Qual è il primo ricordo della tua vita legato alla musica che ti viene in mente?
Sebbene in famiglia non ci siano musicisti, la musica è stata presente in casa fin dalla mia prima infanzia, e a quanto pare fin da piccolissimo avevo dimostrato una particolare predilezione per Bach, e soprattutto per le sue Variazioni Goldberg (nell’incisione di Glenn Gould del 1981), che – stando ai miei genitori – riuscivano a calmarmi da neonato… Ricordo invece molto bene di aver giocato più volte a far finta di dirigere le Sinfonie di Beethoven di Karajan e Bernstein, stando in piedi su uno sgabellino davanti allo stereo – e proprio per questo degli amici di famiglia a un certo punto mi regalarono una bacchetta da direttore con l’impugnatura in sughero che ancora conservo.
Cosa ti ha spinto a iniziare a suonare uno strumento musicale?
Mio padre da giovane aveva studiato un po’ pianoforte, e per questo motivo ne abbiamo sempre avuto uno in soggiorno. Fin da piccolo mi sono sentito affascinato dalla sua meccanica e dal suo suono, e spesso chiedevo a mio padre di suonarlo, per poi cercare di imitare i suoi movimenti. Visto questo interesse, a cinque anni miei genitori proposero di iscrivermi a una scuola di musica e chiesi di poter seguire le lezioni di pianoforte.
Quando hai capito che eri bravo in quello che stavi facendo e che questa attività avrebbe occupato una parte importante della tua vita?
Non saprei dire con esattezza, credo sia stato piuttosto un “crescendo”… Penso che a guidarmi sia stata la consapevolezza che nella mia vita non avrei potuto fare a meno della musica. A questo proposito un momento sicuramente molto importante fu il primo anno dopo la fine del liceo: decisi di provare a dedicarmi completamente allo studio del pianoforte e vedere come mi avrebbe fatto sentire il concentrarmi solo sulla musica.
Ci sono stati dei momenti in cui avresti voluto mollare tutto e cambiare direzione?
Mentirei se dicessi di no… sicuramente ci sono stati più volte momenti di difficoltà o smarrimento, legati a esperienze in concorsi e a periodi di studio non facili in cui mi sono sentito inadeguato per gli “standard” del mondo musicale odierno. Mi è capitato di chiedermi come sarebbe la mia vita oggi se avessi cominciato un altro percorso universitario dopo il liceo e se questo mi avesse portato su una strada diversa, ma alla fine ciò che ha sempre vinto è l’amore per la musica: non credo esista una vita più umana e fortunata di quella di chi vive con l’arte.
Qual è il momento più emozionante che ricordi della tua carriera musicale?
Difficile sceglierne uno… potrei dire che ogni volta che eseguo per la prima volta un programma da recital (o anche un’opera che magari ho atteso molto prima di approcciare) è un’esperienza veramente unica e impagabile.
Sicuramente però ho un ricordo molto speciale della prima volta con un’orchestra: suonai la Fantasia Corale di Beethoven e la sensazione – che tanto avevo immaginato – di essere parte di quell’amalgama sonoro che tanto fu veramente emozionante.
Ci raccontate come vi siete conosciuti? Cosa vi piace del modo di suonare dell’altro e come mai avete deciso di suonare insieme?
Con Julian ci siamo conosciuti presso l’Internationale Musikakademie in Liechtenstein nel 2019 durante una Masterclass, e ricordo che fin da subito rimasi colpito dalla sua musicalità sincera, cangiante e reattiva. Suonare insieme è sempre fonte di ispirazione perché fornisce un’occasione di confronto e riflessione, musicale e non.
C’è un brano musicale a cui sei particolarmente legato? Vuoi dirci qual è e come mai?
Il Concerto sans Orchestre di Schumann – che sarebbe la Sonata Op. 14 – è sicuramente un brano a cui sono molto legato: ricordo bene la prima volta che l’ascoltai, e fin da subito avvertii con essa una particolare affinità. È un’opera su cui ritorno di frequente – potrei sbagliarmi, ma credo sia il brano che ho suonato più volte in concerto –, con cui sento di essere cresciuto e continuare a crescere.
Hai altre passioni oltre a suonare il tuo strumento (sport/lettura/viaggi/hobby vari/ecc.)?
Certo! Cerco di includere dei momenti all’interno delle giornate che bilancino le ore passate allo strumento o comunque lavorando con la musica. In questo senso l’acqua ha sempre avuto una grande importanza per me: in famiglia siamo tutti subacquei, e così ho scoperto fin da piccolo quella che per me è una dimensione di silenzio e meditazione.
Poi, da bravo italiano all’estero, devo ammettere che la cucina è un’attività cui mi piace dedicarmi: non c’è niente di meglio che finire una giornata di prove con una buona cena in compagnia! Ah, con Julian poi si parla molto spesso di libri e film – a proposito di confronti e riflessioni…
Ascolti altri tipi di musica oltre a quella che suoni? Se sì, quali?
Sì, soprattutto negli ultimi anni! Buon cantautorato e jazz prevalentemente, ma mi piace lasciarmi consigliare e sorprendere da nuovi ascolti… Ultimamente poi sto approfondendo il meraviglioso mondo del repertorio per quartetto d’archi – lacuna che da pianista avevo portato con me fin troppo a lungo –, e il fascino sublime di quell’ultimissimo Beethoven è innegabile.
C’è un disco – di qualsiasi genere – che consiglieresti a tutti di ascoltare?
La registrazione Sony del recital di Arcadi Volodos a Vienna del 2009. A parer mio uno dei migliori esempi di trasfigurazione sonora del pianoforte!
Qual è il libro che stai leggendo quest’estate?
Racconti di Pietroburgo di Gogol’, cui sono stato portato da un altro libro che avevo letto subito prima: La cronaca di Pietroburgo di Dostoevskij, che a sua volta seguiva Le notti bianche. Insomma, una catena di letture!

