e pianoforte da Jascha Heifetz e rinominato “Contemplation”. Era uno dei brani preferiti di mia madre. Mi raccontò che aveva fatto un concerto suonandolo quando io ero ancora nel suo grembo, per questo motivo mi ha sempre detto che questo brano mi rappresentava. Quando ero piccola lei me lo suonava col violino ma spesso anche col pianoforte.
Alessandro: Il trio n. 4 “Dumky” op. 90 di Dvorak. Ritengo Dvorak un compositore a me molto vicino, lo è stato sin dal periodo dei miei studi musicali: mi piace la passionalità, la varietà timbrica tematica che accompagnano ogni sua composizione. Poi il Dumky in particolare è definito il trio del violoncellista proprio per la quantità di temi affidati al violoncello: insomma, meglio di così…
Diego: Le Variazioni Goldberg di Bach. Le ho sonate moltissime volte tra il 2003 e il 2008, in tournée in Italia e all’estero con Virgilio Sieni, importante ballerino e coreografo fiorentino, in uno spettacolo in cui lui improvvisava danzando sulla musica.
La prima volta ebbi solo tre mesi per studiarle e mi sentivo anche inadeguato rispetto al compito indubbiamente arduo, poi ci presi sempre più gusto e posso dire che è stata una delle esperienze più formative della mia carriera. Mi piaceva lavorare in teatro, essere in contatto con professionisti di un altro settore come la danza e naturalmente viaggiare e visitare città diverse in continuazione.

Ci racconti come vi siete conosciuti con Alessandro e Diego? Cosa ti piace del loro modo di suonare e come mai avete scelto di formare un trio?

Lena: Suoniamo insieme dal 2012, ma ci conoscevamo da tempo, essendoci incrociati più volte nel corso dei nostri percorsi di formazione.
Io mi sono trasferita a Cremona nel 2006, l’anno dopo ho cominciato a suonare in duo con Diego.
Diego a sua volta ha incontrato Alessandro a Roma studiando nel corso di musica da camera dell’Accademia Santa Cecilia.
In seguito presso l’Accademia Stauffer di Cremona, dove mi stavo perfezionando con Salvatore Accardo, ho conosciuto Alessandro, che frequentava la classe di violoncello. Alla fine dell’anno, in occasione di un concerto presso il Teatro Ponchielli, ci siamo rivisti tutti e tre ed è nata l’idea di formare un trio.
Mi ricordo che Diego mi ha colpito moltissimo con la sua sensibilità musicale durante la prima prova che abbiamo fatto insieme, esattamente il 9 marzo 2007! Io non parlavo ancora Italiano e non avevo molta esperienza di musica da camera, quindi ero molto timida e mi sentivo immatura. Nonostante questo ho avuto subito un ottimo feeling musicale con Diego. È bravissimo ad adattarsi ai pianoforti diversi e riesce ad ottenere sempre il timbro e l’equilibrio giusto.
In realtà è stato Alessandro a proporci di fare un trio. Senza di lui non sarebbe nato il Trio Kanon!
Alessandro è un violoncellista con la tecnica solida e suono potente e profondo. Oltretutto dopo anni di ricerca sul suono, il colore, l’equilibrio e l’intonazione con lui, quando suoniamo insieme riusciamo a sintonizzarci perfettamente. È una sensazione davvero piacevole.
Alessandro: La nostra storia è fatta di intrecci: ho conosciuto Diego come compagno di studi nel corso di musica di insieme presso l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma nel 2007. Parallelamente Diego ha conosciuto Lena ed hanno iniziato anche loro a suonare insieme. Infine, dopo un periodo di “allontanamento” in cui io ho studiato in Svizzera e Diego si è perfezionato a Bergamo, ci siamo rivisti in occasione del concerto conclusivo dei corsi di violino e violoncello dell’Accademia “W. Stauffer” di Cremona nei quali studiavamo io e Lena, rispettivamente con Rocco Filippini e Salvatore Accardo. Alcuni giorni dopo questa reunion ho chiamato Diego per proporgli di formare un trio ed ho scoperto che, nel frattempo, anche lui e Lena avevano maturato l’idea di formare un trio.
Se devo indicare delle qualità specifiche, di Lena mi piace l’istintività e di Diego l’approccio analitico ad ogni brano, ma essendo cresciuti musicalmente insieme ed avendo formato un’identità di gruppo sono tante le cose che ci accomunano al punto che quando suoniamo insieme ci sentiamo sempre un po’ a casa.
Diego: Ho conosciuto Lena a Cremona, quando tramite la mia insegnante, mi contattò per studiare insieme una sonata di Beethoven. Era il 2007, lei studiava con Laura Gorna ed era in cerca di un pianista per fare musica da camera. Ci trovammo subito benissimo nonostante lei non parlasse una parola di italiano! Diciamo che per lei parlava la musica, e nacque così una grandissima intesa artistica e poi umana.
Con Alessandro ci siamo incontrati a Roma, forse nel 2007, da studenti nella classe di musica da camera di Rocco Filippini presso l’Accademia di Santa Cecilia.
Alessandro ha incontrato Lena qualche anno dopo, nell’Accademia Stauffer di Cremona. Nel 2012, trovandoci tutti e tre a un loro concerto al Teatro Ponchielli al termine dell’anno di studio, è emersa l’idea di formare un trio e studiare insieme con il Trio di Parma. Il trio archi e pianoforte ha un repertorio bellissimo e ampio, estremamente vario e tecnicamente impegnativo, per cui è una formazione cameristica estremamente stimolante.
Parlando del modo di suonare dei miei partner, Lena ha un approccio molto istintivo alla musica e allo strumento; allo stesso tempo è molto meticolosa nella cura dell’intonazione e nella ricerca di un suono sempre bello e ricco di armonici. Alessandro ha un suono generoso, caratteristica molto importante per suonare in trio, perché il violoncello rischia sempre di essere coperto dal pianoforte nel registro centrale, e un gusto molto raffinato.
Io forse sono l’anima più cerebrale del gruppo. Penso in definitiva che ci completiamo bene a vicenda!

Hai altre passioni oltre a suonare il tuo strumento (sport/lettura/viaggi/hobby vari/ecc.)?

Lena: Ho fatto tre anni di atletica al liceo e partecipavo alle gare correndo i 3000 metri. Andavo all’allenamento tutti i giorni dopo la scuola. Anche se non sono più in forma come una volta, quando trovo il tempo vado a correre. Mi aiuta molto per rilassarmi e scaricare la tensione dopo un periodo intenso di concerti.
Sono appassionata anche di minerali. Colleziono le pietre da quando andavo alle medie. Ho lasciato la maggior parte della mia collezione a casa in Giappone per venire qui, ma anche in Italia piano piano la raccolta sta prendendo il suo spazio nel mio armadio!
Alessandro: Amo lo sport e pratico occasionalmente il calcio ed il ciclismo (anche se a dire il vero la mia bici ed il pallone avrebbero bisogno di una bella spolverata) ed i viaggi sono sempre stati la mia passione. A questo proposito fare il musicista ha i suoi vantaggi, anche se quando si viaggia per lavoro il tempo per il turismo è sempre molto ristretto. Mi piace lavorare il legno e restaurare mobili nel mio piccolo.
Diego: Mi piace la montagna, ho una passione per le Dolomiti. Quindi quando posso mi prendo qualche giorno per fare un po’ di trekking e andare in bici. Mi piace moltissimo guardare le mappe dei sentieri ed organizzare escursioni. Ci passo letteralmente le ore quando sono libero.
I miei mi hanno sempre portato in montagna, fin da piccolo, per cui non riesco a passare un’estate senza organizzare qualcosa in Alto Adige.

Ascolti altri tipi di musica oltre a quella che suoni? Se sì, quali?

Lena: Mi piace moltissimo ascoltare la musica Americana degli anni ‘20, ‘30 e ‘40: Jazz band e Swing tipo Jan Garber e Louis Armstrong. Poi mi piace la musica irlandese. Un po’ di meno ma ascolto anche Hard Rock e Metal quando ne ho bisogno!
Alessandro: Sono abbastanza onnivoro in quanto a musica ma prediligo, oltre alla classica, il Jazz, il Blues e lo Swing. La musica leggera mi piace ma sono molto selettivo in quanto a qualità. In genere pretendo di ascoltare musica che derivi da una particolare bravura e abilità strumentale di chi compone o suona.
Diego: Ascolto saltuariamente anche musica non classica, mi piacciono molti cantautori italiani degli anni ’60 e ’70, Dalla, Battisti, De André, ma anche cantanti stranieri. Meno la musica di consumo più recente.
Apprezzo il jazz anche se lo ascolto molto poco e naturalmente adoro la musica corale, a cappella e non, soprattutto quella rinascimentale e i romantici tedeschi (Brahms e Schubert più di tutti).
Sono cremonese per cui per me Monteverdi è il non plus ultra tra i compositori italiani di ogni epoca.

C’è un disco – di qualsiasi genere – che consiglieresti a tutti di ascoltare?

Lena: L’ultimo disco di Alexander Lonquich, dedicato alle Sonate per pianoforte di Schubert composte nel 1828. Ho sentito per la prima volta la D 960 suonata da Lonquich a Siena, nel 2012, durante il suo corso di musica da camera nell’Accademia Chigiana. È stata una vera e propria rivelazione!
Alessandro: Grazie ad un simpatico gioco/catena al quale sono stato invitato a partecipare da colleghi musicisti su un noto social network ho riscoperto dopo anni un disco che ascoltavo da piccolo a casa dei miei genitori: si tratta delle sonate per violoncello e pianoforte di Chopin e Franck eseguite da Jaqueline Du Pré e Daniel Barenboim ed edite da EMI. Non so se si trovi il cd (io le ascoltavo in vinile) ma lo trovo un disco di una attualità e profondità sonora meravigliose.
Diego: L’ultimo cd che ho acquistato: la Sesta Sinfonia di Mahler diretta da Currentzis alla guida della sua orchestra MusicAeterna. Impressionante.

Qual è il libro che leggerai quest’estate?

Lena: Leggerò “Canone Inverso” di Paolo Maurensig. Mi è stato regalato da una mia carissima allieva.
Alessandro: Non ho ancora deciso ma da qualche giorno ripenso ad un libro letto alcuni anni fa: “Mara. Autobiografia di un violoncello” di Wolf Wondratschek che racconta in soggettiva, come se a farlo fosse proprio lo Stradivari “Mara”, le peripezie ed avventure vissute dallo stesso nel corso dei secoli. In alternativa Diego mi ha raccontato recentemente del libro sulle lettere ai familiari di Leonard Bernstein di Archinto Editore, stuzzicandomi non poco…ma perché scegliere?
Diego: Ho un po’ di opzioni: o un libro di Haruki Murakami che non ho ancora letto oppure rileggerò Stoner di John Williams. Bellissimo.

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Intervista a Ferdinando e Angela Trematore

Qual è il primo ricordo della vostra vita legato alla musica che vi viene in mente?

Il nostro primo ricordo è legato alla nostra famiglia quando nostro padre violinista provava con le sue sorelle e i suoi colleghi musicisti prima di ogni concerto. Piccolissimi, ascoltavamo in silenzio per ore e ore… Insomma, a casa si respirava musica h24…

Come mai avete iniziato a suonare uno strumento musicale? Quando avete capito che eravate bravi in quello che stavate facendo e che questa attività avrebbe occupato una parte importante della vostra vita?

L’approccio è stato naturale, semplicemente i nostri genitori desideravano trasmetterci la cultura e la passione per la musica. Poi le cose son cambiate (i maestri con cui abbiamo studiato, i primi riconoscimenti ottenuti in concorsi musicali, etc.) e abbiam capito che volevamo intraprendere la carriera da musicista. In questo la nostra famiglia ci ha sempre sostenuto e supportato.
Per non parlare dell’emozione che si prova ogni volta salendo sul palco… qualcosa di indescrivibile e ineffabile…

Ci sono stati dei momenti in cui avreste voluto mollare tutto e cambiare direzione?

Momenti difficili ci son stati, ma l’idea di cambiare direzione non ci è mai passata per la testa. L’ambizione e il senso del sacrificio ci hanno permesso di perseguire i nostri obiettivi con umiltà e dedizione.

Qual è il momento più emozionante che ricordate della vostra carriera musicale?

Angela: Il giorno più emozionante che ricorderò per sempre, legato al mio percorso musicale, è il diploma di pianoforte. Un momento che ha segnato il culmine dei miei studi e l’inizio di nuove esperienze e incontri importanti nel mondo della musica.
Ferdinando: Il Concerto di Čajkovskij da solista con l’Orchestra di Padova e del Veneto in diretta Rai Radio3 all’età di 17 anni…

C’è un brano musicale a cui siete particolarmente legati? Volete dirci qual è e come mai?

Un brano a cui siamo molto legati è il Concerto per violino, pianoforte e orchestra in re minore di F. Mendelssohn. Il compositore l’ha scritto quando era molto giovane… Anche noi eravamo adolescenti quando l’abbiamo eseguito la prima volta… È stata la prima volta che suonavamo da solisti in duo con l’orchestra.

Ci raccontate come mai avete deciso di formare un duo? Cosa vi piace del vostro modo di suonare insieme?

Abitando sotto lo stesso tetto… era ovvio che ci incontrassimo prima o poi… (scherza Ferdinando).
Angela: Abbiamo avuto la fortuna di crescere a pane e musica… Ogni giorno con papà leggevamo brani cameristici adatti a noi lavorando su molti aspetti musicali e tecnici. Poi crescendo ci siamo avvicinati al vasto mondo delle Sonate… Tra concorsi e concerti abbiamo avuto modo di studiare e approfondire il nostro repertorio con il Trio di Parma e con grandi concertisti maestri che hanno segnato il nostro percorso solistico e cameristico.
Ferdinando: Suoniamo insieme da quando avevamo 8 e 11 anni… C’è un’intesa molto forte tra noi due, difficile da spiegare… Una cosa è certa: siamo cresciuti con la Musica e nella Musica.

Avete altre passioni oltre a suonare il vostro strumento (sport/lettura/viaggi/hobby vari/ecc.)?

Ferdinando: Amo guardare film d’autore, comporre durante i miei viaggi in aereo, fare sport, e soprattutto godermi ciascun momento con la mia dolce “Lei”. Giusto per precisare, non si tratta di mia sorella… (scherza Ferdinando).
Angela: A me piace leggere, viaggiare, visitare musei e gallerie d’arte, fare lunghe passeggiate al mare o in montagne e organizzare party a casa con gli amici.

Ascoltate altri tipi di musica oltre a quella che suonate? Se sì, quali?

Amiamo tutti i generi musicali in particolare il cantautorato italiano, come De Andrè, Tenco, Pino Daniele.

C’è un disco – di qualsiasi genere – che consigliereste a tutti di ascoltare?

L’album A Night at the Opera dei Queen.

Qual è il libro che leggerete quest’estate?

Angela: Per l’estate ho in programma di rileggere Teresa Procaccini. Una vita per la Musica per un progetto futuro insieme alla compositrice pugliese.
Ferdinando: Leggere il più possibile testi in lingua spagnola, visto che mi trasferirò molto presto a Madrid.

Foto: © portalecce.it (immagine pubblicata il 17/03/2019)

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Intervista a Gianluca Montaruli

Qual è il primo ricordo della tua vita legato alla musica che ti viene in mente?

Vengo da una famiglia di musicisti, il primo ricordo musicale che ho forse risale a quando da piccolo, correndo e giocando in casa, rimanevo quasi incantato dai suoni che provenivano dal salotto, dove i miei genitori provavano. Poi quando mio padre, anche lui violoncellista, apriva la custodia per prendere lo strumento, per me era un momento di estrema magia.

Come mai hai iniziato a suonare uno strumento musicale?

Sono sempre stato circondato dalla musica, per me è stato quasi istintivo scegliere di studiare uno strumento. Come già detto, tutti a casa parlavano questa lingua meravigliosa che è la musica, mi affascinava l’idea di avere un giorno la capacità di poter esprimere me stesso attraverso un suono. Se pur iniziato come un gioco, inconsciamente sapevo che la musica avrebbe fatto sempre parte della mia vita.

Quando hai capito che eri bravo in quello che stavi facendo e che questa attività avrebbe occupato una parte importante della tua vita?

Raggiungere degli obbiettivi è un feedback importante per ogni musicista, e quando si susseguono vuol dire che tutti i sacrifici che si fanno hanno un senso. I primi concorsi vinti hanno sicuramente contribuito a farmi comprendere che quella era la mia strada, ma la vera svolta fu quando, all’età di 16 anni, cominciai a studiare con Luigi Piovano: non smetterò mai di ringraziarlo per avermi insegnato una cosa fondamentale in quella fascia d’età, la disciplina!

Ci sono stati dei momenti in cui avresti voluto mollare tutto e cambiare direzione?

Nel nostro mondo dobbiamo sempre fare i conti con delusioni, stress, sacrifici… Penso sia normale avere dei momenti “no”, anche io ne ho avuti e continuerò ad averne, ma l’importante è proseguire dritti per la propria strada. Prima o poi tutti i sacrifici verranno ricompensati!

Qual è il momento più emozionante che ricordi della tua carriera musicale?

Tra i tanti ricordi musicali è davvero complicato scegliere. Una delle esperienze più belle che ricordo è legata a Giovanni Sollima, quando l’anno scorso condivisi il palco del Koepel di Amsterdam della Nederlands Philharmonic Orchestra con lui e Ludovica Rana nell’esecuzione di “Violoncelles, vibrez!”. Anche quando Sollima non ha il violoncello tra le mani (in questo caso in veste di direttore) non smetti mai di imparare.

C’è un brano musicale a cui sei particolarmente legato? Vuoi dirci qual è e come mai?

Veramente difficile rispondere, non basterebbe una pagina intera per elencare i brani a cui sono affezionato, penso alle Sinfonie di Beethoven o Mahler, sempre di Beethoven i Quartetti dall’opera 127 alla 135, di Brahms il Trio per pianoforte op. 8, oppure di Stravinskij la Sagra della Primavera o L’uccello di fuoco, etc… C’è un pezzo per ogni momento e stato d’animo, limitarsi ad un solo pezzo mi è impossibile.

Ci racconti come vi siete conosciuti con Alberto Dalgo? Cosa ti piace del suo modo di suonare e come mai avete scelto di formare un duo?

Ho conosciuto Alberto nel 2018 grazie all’Accademia dei Cameristi di Bari, subito dopo insieme al violinista Federico Piccotti abbiamo deciso di formare un trio stabile, “Hopper piano trio”. Quest’anno abbiamo avuto il nostro debutto discografico con l’etichetta Da Vinci Classics.
La cosa incredibile di Alberto è proprio la sua sensibilità musicale, oltre che essere un pianista formidabile, strumentalmente parlando. Abbiamo una forte sintonia, fondamentale per la musica da camera.

Hai altre passioni oltre a suonare il tuo strumento (sport/lettura/viaggi/hobby vari/ecc.)?

Ho una passione molto forte per la fotografia, porto la fotocamera sempre con me nei miei viaggi per immortalare tutto quello che per me è speciale. La musica e la fotografia sono due arti molto simili!

Ascolti altri tipi di musica oltre a quella che suoni? Se sì, quali?

Sì, ascolto un po’ di tutto in realtà, soprattutto il jazz!

C’è un disco – di qualsiasi genere – che consiglieresti a tutti di ascoltare?

Un cd che ho riascoltato mille volte e che consiglio a tutti, soprattutto per i giovani violoncellisti, è quello di Anner Bijlsma, 6 suites a violoncello solo senza basso di J.S. Bach dell’etichetta RCA (1992).

Qual è il libro che leggerai quest’estate?

Il libro delle domande di Pablo Neruda

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Intervista a Gabriele Strata

Qual è il primo ricordo della tua vita legato alla musica che ti viene in mente? E come mai hai iniziato a suonare uno strumento musicale?

Mia nonna materna suonava il pianoforte, uno dei miei primi ricordi legati alla musica è legato all’andare a casa sua e sentirla suonare le Consolazioni di Liszt. Mi ricordo di essere rimasto affascinato dalla bellezza di questa musica, ed è proprio per questo motivo che un giorno chiesi ai miei genitori di provare a prendere qualche lezione.

Quando hai capito che eri bravo in quello che stavi facendo e che questa attività avrebbe occupato una parte importante della tua vita?

Fin dall’inizio mi sentivo dire che ero molto musicale e particolarmente dotato per il pianoforte, anche se all’inizio per me era più un gioco. Ho iniziato a capire che questa sarebbe stata la mia strada nei primi anni di Conservatorio: quando ho iniziato a fare i primi concerti, ho capito subito che non potevo farne a meno.

Ci sono stati dei momenti in cui avresti voluto mollare tutto e cambiare direzione?

Fino a ora, no. Sicuramente è una strada molto difficile che comporta tanti sacrifici, ma le soddisfazioni sono talmente grandi da far valere ogni sforzo e ogni ora di studio.

Qual è il momento più emozionante che ricordi della tua carriera musicale?

Ce ne sono veramente tanti, ogni singolo concerto porta con sé un mare di emozioni. Fra i più recenti, sicuramente la vittoria al Premio Venezia lo scorso dicembre e il recital al Concertgebouw di Amsterdam giusto qualche giorno fa!

C’è un brano musicale a cui sei particolarmente legato? Vuoi dirci qual è e come mai?

Anche in questo caso ce ne sono sicuramente molti, ma se dovessi sceglierne uno sarebbe la Quarta Ballata di Chopin. Oltre ad essere obiettivamente un capolavoro assoluto, è un brano che mi ha fatto maturare moltissimo. Suono questa ballata da quando ho 14 anni: in essa ci vedo un po’ la mia crescita, sia musicale che umana.

Hai altre passioni oltre a suonare il tuo strumento (sport/lettura/viaggi/hobby vari/ecc.)?

Adoro viaggiare, leggere, mangiare (!), e ho una grandissima passione per i cani.

Ascolti altri tipi di musica oltre a quella che suoni? Se sì, quali?

Mentre la musica classica è sempre presente nella mia playlist, per quanto riguarda altri generi musicali vado un po’ a periodi. In generale, mi piace molto Ella Fitzgerald e anche il pop contemporaneo.

C’è un disco – di qualsiasi genere – che consiglieresti a tutti di ascoltare?

Cecilia Bartoli, Mozart Arias.

Qual è il libro che leggerai quest’estate?

Per ora sul comodino ci sono La musica sveglia il tempo di Daniel Barenboim, e l’autobiografia di Nelson Mandela. Sicuramente molti altri a seguire!

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Intervista a Samuele Telari

Qual è il primo ricordo della tua vita legato alla musica che ti viene in mente?

I pianti isterici nascosto dietro la gonna di mia madre perché non mi sentivo bravo. E subito dopo la felicità nel ricevere il primo applauso.

Come mai hai iniziato a suonare uno strumento musicale?

Puro caso. I miei genitori mi hanno iscritto a una scuola di musica per caso, e lì ho iniziato con la fisarmonica. Non l’avevo mai vista prima!

Quando hai capito che eri bravo in quello che stavi facendo e che questa attività avrebbe occupato una parte importante della tua vita?

Intorno ai 14 anni, quando ho iniziato a studiare musica classica in modo più approfondito. Per gli studenti di fisarmonica tendenzialmente questo è il passaggio fondamentale. Cambiare strumento significa, oltre che una spesa, studiare di più e un repertorio più complesso. Pochi anni più tardi, una volta finito il Liceo, ho realizzato che era la mia strada.

Ci sono stati dei momenti in cui avresti voluto mollare tutto e cambiare direzione?

Tanti, e ci continuano a essere! Credo siano l’altra faccia di una medaglia tanto bella quanto tormentata. Dei musicisti spesso si invidia il fatto che si viaggia di continuo, che si fa quello che si ama, e che quindi viviamo una condizione felice. Lo è sicuramente in parte, ma lo studio che ti accompagna una vita, le incertezze sul futuro, l’insicurezza personale e i ritmi forsennati a cui spesso siamo sottoposti sono difficoltà con cui combattere ogni giorno, e a volte può capitare di sentirsi giù.

Qual è il momento più emozionante che ricordi della tua carriera musicale?

Sempre difficile sceglierne uno. Ci sono stati incontri con musicisti che, penso, mi abbiano cambiato molto: quello con il mio insegnante Massimiliano Pitocco, le masterclass con Yuri Shishkin e le belle sensazioni nel suonare in sale meravigliose, come la Wigmore Hall di Londra. In generale, però, ogni volta che penso che posso regalare un momento di svago e piacere a chiunque capiti di sentirmi, penso a quanto magico sia questo lavoro!

C’è un brano musicale a cui sei particolarmente legato? Vuoi dirci qual è e come mai?

Anche qui la scelta è molto difficile. Ce ne sono molti, e sono legati alle varie fasi di studio: da buon umbro non posso che pensare a Fancelli e alle sue meravigliose composizioni per fisarmonica. Le Variazioni Goldberg BWV 988 sono state l’argomento della mia tesi e un progetto a cui ho dedicato e dedico tutt’ora un’attenzione particolare. Ma anche la sconfinata letteratura dell’est di Solotarjow, Gubajdulina, Čajkovskij, Runchak, Zubitsky. Diciamo che sono amori che dipendono molto dai momenti.

Hai altre passioni oltre a suonare il tuo strumento (sport/lettura/viaggi/hobby vari/ecc.)?

Mi piace leggere un po’ quando mi sento pronto! Cerco di fare un minimo di sport, vista anche la fisicità richiesta dal mio strumento.

Ascolti altri tipi di musica oltre a quella che suoni? Se sì, quali?

Probabilmente il genere che ascolto di più è il jazz. Mi piacciono molto anche i cantautori italiani di qualche generazione fa, così come l’hip-hop e anche il repertorio più etnico e popolare di vari paesi.

C’è un disco – di qualsiasi genere – che consiglieresti a tutti di ascoltare?

The Köln concert di Keith Jarrett.

Qual è il libro che leggerai quest’estate?

Dopo numerosi consigli e visto il mio amore per l’arte russa, credo proprio sarà Le notti bianche di Dostoevskij.

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Compositore in residenza Fortissimissimo 2019: Domenico Turi

Compositore e pianista pugliese, si è diplomato in pianoforte sotto la guida di Riccardo Marini e in composizione con Matteo D’Amico presso il Conservatorio Santa Cecilia di Roma.
Ha seguito corsi e masterclass con Stefano Scodanibbio, Marco Stroppa, Toshio Hosokawa, Germano Scurti, Giorgio Battistelli e Salvatore Sciarrino.
Ha ricevuto commissioni dal Gran Teatro La Fenice di Venezia, dall’Accademia Filarmonica Romana, dalla Camerata Italica, dagli Amici della Musica di Foligno e dal Festival di Nuova Consonanza.
Sue composizioni sono state eseguite in festival e concerti sia in Italia che all’estero: Francia, Germania, Inghilterra, Scozia, Giappone, Finlandia, Austria, Arzebajan, Olanda, Ungheria, Romania, Cina, Slovacchia, Lituania, Svizzera, Ucraina, Georgia e Messico.
Il 30 marzo 2018 per celebrare il Venerdì Santo è stata eseguita in prima esecuzione assoluta presso il Gran Teatro La Fenice la partitura sinfonica Come foglie innocenti con l’Orchestra del Teatro La Fenice diretta da Andrea Marcon.
Nel 2017 presso il Teatro Palladium di Roma è andata in scena la sua prima opera lirica, Non è un paese per Veggy (opera-panettone in un atto) riscuotendo un ottimo successo di pubblico e critica.
La sua composizione Toccata II per fisarmonica e orchestra d’archi è stata eseguita in prima esecuzione assoluta il 23 maggio del 2017 presso la Kammermusiksaal der Berliner Philharmonie.
La partitura I gnostr per orchestra è stata eseguita in prima esecuzione assoluta a Ilmenau (Germania) nel 2012, dall’Akademisches Orchester e diretta da Daniele Squeo. A seguito di una call for score del Centro di Musica Contemporanea di Milano, la partitura è stata incisa dall’Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano ed è stata eseguita per la prima volta in Italia durante la 38^ edizione del Festival della Valle D’Itria dall’Orchestra Internazionale d’Italia diretta da Alvise Casellati.
La composizione 3 aforismi per clarinetto e fisarmonica è stata scelta come pezzo d’obbligo alla 38^ edizione del Concorso Internazionale di Castelfidardo.
L’operina per bambini Onde, commissionata dal Festival di Nuova Consonanza nel 2012, è stata messa in scena più volte in Italia riscuotendo sempre ottimi consensi.
Ha scritto inoltre musiche per spettacoli teatrali, cortometraggi e documentari con registi come Idalberto Fei, Elisa Rocca, Danilo Gattai, Oriana Marelli, Eros Achiardi, Emiliano Crialesi e Wilson Alvarenga.
Nel 2013 ha fondato l’ensemble Imago Sonora di cui è direttore artistico.
Le sue opere sono pubblicate da Edizioni Musicali Sconfinarte ed incise da Retropalco e VDM Records.

www.domenicoturi.com

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Annullato il concerto di Martha Argerich e Cuarteto Quiroga

Si avvisa il gentile pubblico che la pianista Martha Argerich è costretta ad annullare per motivi di salute il concerto con il Cuarteto Quiroga previsto venerdì 12 aprile al Teatro del Maggio. L’artista ha comunicato che l’intera tournée italiana, che avrebbe toccato anche Bologna e Venezia, è stata annullata.

Sarà possibile richiedere il rimborso dei biglietti a partire da martedì 9 aprile e non oltre martedì 21 maggio 2019 con le seguenti modalità:

– Coloro che hanno acquistato i biglietti online su www.maggiofiorentino.com e www.ticketone.it riceveranno il riaccredito sul conto utilizzato per l’acquisto, nelle tempistiche consentite dal proprio circuito bancario.

– Coloro che hanno acquistato alla biglietteria del Teatro del Maggio o telefonicamente al numero 055.2001278 potranno richiedere il rimborso presso la biglietteria del Teatro del Maggio esclusivamente in orario di prevendita (martedì-venerdì: 10-13/15-18; sabato:10-13; in sede di spettacolo non è possibile richiedere il rimborso).

– Coloro che hanno acquistato alla biglietteria del Teatro della Pergola potranno richiedere il rimborso presso la biglietteria del Teatro della Pergola dal lunedì al sabato in orario 9:30/18:30. Tel: 055.0763333.

– Coloro che hanno acquistato i biglietti nei punti vendita Boxoffice Toscana potranno richiedere il rimborso presso il punto vendita dove è stato effettuato l’acquisto. Info Line: 055.210804.

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The Mozart Quintets Project: intervista a Lorenza Borrani

Il 14 e 15 aprile, per la stagione degli Amici della Musica di Firenze, presenterà “The Mozart Quintets Project”, un programma dedicato ai Quintetti di Mozart. Ce lo può raccontare?

È un progetto che avevo in mente già da molto, cioè il fatto di poter dedicare un po’ di tempo all’approfondimento di queste partiture con un gruppo di persone che si incontrassero appositamente per questo. Solitamente, i Quintetti di Mozart sono suonati da quartetti d’archi stabili, che quindi hanno già una loro personalità definita, a cui si aggiunge uno strumentista esterno, che si deve inserire in un ambiente che ha già le sue regole e un modo di suonare definito; certo, può portare un contributo, ma si tratta sempre di qualcosa di occasionale: è per un’occasione che si fa questo lavoro. Certamente è un lavoro molto serio; però si tratta un 4+1, ed è difficile che questa formazione si trasformi in cinque unità che si incontrano apposta. L’alternativa, solitamente (ed è quello che ho potuto sperimentare personalmente), è che questi pezzi vengano suonati nei festival internazionali di musica da camera, dove cinque solisti si incontrano e, in un giorno di prove, li mettono insieme. Ho sempre un po’ sofferto la velocità con cui si lavorasse a questi lavori, anche a causa delle forti differenze, a volte frequenti, fra i cinque musicisti. Spesso si tratta di arrivare a un compromesso, più che a vere scelte artistiche di lettura della partitura. Per cui, era da tanto tempo che avevo in mente di costruire un gruppo che potesse lavorare su questo repertorio, e finalmente ci siamo riusciti. Noi siamo cinque musicisti che suonano insieme ormai da più di dieci anni. Abbiamo fatto un percorso comune sia nell’ambito della musica strumentale moderna, sia di quella antica, su strumenti originali. E abbiamo pensato di affrontare queste partiture sugli strumenti che Mozart aveva immaginato dovessero esprimerle. Suoneremo quindi su strumenti classico-barocchi. Oggi parliamo di “strumenti originali” anche se abbiamo un violino montato moderno con le corde di budello (quello che, ad esempio, ho suonato nella scorsa stagione degli Amici della Musica per il repertorio romantico, nel concerto con Alexander Lonquich e Alec Frank Gemmill, dove ho suonato la Sonata di Schumann e il Trio di Brahms). Per questo progetto, invece, abbiamo proprio strumenti barocco-classici, quindi un violino con il manico più grosso, tastiera piatta e più corta… è un altro strumento, con corde di budello, che si impugna proprio in modo diverso, e si suona con un altro tipo di archetto. Pensiamo che questi strumenti possano ancora di più dare voce a queste partiture. È da circa un anno, un anno e mezzo, che lavoriamo a questo progetto, e l’abbiamo già suonato un po’ in giro. È bellissimo lavorare così su queste partiture, perché solitamente solo i quartetti d’archi, sul repertorio quartettistico, fanno un lavoro così approfondito. E, invece, queste sono fra le partiture più alte che Mozart abbia mai scritto. Spenderci del tempo non solo è un dovere, ma proprio un lusso e un piacere enorme.

Cosa la affascina del mondo musicale di Mozart?

Della musica di Mozart sono tante le cose che mi affascinano. C’è una magia che la avvolge, che le dà quella lucentezza che forse solo Mozart riesce a dare. Però forse il lato che più mi attrae è la sua teatralità, il fatto che anche nella musica strumentale ci sia questo continuo riferimento all’opera, al gesto, all’aria, al recitativo… e che gli strumenti siano chiamati ora a cantare, ora a parlare, ora a danzare. C’è una varietà che si combina di battuta in battuta. Non si può nemmeno parlare di “sezioni” diverse: il carattere in questa musica cambia continuamente. Per questo, per me uno dei più grandi malintesi è considerare questa musica “rilassante”. Spesso si dice che la musica di Mozart rilassi, ma in realtà è tutt’altro. Se uno ascolta attentamente, e se si va in profondità a guardare tra le righe quello che la partitura chiede, in realtà si verifica quello che succede in un film molto avvincente (che sia una commedia o un film drammatico): cioè, ogni singolo piccolo particolare diventa assolutamente fondamentale per l’intero film.

Ci parla dei musicisti che la affiancano in questo progetto?

Sono, prima di tutto, musicisti e strumentisti straordinari, che ho avuto la fortuna di incontrare durante il mio percorso, e che ora ho la seconda fortuna di poter considerare tra i miei amici più cari. Questo è un altro lato molto forte che mi lega a questo progetto. Maia Cabeza è una violinista di origini molto particolari: è argentina, canadese, nata in Giappone, di madre ebrea… ha origini davvero variegate, ed è un talento incredibile del violino. È molto giovane, ed è una ragazza che sta facendo una carriera incredibile e farà sicuramente molta strada. L’ho conosciuta quando è venuta a fare qualche progetto della Spira Mirabilis, e suona con me nella Chamber Orchestra of Europe. Con Simone Jandl e Luise Buchberger suono ormai da moltissimi anni, sia nell’ambito della Spira Mirabilis che della Chamber Orchestra of Europe. Entrambe sono prime parti dell’Orchestra of the Age of the Enlightenment di Londra, quindi hanno una grande esperienza con gli strumenti originali (oltre che con quelli moderni). Abbiamo tutti questa duplice identità. Max Mandel è l’altra prima viola dell’Orchestra of the Age of the Enlightenment, che ho conosciuto quando è venuto a fare progetti con la Chamber Orchestra of Europe; lui ha anche fatto un progetto assieme a me con l’Australian Chamber Orchestra e lì ci siamo molto avvicinati. Vive tra Londra e New York, dove ha un quartetto.

Ha in programma altri repertori che vorrebbe esplorare con questo ensemble?

Sicuramente sì. Ora abbiamo talmente tanti progetti e appuntamenti con i Quintetti di Mozart, e ancora dobbiamo lavorare molto su questo. Siamo felicissimi di farlo: crediamo molto in questo progetto. Abbiamo in cantiere anche una registrazione dell’integrale, e ancora siamo molto focalizzati su questo. Ogni tanto, però, parliamo anche di esplorare il resto del repertorio per quintetto, che però soffre un po’ della solita tradizione di cui parlavamo prima. Quindi, senz’altro, sì.

Per maggiori informazioni sui concerti del Mozart Quintets Project, cliccare su 14 aprile e 15 aprile.

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Cibrán Sierra su Martha Argerich

Il nostro primo concerto insieme a Martha Argerich è stato nell’autunno del 2016. Abbiamo fatto un tour in Spagna e Portogallo, suonando il Quintetto di Schumann in sale da concerto, come il Palau di Barcellona, l’Auditorium di Madrid e la Fondazione Gulbenkian di Lisbona.

Il tour è stato un grande successo e abbiamo creato una grande intesa fra noi. È stata una tale gioia suonare insieme che quest’anno, quando si è verificata l’opportunità di farlo di nuovo, è stato con grande piacere che ci siamo avventurati in nuovi tour: a gennaio siamo stati alle Canarie e, questa primavera, saremo in Italia.

Per un quartetto d’archi relativamente giovane, fare musica da camera con una leggenda vivente come Martha Argerich è un dono incredibile, di cui faremo tesoro per tutta la vita. La sua personalità musicale è impareggiabile, il suo istinto musicale è una vera forza della natura, e la sua energia sul palco sembra quella di un vulcano. Non riesco a immaginarmi un’esperienza musicale più forte nel campo della musica da camera di quanto possa essere tuffarsi nell’oceano della musica con Martha… è come fare surf dentro a uno tsunami! Una gioia musicale di proporzioni monumentali.

Per maggiori informazioni sul concerto del Cuarteto Quiroga con Martha Argerich del 12 aprile, cliccare qui.

 

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Quattro domande al Quatuor Modigliani

Il 6 aprile eseguirete, per gli Amici della Musica, un programma interamente dedicato a Johannes Brahms. Cosa vi affascina della scrittura cameristica di questo autore?

Brahms è uno straordinario compositore di musica da camera, per molte ragioni. La sua produzione è enorme, e tutti i pezzi che ha scritto sono per la maggior parte riconosciuti come capolavori, come i sestetti per archi, il quintetto con pianoforte… I due Quartetti op. 51 sono molto speciali: Brahms ha impiegato quasi vent’anni per essere soddisfatto di loro. Inoltre, in questi pezzi si sente che, come nelle composizioni sinfoniche, pensava sempre all’eredità di Beethoven con grande entusiasmo, ma avvertendo anche l’ombra di un gigante.

In concerto con voi ci sarà anche il clarinettista Alessandro Carbonare. Come è iniziata la vostra collaborazione? Quali sono le caratteristiche che vi piacciono del suo modo di suonare?

Per noi è molto importante condividere la musica con altri musicisti (facciamo almeno cento concerti all’anno suonando solo noi quattro!). Ricordo che, con Alessandro, abbiamo suonato insieme qualche anno fa il Quintetto di Mozart, e da allora non abbiamo mai avuto l’opportunità di farlo di nuovo… quindi non vediamo l’ora, specialmente con il Quintetto con clarinetto di Brahms, che è uno degli ultimi pezzi scritti dal compositore.

Il vostro quartetto è stato formato nel 2003 durante gli anni di studio al Conservatorio di Parigi. Qual è il “segreto” di una relazione tanto lunga?

In realtà non c’è alcun segreto! La cosa che riteniamo più importante è che tutti noi siamo felici di suonare questo straordinario repertorio insieme alle persone che ci piacciono e che apprezzano lo stile di vita che abbiamo, sempre in viaggio… È anche molto importante rispettare le personalità di ognuno di noi, che fanno parte dell’identità del gruppo. Possiamo dire che, in questi sedici anni, abbiamo sviluppato un gusto comune nelle interpretazioni musicali.

Ci anticipate qualcosa dei vostri progetti futuri?

Sì, abbiamo diversi progetti! Il prossimo giugno eseguiremo un nuovo quartetto di Philippe Hersant appositamente scritto per noi. Saremo anche molto impegnati nei due festival dove curiamo la direzione artistica: il Festival Evian, che sarà dedicato a Brahms, e un piccolo festival molto carino, vicino all’Italia, a Saint-Paul-de-Vence.

Per maggiori informazioni sul concerto del Quatuor Modigliani e Alessandro Carbonare del 6 aprile, cliccare qui.

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