Per la nostra stagione presenterà un programma che accosta due Sonate di Mozart a brani di Debussy e Poulenc.
Presenterò un programma che mette insieme due Sonate di Mozart con musiche di Debussy e Poulenc. È il primo di una serie di quattro recital che ho intitolato “Mozart +”. In ciascun programma ci sono due Sonate di Mozart abbinate ad altri brani che, a un primo sguardo, potrebbero non sembrare particolarmente legati a Mozart; l’idea, però, è che questa connessione emerga chiaramente all’ascolto, in sala.
In questo caso, accanto a ciascuna delle Sonate di Mozart c’è Poulenc. Nella sua musica c’è qualcosa della trasparenza, della precisione, della discrezione del linguaggio musicale e della scrittura che si può percepire come chiaramente affine allo stile di Mozart. Il legame tra Mozart e Poulenc è dunque udibile. Il percorso da Mozart a Debussy, invece, è molto meno evidente. Se si mette Debussy direttamente accanto a Mozart, non si avverte una forte connessione. Ma se si colloca Debussy accanto a Poulenc, allora il legame tra Poulenc e Debussy diventa chiaro, perché Poulenc si ricollega a Debussy attraverso altri aspetti della sua musica. In questo modo si crea un percorso che va da Mozart a Poulenc, poi a Debussy, e quindi ritorna, attraverso Poulenc, a Mozart. Ho cercato di costruire queste relazioni all’interno del concerto, rendendole percepibili all’ascolto.
A giugno è scomparso Alfred Brendel, che è stato uno dei suoi maestri.
È impossibile dire quale sia stato l’insegnamento più importante: sono stati moltissimi. Era l’esempio più alto di un musicista che metteva al primo posto la musica e solo in secondo luogo il pianoforte, anche se era uno dei più grandi pianisti del nostro tempo. Questo aspetto era davvero secondario rispetto al suo servizio alla musica. È stato un modello straordinario di come non ci si debba frapporre tra la musica e l’ascoltatore, tra la musica e il pubblico. Quando suonavo per lui negli anni Novanta, mi apriva continuamente nuove porte: nuovi modi di pensare e sentire la musica, nuovi modi di farne esperienza.
Naturalmente ascolto ancora le sue registrazioni, le sue interpretazioni: in molti modi continua a guidarmi. La prima volta che lo incontrai, nel gennaio 1993, ero uno studente ventenne alla Guildhall School of Music & Drama: fu un momento decisivo della mia vita. L’ultima volta che l’ho visto è stata nel maggio 2025, quando tenni un recital a Londra e lui venne ad ascoltarmi. Era solo un mese prima della sua scomparsa: è stato l’ultimo nostro incontro.
Dopo aver completato l’integrale delle Sonate di Schubert, che hai portato in tournée nelle scorse stagioni, pensa di dedicarsi in futuro a nuove esecuzioni integrali?
Non lo so. Ho trascorso molti anni della mia carriera lavorando su cicli di questo tipo: alcuni dedicati a un solo compositore, altri a combinazioni di compositori. Prima c’è stata una serie su Haydn, Beethoven e Brahms, poi quella delle Sonate di Schubert. Probabilmente questa non sarà la mia ultima serie di questo genere, perché mi piace progettare questi percorsi, sia che riguardino un solo autore sia che coinvolgano più compositori.
Ho 53 anni e, spero, ancora un altro quarto di secolo di vita artistica davanti a me. Forse un giorno tornerò ancora a un ciclo dedicato a Schubert, perché è un compositore a cui mi sento profondamente legato; non lo so. Di certo non chiudo la porta a nessuna di queste possibilità.
Foto © Marco Borggreve

