Intervista a Daniele Martinelli

Qual è il primo ricordo della tua vita legato alla musica che ti viene in mente?

Il ricordo dei miei genitori al pianoforte dopo cena è un ricordo limpido. Mi viene poi in mente un concerto di Volodos a Bergamo quando avevo forse 5 o 6 anni. 

Cosa ti ha spinto a iniziare a suonare uno strumento musicale?

Il mio contesto familiare ha chiaramente contribuito alla scelta di dedicarmi al pianoforte: i miei genitori sono entrambi diplomati e di fatto la presenza del pianoforte in casa è sempre stata una costante naturale a cui mi sono poi avvicinato. 

Quando hai capito che eri bravo in quello che stavi facendo e che questa attività avrebbe occupato una parte importante della tua vita?

Ci sono chiaramente degli eventi significativi che mi hanno dato prova del fatto che avessi delle qualità, ma ritengo ce ne siano stati altrettanti che mi hanno fatto dubitare. Il momento in cui ho capito che il pianoforte avrebbe avuto un posto centrale a livello professionale nella mia vita è stato poi intorno ai 18 anni. 

Ci sono stati dei momenti in cui avresti voluto mollare tutto e cambiare direzione?

Assolutamente sì, si tratta di un mestiere che necessita di enorme forza di volontà e anche di capacità di chiudere gli occhi di fronte a realtà e scenari che sembrano non avere via di uscita. Ricordo con orrore la quarantena durante il Covid in cui ho essenzialmente smesso di studiare per un mese. 

Qual è il momento più emozionante che ricordi della tua carriera musicale? 

Ricordo con grandissima gioia un concerto in Sala Verdi a Milano con il Terzo Concerto di Rachmaninov e il mio debutto in recital al Teatro La Fenice di Venezia. Ci sono poi senza dubbio momenti durante lo studio, che ricordo con grandissima emozione: lo studio di un pezzo nuovo molto desiderato o l’avvicinamento a una nuova chiave di lettura su un’opera molto studiata…

C’è un brano musicale a cui sei particolarmente legato? Vuoi dirci qual è e come mai?

Se penso al pezzo della mia infanzia cito senz’altro gli Studi Sinfonici di Schumann. Mio padre spesso li suonava e spesso li ho sentiti accennati da lui. In questo momento della mia vita invece cerco di suonare unicamente la musica che amo e che desidero studiare, per questo mi lego profondamente a tutto il repertorio che studio. 

Hai altre passioni oltre a suonare il tuo strumento (sport/lettura/viaggi/hobby vari/ecc.)?

Tendenzialmente vorrei dedicarmi più attivamente ad altre attività. 
Quelle che mi appassionano di più sono di certo la cucina e il cinema, ma vorrei approfondirle sempre più.

Ascolti altri tipi di musica oltre a quella che suoni? Se sì, quali?

Il jazz mi cattura particolarmente: sono un grandissimo amante di Bill Evans, Dave Brubeck, Oscar Peterson. Trovo che siano un genere di musicisti così singolari e unici a tal punto da sorprendermi ogni volta. 

C’è un disco – di qualsiasi genere – che consiglieresti a tutti di ascoltare?

Sceglierne uno credo sia impossibile, in questo periodo mi sento però di consigliare il leggendario disco con l’Ottava Sinfonia di Bruckner di Celibidache con la Filarmonica di Monaco.

Qual è il libro che stai leggendo quest’estate?

Negli ultimi mesi sono rimasto folgorato dalla figura di Youri Egorov, un musicista incredibile che ha vissuto una vita allucinante. Mi sono molto appassionato alla sua storia oltre che al suo pianismo e proprio ora sto leggendo Nella casa del pianista di Jan Brokken, che scrive una biografia di Egorov un po’ fiabesca, ma estremamente affascinante. Mi piacerebbe poi riuscire ad avere i famosi diari di Egorov.